Società, cultura, storia e idee

L’Italia prima del Made in Italy, una storia millenaria

Lo stile italiano non nasce da una forma precisa né dal semplice “buon gusto”, ma da una sedimentazione millenaria: la misura greca, la concretezza romana, gli apporti arabi e orientali, la competizione fra città e corti, la cultura delle botteghe e la diversità dei territori. Una

L’Italia prima del Made in Italy, una storia millenaria
Stefano PipernoStefano Piperno08/09/2026Aggiornato 19/10/20268 min lettura1.618 parole

Un’amica, una cara persona, intelligente e colta, mi ha interrogato sullo “stile italiano”, chiarendo di essere interessata alla sua essenza e non all’enumerazione dei soliti stereotipi: «Non parlarmi degli oggetti esposti al MoMA, del Salone del Mobile di Milano, dei carrozzieri torinesi, dell’alta moda, della cucina e così via».

Sul momento sono rimasto spiazzato, poi mi sono detto che aveva ragione lei, perché le sue citazioni sono l’effetto, non la causa. In verità, da dove nasce tutto questo?

È ciò che provo a spiegare, per rispondere a lei e, nel contempo, fornire ai gentili lettori uno spunto di riflessione aperto e contendibile.

Per cercare una risposta credo sia necessario andare molto a ritroso, forse più di quanto normalmente si faccia quando si parla di stile italiano.

Prima ancora che l’Italia fosse prima una nazione e poi uno Stato, esisteva infatti quella particolare civiltà mediterranea dalla quale abbiamo ereditato una parte fondamentale del nostro modo di concepire la bellezza, l’ordine delle cose e una certa mollezza del vivere.

La Grecia aveva posto al centro della propria cultura l’uomo, la misura, la proporzione, l’armonia. Il bello non era soltanto decorazione, ma equilibrio fra le parti. Non solo:”kalos kai agatos”, il bello e il buono, fu uno dei fondamenti della cultura greca e, attraverso di essa, di quella romana.

Roma, infatti, cooptò in larga misura quella cultura, fino al punto che la civiltà greca divenne parte integrante di quella romana, ma non si limitò a copiarla. Alla ricerca greca della perfezione della forma aggiunse una straordinaria concretezza.

Una strada doveva portare da un luogo all’altro, un ponte doveva resistere, un acquedotto doveva far scorrere l’acqua, una basilica doveva accogliere migliaia di persone, una città doveva funzionare. E tuttavia nessuna di queste esigenze pratiche comportava la rinuncia alla forma.

Forse troviamo già qui un primo elemento di ciò che, molti secoli dopo, chiameremo stile italiano: l’idea che l’utile e il bello non siano necessariamente antagonisti e che il bello non sia un orpello opzionale.

A tal proposito mi viene in mente un commento del mensile Quattroruote di molti anni fa sulla Citroën 2 CV: «Si può fare del razionale senza fare del brutto».

Per un periodo lunghissimo la civiltà romana rappresentò nell’Occidente europeo una realtà incomparabilmente più avanzata delle società che la circondavano: nell’organizzazione urbana, nel diritto, nelle opere pubbliche, nell’ingegneria, nell’architettura e persino nell’organizzazione della vita quotidiana.

La caduta dell’Impero romano d’Occidente interruppe brutalmente quella continuità politica e provocò una profonda regressione materiale, ma non cancellò tutto. Le città, le strade, gli edifici, il diritto, la lingua e soprattutto la memoria di quella civiltà rimasero. In Italia, più che altrove, l’antichità non era qualcosa da cercare: era fisicamente presente.

Ma sarebbe un errore immaginare la nostra storia come una linea retta che da Atene, attraverso Roma, conduca inevitabilmente a Firenze.

Durante i secoli nei quali l’Occidente latino attraversava una fase di arretramento, la civiltà araba raggiunse risultati straordinari nella matematica, nell’astronomia, nella medicina, nella filosofia e nell’architettura, di cui abbiamo vestigia mirabili in Andalusia.

