Medio Oriente

Hormuz è petrolio, Bab el-Mandeb è commercio: la differenza che divide l’Occidente

L’avanzata degli Houthi verso Bab el-Mandeb modifica gli equilibri del Mar Rosso e minaccia direttamente il commercio europeo. Mentre Trump rifiuta di intervenire e l’Arabia Saudita paga le proprie contraddizioni strategiche, all’Europa resta una scelta difficile: proteggere una rotta essenziale oppure lasciare anche questo passaggio sotto

Hormuz è petrolio, Bab el-Mandeb è commercio: la differenza che divide l’Occidente
Donatello D'AndreaDonatello D'Andrea14/09/2026Aggiornato 17/10/20268 min lettura1.683 parole

In Italia se ne parla ancora poco. Le prime pagine sono occupate da altro, i telegiornali seguono i ritmi dell’agenda domestica e la crisi di Hormuz ha già esaurito buona parte dell’attenzione disponibile per le questioni geopolitiche mediorientali.

Eppure, nelle ultime 48 ore, è accaduto qualcosa che cambierà in modo significativo la mappa del potere marittimo globale e che avrà conseguenze dirette sul commercio europeo, sui prezzi delle merci e sulla stabilità di un’intera regione. Gli Houthi dello Yemen, in un’offensiva lampo durata meno di 18 ore, hanno preso il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb, la porta meridionale del Mar Rosso.

Chi ricorda le crisi del Mar Rosso del 2023-2024 sa già di cosa stiamo parlando. Chi non le ricorda deve sapere che da quello stretto passa circa il 12 per cento del commercio mondiale, che è la porta di accesso al Canale di Suez – e quindi alla rotta più breve tra Asia ed Europa – e che la sua chiusura o anche solo la sua destabilizzazione produce effetti immediati sulle catene di approvvigionamento globali, sui costi di trasporto, sui premi assicurativi e, in ultima analisi, sui prezzi di tutto quello che compriamo nei negozi europei.

Non è una crisi lontana. È una crisi che arriva direttamente a casa nostra.

Come è successo: un’offensiva che ha sorpreso tutti

L’avanzata houthi è stata rapida e devastante per le forze governative yemenite. In sequenza rapida, le milizie filo-iraniane hanno conquistato il porto strategico di Mokha – storico snodo del commercio mondiale del caffè, a circa 70 chilometri dallo stretto – poi le isole Hanish e Zuqar attraverso un assalto anfibio e, infine, l’isola di Perim, situata al centro del passaggio marittimo, che divide Bab el-Mandeb nelle sue due corsie di navigazione.

Le forze governative si sono ritirate senza riuscire a opporre resistenza efficace, cedendo di fatto l’intero litorale yemenita sul Mar Rosso.

Il portavoce militare degli Houthi ha dichiarato che la navigazione internazionale attraverso lo stretto sarà «libera e sicura» per tutti, ad eccezione delle navi saudite, colpite da un embargo marittimo proclamato dal gruppo a luglio. È la stessa formula che l’Iran ha usato per Hormuz: controllo dello stretto senza chiusura immediata, per dare alla comunità internazionale il tempo di digerire il cambiamento prima che la leva venga usata in modo più aggressivo.

Il Brent ha già superato i 100 dollari al barile.

La pinza iraniana: Hormuz più Bab el-Mandeb

Il significato strategico di quello che è accaduto va molto oltre il conflitto yemenita. Combinato al blocco dello stretto di Hormuz – dove il traffico navale è sceso sotto le dieci unità al giorno dall’inizio della crisi con gli Stati Uniti – il controllo di Bab el-Mandeb consente a Teheran di stringere contemporaneamente i due chokepoint fondamentali per il commercio marittimo globale.

Come ha scritto Euronews, «circa un terzo del commercio marittimo mondiale è ora sotto controllo ostile». Non è un’esagerazione.

Ma c’è una distinzione cruciale che quasi nessun commento italiano sta facendo e che cambia radicalmente il calcolo geopolitico: Hormuz e Bab el-Mandeb non sono la stessa cosa e non colpiscono gli stessi interessi.

