Europa e Unione Europea

Germania: sociologia del voto di destra e del classismo che lo alimenta

Il successo dell’AfD in Sassonia-Anhalt attraversa generazioni, livelli d’istruzione e categorie sociali. Ridurlo a ignoranza o fascismo non spiega il voto: rafforza il risentimento verso élite percepite come distanti. Dalla Germania alla Francia e all’Italia, la crescita della destra radicale rivela soprattutto una crisi di rappresentanza

Germania: sociologia del voto di destra e del classismo che lo alimenta
Donatello D'AndreaDonatello D'Andrea08/09/2026Aggiornato 17/10/20269 min lettura1.806 parole

Il 6 settembre 2026, l’AfD ottiene il 44,4% in Sassonia-Anhalt. Il giorno dopo, puntuale come un orologio svizzero, arriva il commento italiano: fascisti, ignoranti, pericolosi. Qualcuno tira fuori Weimar. Qualcun altro scrive «non ci posso credere». Qualcun altro ancora pubblica grafici sul livello di istruzione degli elettori di destra, come se la spiegazione stesse lì, nel deficit cognitivo di chi ha fatto la scelta sbagliata.

Ci risiamo. E finché ci risiamo, i numeri continueranno a crescere.

I dati che nessuno vuole leggere

Prima di qualsiasi analisi, i dati. Secondo le stime post-voto di Infratest dimap per ARD, l’AfD è il primo partito tra i laureati in Sassonia-Anhalt con il 24%, davanti alla CDU al 22% e ai Verdi al 20%. Tra le donne under 29 – tradizionalmente il segmento più progressista dell’elettorato europeo – l’AfD raggiunge il 38%, con Die Linke al secondo posto al 19%. Tra gli over 70, l’AfD al 31% batte la CDU al 30%. Tra gli operai, raggiunge il 61%. Tra chi valuta negativamente la propria situazione finanziaria, il 65%. Tra i giovani tra i 18 e i 24 anni, il 42%.

Non sono gli ignoranti. Non sono i disperati. Non sono gli arrabbiati delle periferie dimenticate. Sono tutti. Sono laureati e operai, donne giovani e anziani, chi sta bene e chi sta peggio. Quando un partito raggiunge il 44% in una regione di 2,1 milioni di persone, non sta intercettando una nicchia: sta intercettando una maggioranza. E quella maggioranza non si spiega con la stupidità o l’ignoranza di chi la compone.

La sociologia che spiega quello che i commenti non spiegano

La scienza politica e la sociologia hanno strumenti per leggere questo fenomeno che il commentariato da tastiera ignora sistematicamente. Vale la pena usarli.

Il punto di partenza è il lavoro di Pippa Norris e Ronald Inglehart – Cultural Backlash: Trump, Brexit, and Authoritarian Populism (Cambridge University Press, 2019) – che ha identificato il meccanismo strutturale alla base della crescita dei partiti populisti di destra nelle democrazie occidentali. La tesi centrale è che la «rivoluzione silenziosa» dei valori postmaterialisti – la progressiva affermazione di valori di autonomia individuale, parità di genere, pluralismo culturale – ha prodotto una reazione di backlash tra segmenti di popolazione che si sentono culturalmente marginalizzati da quella trasformazione. Non economicamente soltanto: culturalmente. Il problema non è solo il portafoglio, è la percezione di non essere più riconosciuti come parte legittima della comunità politica.

Arlie Hochschild, nella sua ricerca etnografica Strangers in Their Own Land (New Press, 2016), ha lavorato per cinque anni tra gli elettori di Trump in Louisiana, cercando di capire non chi fossero, ma cosa sentissero. La sua conclusione è quella che ogni analista del voto di destra dovrebbe tenere a mente: questi elettori non sono irrazionali. Hanno una narrazione coerente della propria condizione – quella di persone che hanno fatto la cosa giusta per tutta la vita, hanno rispettato le regole e si sono ritrovate a vedere altri scavalcarle nella fila verso il sogno europeo, americano, tedesco. Non è odio: è dolore per un riconoscimento che non arriva.