Una parte del sapere dell’antichità greca ritornò in Occidente anche attraverso traduzioni e mediazioni arabe. E l’Italia, protesa nel Mediterraneo, fu uno dei luoghi privilegiati di questo incontro.

La Sicilia ne è forse l’esempio più affascinante: greca, romana, bizantina, araba, normanna. Culture diverse non si limitarono a succedersi, ma lasciarono segni che finirono spesso per mescolarsi.

Venezia guardava e commerciava con l’Oriente, Genova faceva altrettanto. Merci, tessuti, colori, tecniche, numeri, conoscenze e idee viaggiavano insieme agli uomini.

A questa stratificazione culturale si aggiunse un fenomeno apparentemente contraddittorio. Quella divisione politica che per secoli costituì una delle debolezze dell’Italia fu anche, sul piano culturale, una fonte di straordinaria vitalità.

Principati, ducati, repubbliche, regni e lo Stato pontificio competevano fra loro non soltanto con le armi e i commerci, ma attraverso il prestigio delle proprie corti.

I Medici a Firenze, gli Este a Ferrara, i Gonzaga a Mantova, i Montefeltro a Urbino, gli Sforza a Milano, i papi a Roma e le grandi repubbliche marinare: ciascun centro voleva i migliori pittori, architetti, scultori, musicisti e artigiani. Commissionava palazzi, chiese, piazze, giardini, affreschi, mobili, gioielli e oggetti.

Il mecenatismo divenne così non solo strumento di competizione, ma soprattutto moltiplicatore di attività artigiane che producevano bellezza.

Paradossalmente, l’Italia politicamente divisa moltiplicò i luoghi nei quali si produceva cultura e, soprattutto, acuì le differenze: Firenze non era Venezia, Venezia non era Roma, Roma non era Milano, Napoli non era Urbino. Ognuna sviluppava un proprio linguaggio, eppure quei linguaggi comunicavano continuamente fra loro.

È in questo retroterra che fiorisce il Rinascimento.

E ciò che accade nelle città italiane fra il Quattrocento e il Cinquecento non è soltanto una stagione irripetibile delle arti. È un modo nuovo – e insieme antichissimo – di concepire l’uomo e il suo rapporto con ciò di cui si circonda.

La distinzione moderna fra artista, artigiano, architetto, tecnico e inventore è ancora incerta. Brunelleschi immagina una cupola così ardita che deve contemporaneamente inventare il modo di costruirla. Leonardo, anche musicista e abilissimo suonatore, dipinge, studia anatomia, progetta macchine e osserva il movimento dell’acqua. Michelangelo è scultore, pittore e architetto.

E Raffaello aggiunge a tutto questo qualcosa che mi sembra particolarmente significativo per il nostro ragionamento.

Nella celebre lettera a Leone X, alla quale lavorò con Baldassarre Castiglione, emerge una sensibilità che oggi chiameremmo quasi archeologica: osservare, misurare, rilevare le vestigia dell’antica Roma per comprenderle e salvarne almeno la conoscenza dalla distruzione.

Il Rinascimento, dunque, non fu semplicemente nostalgia dell’antico. Fu la capacità di guardarlo, studiarlo e utilizzarlo per produrre qualcosa di nuovo.

Nelle botteghe si disegnava e si fabbricava; la mano e l’intelletto non appartenevano ancora a due universi separati. Chi immaginava una forma conosceva spesso intimamente la materia e i procedimenti necessari a realizzarla.

Molti secoli dopo, Chaplin ci mostrerà, in Tempi moderni, l’esito opposto: l’alienazione dell’uomo ridotto a ingranaggio della produzione industriale.

È difficile non vedere in questa cultura della bottega un antenato lontano di qualcosa che ritroveremo molti secoli dopo nell’artigianato italiano e, sorprendentemente, persino nell’industria.

Ma il mondo cambia continuamente.