Hormuz è un chokepoint energetico: il suo blocco alza direttamente il prezzo della benzina negli Stati Uniti e Trump ha un interesse immediato e politicamente sensibile a riaprirlo. Bab el-Mandeb è prevalentemente una rotta per le merci di consumo che vanno dalla Cina all’Europa. Colpisce le catene di approvvigionamento europee, i porti mediterranei, i costi delle importazioni nell’Unione Europea – ma non colpisce in modo diretto e immediato i prezzi dell’energia americana.

Questa distinzione spiega tutto quello che è accaduto nelle ultime ore sul fronte diplomatico.

Trump casca in piedi, ma il conto arriverà

L’Arabia Saudita ha chiesto l’intervento militare americano contro gli Houthi. Mohammed bin Salman ha telefonato due volte a Trump giovedì, esortandolo ad attaccare le milizie mentre si avvicinavano allo stretto. Trump ha detto no. E nel breve periodo, sul piano della logica di interesse nazionale immediato, Trump ha ragione.

Bab el-Mandeb è uno stretto euro-cinese, non americano. Le navi che lo attraversano portano merci dalla Cina all’Europa e dall’Europa all’Asia. Il commercio energetico che transita da lì non alimenta i mercati americani in modo diretto. Se Bab el-Mandeb si destabilizza, a pagare il conto immediato sono gli europei, i cinesi, gli egiziani con il Canale di Suez. Non gli americani, almeno non subito.

C’è poi la dimensione politica. Il disimpegno americano da questa crisi è anche una punizione deliberata nei confronti dell’Arabia Saudita per le scelte degli ultimi mesi. Riad aveva rifiutato di aderire agli Accordi di Abramo, aveva inviato una delegazione al funerale di Khamenei, aveva lanciato “l’Accordo della Mecca” – un patto di difesa con Pakistan ed Egitto – e aveva rifiutato di lasciare usare le proprie basi militari per colpire l’Iran.

Quando Hormuz era in gioco, i sauditi si erano fatti da parte. Ora pagano il conto. Trump non si dispiace se MBS vede le conseguenze di quelle scelte: il disimpegno da Bab el-Mandeb non è debolezza strategica, è un messaggio politico preciso.

Nel breve periodo, dunque, Trump vince politicamente: delega il problema a europei e cinesi, punisce un alleato inaffidabile e non espone gli Stati Uniti a un conflitto in cui l’interesse nazionale immediato è limitato.

Ma nel medio periodo la partita si riapre inevitabilmente. Il precedente iraniano sui chokepoint si consolida. La pressione sull’Arabia Saudita come partner regionale aumenta. L’influenza cinese nel Golfo cresce nel vuoto lasciato da Washington. E un sistema internazionale in cui due stretti fondamentali sono sotto controllo ostile produce instabilità che prima o poi torna a colpire anche gli interessi americani.

Il conto arriverà. Non oggi, ma arriverà.

L’Arabia Saudita ha sbagliato tutto

La lettura militare di questa crisi è impietosa per Riad. L’Arabia Saudita ha aperto un fronte con gli Houthi usando solo una parte delle milizie disponibili – quelle filosaudite e legate all’ex presidente Saleh – in un momento in cui non era riuscita a vincere quella guerra nemmeno con tutte le milizie unite, l’alleanza con gli Emirati Arabi, i contractor sudanesi e colombiani e la piena capacità militare coalizzata per anni. La scelta tattica è incomprensibile.

L’aviazione saudita, notoriamente inefficace nella guerra in Yemen nonostante i miliardi spesi in armamenti occidentali, non ha saputo dare supporto aereo efficace alle truppe di terra. Il risultato è che le forze houthi hanno travolto le milizie pro-Saleh fino a Mokha in poche ore e ora controllano la costa che porta direttamente allo stretto.

Nel frattempo, le raffinerie saudite vengono colpite da missili e droni houthi, confermando che Riad sta combattendo su due fronti simultaneamente con una capacità militare che si è dimostrata inadeguata su entrambi.