Katherine Cramer, in The Politics of Resentment (University of Chicago Press, 2016), ha identificato il risentimento rurale come chiave interpretativa del voto di destra nelle comunità dimenticate del Wisconsin. Non è il risentimento di chi odia: è il risentimento di chi percepisce che le élite urbane non capiscono, non ascoltano e non si preoccupano della sua realtà. La differenza è cruciale: il risentimento si combatte con il riconoscimento, non con la condanna.

Cas Mudde – il massimo studioso europeo della destra radicale – ha mostrato in decenni di ricerca che i partiti populisti di destra non crescono in un vuoto: crescono dove i partiti tradizionali hanno smesso di rappresentare segmenti rilevanti dell’elettorato. AfD, Le Pen, BSW, Vannacci non sono cause, sono sintomi. Sono la risposta elettorale a un vuoto di rappresentanza che i partiti tradizionali hanno creato e che continuano a non voler vedere.

Un voto che attraversa tutto il tessuto produttivo

Il dato che dovrebbe far riflettere più di tutti non è il 61% degli operai o il 65% di chi sta peggio economicamente. È questo: secondo Infratest dimap, l’AfD è risultata il primo partito in tutti i gruppi sociali considerati – pensionati, operai, impiegati e lavoratori autonomi. Non ha vinto in una nicchia. Ha vinto ovunque, trasversalmente, in ogni categoria produttiva della società sassone.

Il voto degli operai ha una spiegazione che la sinistra non vuole sentirsi dire: la deindustrializzazione, la concorrenza salariale, la precarietà crescente sono state gestite per decenni con politiche che hanno protetto la mobilità del capitale e lasciato esposta la mobilità del lavoro. Chi ha pagato il costo della globalizzazione non è stata l’élite finanziaria che la gestiva: è stato il lavoratore manuale che si è ritrovato a competere con salari più bassi e condizioni di lavoro peggiori. Che quell’operaio voti AfD non è irrazionale: è la risposta razionale di chi non si sente rappresentato da nessun partito che abbia governato negli ultimi vent’anni.

Il voto dei lavoratori autonomi e degli imprenditori ha una spiegazione diversa, ma ugualmente concreta: la pressione fiscale, la burocrazia crescente, la percezione che lo Stato prelevi senza restituire servizi adeguati. Non si tratta di ideologia: è il calcolo di chi produce e si sente penalizzato dal sistema.

E poi c’è la paura dell’immigrazione di massa, che il 91% degli elettori dell’AfD indica come prima preoccupazione, mentre l’89% mette al secondo posto l’inflazione. Liquidarla come xenofobia è il modo più rapido per non capirla e per rafforzare chi la intercetta. È spesso la risposta concreta di comunità che hanno vissuto trasformazioni rapide senza essere state ascoltate – scuole cambiate, quartieri trasformati, servizi sotto pressione. Non è odio: è la domanda di un cambiamento che nessuno ha voluto gestire in modo serio.

E qui sta la responsabilità che non riguarda solo la sinistra, ma tutto lo spettro politico. Gli 83.000 elettori passati dalla CDU all’AfD in Sassonia-Anhalt non erano ex comunisti delusi. Erano elettori borghesi, moderati, che per vent’anni avevano votato il partito di governo e che hanno deciso che non bastava più. La destra moderata ha le stesse responsabilità della sinistra: ha gestito l’immigrazione con la stessa inadeguatezza, ha prodotto le stesse politiche economiche che hanno eroso il ceto medio produttivo, ha ignorato le stesse istanze. L’AfD è una sconfitta del sistema politico nel suo complesso.

Il paradosso delle donne e dei giovani

Il dato più interessante della Sassonia-Anhalt – e il più ignorato – è quello sul voto femminile giovane. Le donne under 29 hanno votato AfD al 38%. È un dato che sfida tutte le categorie interpretative standard.

Le donne sono storicamente più progressiste degli uomini sul piano dei valori, più favorevoli alla parità di genere, più attente ai diritti civili, meno propense al nazionalismo identitario. Eppure, in Sassonia-Anhalt, quasi quattro donne giovani su dieci hanno scelto AfD. Perché?