A partire dal Seicento altri Paesi europei acquistano un peso crescente. Nei Paesi Bassi prosperano una cultura urbana e mercantile fortemente laica, la ricerca scientifica e una borghesia che modifica profondamente il rapporto fra arte, ricchezza e vita quotidiana. L’Inghilterra imbocca la strada che porterà alla rivoluzione industriale. La Francia costruisce un modello politico e culturale capace di esercitare un’enorme influenza sull’Europa.

L’Italia, frammentata e dominata in gran parte da potenze straniere, perde progressivamente la centralità economica, politica e scientifica che aveva avuto in altre epoche.

Ma non perde tutto.

Rimangono le città, le botteghe, gli artigiani, le scuole locali, la familiarità con la materia e con la forma. Rimane soprattutto una straordinaria diversità, non soltanto culturale, ma geografica e biologica.

Poche penisole riuniscono in uno spazio relativamente ristretto montagne altissime, pianure fertili, colline, laghi, lunghissime coste e isole, con una varietà di climi e microclimi che ha favorito nei secoli una ricchezza eccezionale di colture e varietà locali. A questa fortuna naturale si è aggiunto il lavoro dell’uomo.

Generazioni di agricoltori hanno selezionato vitigni, olivi, cereali, ortaggi, frutti e razze animali, adattandoli a territori che potevano essere diversissimi a poche decine di chilometri di distanza.

L’agricoltura italiana ha così costruito uno dei patrimoni agroalimentari più ricchi e diversificati del mondo. E qui la cucina, che sembrava quasi un argomento frivolo rispetto a Fidia, Vitruvio o Raffaello, torna improvvisamente utile al racconto.

Perché per secoli non è esistita una cucina italiana nel senso moderno del termine: sono esistite decine, forse centinaia di cucine locali. La cucina piemontese non è quella siciliana, quella veneta non è quella napoletana, quella emiliana non è quella romana. Cambiano materie prime, grassi, spezie, tecniche e persino il modo di intendere un pasto.

Ancora una volta la diversità non impedisce di riconoscere qualcosa di comune.

Forse, allora, quello che chiamiamo “stile italiano” non è affatto uno stile.

Non è una curva, un colore, un materiale o una decorazione. E non credo neppure che possa essere ricondotto semplicemente al famoso “buon gusto”, espressione tanto comoda quanto incapace di spiegare alcunché.

È piuttosto il prodotto di una lunghissima sedimentazione: la misura e l’armonia greche; la concretezza romana; gli apporti dell’Oriente e del mondo islamico; la competizione fra città e corti; la cultura della bottega; il Rinascimento e la riscoperta dell’antico; le diversità geografiche, biologiche e culturali di un Paese rimasto diviso per secoli.

Una straordinaria capacità di assorbire differenze e trasformarle senza necessariamente cancellarle.

Ed è soltanto a questo punto che possiamo tornare agli esempi che la mia amica mi aveva proibito di usare.

Possiamo tornare agli oggetti esposti al MoMA, ai mobili di design, alle auto dei carrozzieri torinesi, alla moda, alla cucina, ma adesso possiamo guardarli diversamente, perché non sono la spiegazione dello stile italiano: ne sono le conseguenze.

Una carrozzeria disegnata a Torino non discende da un tempio greco, né una poltrona da Brunelleschi. Sarebbe una genealogia suggestiva ma insostenibile.

Eppure dietro entrambi può esserci qualcosa di molto più antico: l’abitudine a non separare completamente l’idea dalla sua realizzazione, la forma dalla materia, la funzione dal piacere di guardarla e di usarla.

Forse è proprio per questo che lo stile italiano è così difficile da definire e anche da imitare.

Perché non consiste in una forma determinata: è una cultura sedimentata nei secoli.

Alla mia amica, dunque, oggi rispondo così: «Avevi ragione a non volermi sentir parlare subito delle automobili, dei mobili, degli abiti e dei piatti, perché mi avevi chiesto la causa e quelli sono soltanto splendidi effetti».

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