Europa e Unione Europea

210 miliardi di buone intenzioni ma il desiderio di pace non basta a costruirla

Duecentodieci miliardi di buone intenzioni. Il manifesto che propone di usare gli asset russi congelati come «cauzione della pace» confonde l’urgenza morale con una strategia diplomatica. La leva promessa è o una coercizione economica, già respinta dall’Europa per enormi ostacoli giuridici, oppure un gesto simbolico privo

210 miliardi di buone intenzioni ma il desiderio di pace non basta a costruirla
Alessandro TedescoAlessandro Tedesco09/09/2026Aggiornato 17/10/20264 min lettura768 parole

Un documento politico si giudica per quello che propone. Il manifesto con cui una parte della società civile italiana chiede di trasformare i duecentodieci miliardi di euro della Banca centrale russa immobilizzati in Europa nella «garanzia finanziaria dell’offerta di pace» va giudicato anche per come è scritto – non perché la forma valga più della sostanza, ma perché qui le due cose franano insieme. Ogni volta che il testo sbaglia una parola, sta sbagliando anche un ragionamento.

È un testo sincero, scritto da persone che la guerra la detestano davvero. Proprio per questo va preso sul serio – e prendere sul serio un testo significa leggerlo, non applaudirlo.

Il problema da cui muove esiste. L’Europa custodisce una somma enorme e in questi anni non ha saputo decidere che farne. L’appello di monsignor Ricchiuti nasce da un’urgenza morale che nessuno può liquidare con una scrollata di spalle. Se a vacillare fosse un dettaglio tecnico, basterebbe correggerlo. Qui non cede un dettaglio: cede l’impianto. Le parole, i conti, la logica.

L’obiettivo dichiarato è «fermare la guerra e fare la pace». Fare la pace. Un’espressione che non appartiene al lessico della diplomazia – dove si dice cessate il fuoco, tregua, armistizio, trattato, e ogni parola ha un peso giuridico e politico diverso – ma alla pedagogia dell’infanzia. È la formula con cui si chiede a due bambini di incrociare il mignolino dopo il litigio per il secchiello.

Non è pignoleria. In politica estera le parole funzionano solo se qualcuno ha il potere di renderle vere: un tavolo, una procedura, due parti disposte a considerarsi vincolate. Fuori da lì non producono effetti, producono suono. Il manifesto sembra credere che basti nominare la pace perché la pace arrivi.

Il cuore della proposta è la «cauzione della pace». I miliardi congelati diventano garanzia: se Mosca rispetta i patti, li recupera per gradi; se li viola, li perde. Si tratta la guerra che sta riscrivendo l’ordine mondiale con la grammatica di un contratto d’affitto. Se rompi qualcosa, non ti restituisco la caparra.

L’analogia crolla su un punto che i proponenti non affrontano mai. Per Bruxelles quei fondi sono una voce di bilancio. Per il Cremlino l’Ucraina è una questione di sopravvivenza imperiale, e quelle riserve sono già state messe a perdita mentre l’intera economia si riconverte in economia di guerra. Nessuno mobilita centinaia di migliaia di uomini per riavere l’accesso a un conto corrente in Belgio.

C’è poi la «strategia asimmetrica di pace». L’aggettivo viene dalla dottrina militare, dove indica lo scontro fra avversari di forza incomparabile. Applicato alla pace non descrive niente: presta soltanto al documento il prestigio del vocabolario bellico che il documento dice di ripudiare.

Ma è al punto 3 che il manifesto si smonta da solo. «E se la Russia rifiutasse?». Risposta: gli asset «verrebbero destinati definitivamente» alla ricostruzione e alla difesa civile dell’Ucraina.

Da qui non si esce. O la minaccia è credibile, e allora è una coercizione economica di portata storica: cioè esattamente lo strumento di pressione che il testo dichiara di superare, con la sola differenza che a impugnarlo sarebbero mani più pulite. Oppure non è credibile, e allora non è una leva negoziale: è un comunicato stampa.

C’è poi un dettaglio più imbarazzante. Quella che il manifesto presenta come decisione radicale è la strada che l’Europa discute dal 2022 e non è mai riuscita a percorrere. Nel dicembre 2025 il Consiglio europeo ha preferito finanziare Kyiv con novanta miliardi di debito comune pur di non toccare quelle riserve, e la confisca è stata bocciata anche con il no dell’Italia. Il motivo non compare in nessuna riga del manifesto: prendere i soldi di uno Stato sovrano, per il diritto internazionale, è un problema enorme.

La «terza via», dunque, non passa fra la guerra e la resa. Passa fra ciò che l’Europa non ha voluto fare e ciò che non ha potuto fare. Ed è più spregiudicata di qualunque cosa Bruxelles abbia finora osato. Bisognerebbe almeno spiegare perché un gesto giudicato illegittimo quando serve ad armare l’Ucraina diventi accettabile se lo si compie in nome della pace.

Il manifesto non è sbagliato perché vuole la pace. È sbagliato perché scambia il desiderio della pace per un pensiero sulla pace e la nobiltà del fine per la solidità del mezzo. Alla fine resta il paradosso dell’innocenza: si sostituisce l’analisi con la buona coscienza e la durezza del reale con la fiducia che basti nominare la pace per cambiare la realtà.

È un genere rispettabile, in certe stagioni perfino necessario. Non è politica estera. La distanza fra le due cose la stanno misurando altri, sul terreno, con strumenti che non conoscono la parola caparra.

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