Non è solo un fallimento militare. È il risultato prevedibile di una politica regionale che ha cercato di giocare su troppi tavoli contemporaneamente senza avere le risorse e la coerenza strategica per farlo. L’Arabia Saudita ha cercato di costruire un’alternativa alla garanzia americana mentre ne dipendeva ancora completamente per la propria sicurezza. Ora scopre che l’alternativa non è ancora pronta e la garanzia americana non è più automatica.

Vale la pena, però, chiudere con una considerazione strategica che in pochi hanno colto. Sembrerà una banalità, ma un conto è prendere una posizione, un altro è saperla difendere.

Gli Houthi sono una forza guerrigliera costruita per combattere nelle montagne dello Yemen, dove il terreno favorisce la difesa, la mobilità è limitata e il vantaggio dell’aviazione avversaria si riduce drasticamente. La costa, la pianura e le isole conquistate in questi giorni sono un ambiente radicalmente diverso: terreno aperto, linee di approvvigionamento esposte, posizioni difficili da difendere contro un’aviazione che può finalmente operare con maggiore efficacia.

L’isola di Perim, in particolare – isolata, circondata dal mare, difficile da rifornire – è una posizione tattica che richiede capacità logistiche e navali che gli Houthi non hanno mai dovuto sviluppare nelle loro campagne in altura.

I combattimenti sono ancora in corso e la controffensiva delle forze governative yemenite, per quanto limitata, non si è fermata. Il colpo strategico di questi giorni è reale, ma la sua stabilità nel tempo non è affatto garantita.

Chi paga il conto della crisi

Bab el-Mandeb non è uno stretto americano. È uno stretto europeo. Da lì passa la rotta più breve tra l’Asia e il Mediterraneo: componenti industriali, prodotti elettronici, beni di consumo di ogni tipo che dall’Asia arrivano nei porti europei attraverso il Canale di Suez.

Secondo UNCTAD, già nel 2024 il dirottamento delle navi su rotte alternative aveva fatto crescere del 17 per cento i tonnellaggi-miglio percorsi dalla flotta mondiale. Se le navi devono circumnavigare l’Africa passando dal Capo di Buona Speranza, i costi aumentano, i tempi si allungano, i prezzi salgono. Non è un problema astratto: è inflazione diretta sulle famiglie europee.

L’Egitto ha gli incentivi strutturali più forti per reagire: il Canale di Suez genera 7-8 miliardi di dollari annui che dipendono direttamente da questa rotta. Se Bab el-Mandeb si chiude, Suez si chiude. Ma l’Egitto da solo non ha la capacità militare per rispondere in modo risolutivo.

La Cina ha un interesse enorme nella rotta, ma preferisce il metagioco: non intervenire direttamente e presentarsi come garante della stabilità quando sarà il momento di raccogliere i dividendi diplomatici.

L’Europa non è priva di strumenti né di precedenti. L’operazione Atalanta ha operato per anni in queste acque contro la pirateria somala. L’operazione Aspides è stata lanciata nel febbraio 2024 proprio in risposta agli attacchi houthi nel Mar Rosso. L’UE ha capacità navale, precedenti operativi e legittimità istituzionale per agire in questo teatro.

Ma quello che sta succedendo oggi è qualitativamente diverso. Le operazioni precedenti rispondevano ad attacchi contro navi in transito: scorta, deterrenza, protezione dei convogli. Oggi gli Houthi non attaccano navi – controllano territorio, coste e isole che dominano fisicamente il passaggio.

Non è pirateria da contrastare con navi di scorta: è controllo territoriale di un chokepoint internazionale da parte di una forza parastatale con pieno backing iraniano. La risposta richiesta implica prendere posizione in un conflitto più ampio, con il rischio di escalation con Teheran.

È una decisione che richiede coraggio politico e coesione strategica. Il commercio europeo che passa da quello stretto è una posta abbastanza alta per trovarli entrambi.

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