La risposta non è che siano diventate improvvisamente fasciste. La risposta è che qualcosa nella loro esperienza concreta – il costo della vita, la precarietà lavorativa, la percezione di un futuro incerto, la distanza tra la narrativa progressista e la propria realtà quotidiana – ha reso AfD più credibile delle alternative disponibili. Non è un voto di valori: è un voto di sfiducia. Sfiducia nei partiti tradizionali, nelle istituzioni, nelle élite che promettono e non mantengono. E la sfiducia non si combatte con la condanna morale: si combatte con risultati concreti e con l’ascolto.

Il classismo come carburante

Qui sta il meccanismo che la sinistra europea – e quella italiana in modo particolare – fatica a vedere: moralizzare il voto non lo riduce. Lo amplifica.

Quando Bonaccini dichiara che il voto a destra è «il voto di chi ha poco studiato, di chi vive nelle aree interne o nelle periferie», non sta facendo un’analisi sociologica. Sta confermando esattamente la narrazione che AfD, Le Pen e Vannacci costruiscono ogni giorno: quella di un’élite progressista che guarda dall’alto il popolo che non ha capito. Ogni articolo che spiega il voto di destra come il prodotto dell’ignoranza o della manipolazione è un contributo gratuito al partito che si presenta come voce del popolo contro chi lo disprezza.

Il classismo culturale è il carburante più efficace del populismo di destra. Non perché i populisti siano bravi a usarlo, ma perché la sinistra continua a produrlo, inconsapevolmente, ogni volta che apre bocca per commentare un risultato elettorale che non capisce.

La ricerca sociologica è inequivocabile su questo punto. Quando un elettore percepisce che il suo voto viene letto come il prodotto di un deficit – cognitivo, culturale, economico – la risposta non è il ravvedimento. È il rafforzamento dell’identità di gruppo. «Se mi chiamano ignorante per aver votato AfD, AfD devo votare ancora più convintamente» – non perché sia stupido, ma perché il riconoscimento della propria dignità passa per la resistenza a chi la nega.

Da AfD a Vannacci: lo stesso meccanismo

Il fenomeno non è tedesco. È europeo. E segue lo stesso schema ovunque si manifesti.

Marine Le Pen ha costruito in vent’anni un partito che ha triplicato i propri consensi – grazie anche alle condanne morali della sinistra francese. Ogni volta che qualcuno ha spiegato il voto al Rassemblement National come il voto dei razzisti, degli ignoranti, dei nostalgici, Le Pen ha guadagnato punti. Non perché i suoi elettori condividessero queste etichette, ma perché le rifiutavano.

BSW in Germania ha costruito il proprio spazio esattamente sul confine tra sinistra economica e destra identitaria, intercettando elettori che non si sentivano rappresentati né dall’ortodossia progressista né dalla destra radicale pura. È un fenomeno che i politologi chiamano dealignment, il disallineamento tra identità sociali tradizionali e comportamento elettorale, che segnala una crisi di rappresentanza strutturale che nessuna etichetta morale può risolvere.

Vannacci in Italia cresce con un programma che nessun governo potrebbe attuare. Non perché i suoi elettori siano ingenui, ma perché stanno votando un’identità, non un programma. Stanno dicendo: «Esisto, sono qui, non sono quello che dite che sono». È un voto di presenza e si combatte solo con l’ascolto, non con la condanna.

Smettere di giudicare e cominciare a capire

La conclusione di questa analisi è pressoché identica a quella sulla frase di Bonaccini: smettere di giudicare e cominciare a capire, facendosi le domande giuste. E una domanda giusta non presuppone un giudizio moraleggiante. Non «com’è possibile che la gente voti così?», ma «cosa ha prodotto questo risultato e cosa ci dice sulla capacità dei partiti tradizionali di rappresentare la propria società?».

Finché la risposta sarà la condanna morale – gli ignoranti, i fascisti, i pericolosi – i numeri continueranno a crescere, perché ogni condanna conferma la narrazione che questi partiti costruiscono: quella di un’élite che non capisce, non ascolta e non si preoccupa.

La sociologia politica ha strumenti per leggere questo fenomeno. La politica ha strumenti per rispondervi. Entrambi richiedono una cosa che sembra sempre più rara nel dibattito pubblico contemporaneo: la disponibilità a fare domande invece di dare risposte già pronte. A capire invece di condannare. A riconoscere invece di etichettare.

Altrimenti, ci risiamo. E ci «risaremo» ancora. Fino a quando non sarà troppo tardi per chiedersi perché.

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