Antisemitismo
Destra e sinistra unite nel difendere il diritto di dire le proprie porcate in santa pace
La destra del free speech e la sinistra contraria al disegno di legge sull’antisemitismo finiscono per incontrarsi nello stesso punto: entrambe rivendicano il diritto di pronunciare le proprie oscenità senza che altri possano chiamarle con il loro nome. Non difendono davvero la libertà di parola, ma

Avete notato che la destra del free speech e la sinistra contraria al disegno di legge sull’antisemitismo si scoprono alleate nella difesa dello stesso privilegio? Il diritto di continuare a dire le proprie oscenità senza che nessuno possa chiamarle con il loro nome. Le parole degli altri producono odio e devono essere giudicate per i loro effetti; le proprie sono provocazioni, ironia o opinioni scomode che il sistema vorrebbe mettere a tacere.
La nuova destra ha trasformato la libertà d’espressione nella pretesa di parlare senza conseguenze. Se una frase razzista, sessista o omofoba provoca proteste, esclusioni o semplicemente una risposta indignata, ecco comparire la censura, il pensiero unico e la dittatura del politicamente corretto.
Per anni la sinistra ha risposto che le parole non sono mai innocenti. Costruiscono un clima, consolidano pregiudizi, disumanizzano le minoranze e talvolta preparano la violenza. Non conta soltanto l’intenzione dichiarata da chi parla: contano il linguaggio utilizzato, gli stereotipi richiamati e l’effetto prodotto su chi ne è il bersaglio. Da questa convinzione sono nati codici di condotta, moderazione delle piattaforme, programmi di formazione e monitoraggio delle discriminazioni.
Poi il discorso è arrivato agli ebrei e una parte della sinistra ha scoperto improvvisamente il liberalismo ottocentesco.
Il disegno di legge sull’antisemitismo non introduce un solo reato. Non prevede pene, sanzioni o nuovi poteri di denuncia. Adotta la definizione operativa dell’IHRA, istituisce una Strategia nazionale e dispone attività di monitoraggio, formazione, ricerca e informazione nelle scuole, nelle università, nelle istituzioni e nel servizio pubblico. Stabilisce inoltre espressamente che restano ferme la libertà di critica politica e di espressione del pensiero e le libertà di riunione e associazione.
Eppure viene raccontato come una «museruola», una «legge bavaglio», uno strumento destinato a criminalizzare la solidarietà con i palestinesi e la critica a Israele.
Quale opinione impedirebbe di esprimere? Nessuna. Quale critica al governo israeliano trasformerebbe in reato? Nessuna. Quale manifestante manderebbe in prigione? Nessuno.
Il problema non è che il disegno di legge impedisca di parlare. È che introduce una definizione e sottrae a chi parla il diritto esclusivo di stabilire se ciò che ha detto sia antisemita. Non minaccia una condanna penale, che non esiste. Minaccia qualcosa di assai più intollerabile per chi si è abituato all’impunità morale: la possibilità di essere finalmente chiamato con il proprio nome.
Per ogni altra minoranza non è sufficiente dichiararsi innocenti. Se una persona accusata di razzismo rispondesse che non voleva offendere nessuno, le verrebbe spiegato che l’intenzione non cancella il pregiudizio.
Quando la minoranza è quella ebraica, invece, l’autocertificazione torna sufficiente. «Non attaccavo gli ebrei, criticavo Israele». «Non negavo il diritto all’esistenza dello Stato ebraico, contestavo il sionismo». «Non stavo usando un antico pregiudizio, denunciavo il potere delle lobby». Chi pronuncia la frase pretende di essere anche l’unico giudice autorizzato a interpretarla. E naturalmente si assolve.
È dentro questo clima che, dopo l’aggressione denunciata da un rabbino sessantenne a Milano, per qualche illuminato la circostanza più interessante è diventata la coincidenza con la discussione parlamentare sul DDL antisemitismo. L’episodio, è stato osservato, potrebbe spostare l’opinione pubblica e rendere «più potabile» il disegno di legge.
Un rabbino racconta di essere stato circondato, deriso, privato del cappello e colpito mentre aspettava l’autobus. Le versioni divergono e saranno le immagini, le telecamere e le indagini a ricostruire i fatti. Ma il riflesso politico scatta prima: attenzione, questa storia potrebbe far apparire ragionevole una legge contro l’antisemitismo.
Il problema non è più soltanto che cosa sia accaduto a quell’uomo. È che l’accaduto rischia di disturbare il racconto secondo cui l’antisemitismo sarebbe un’invenzione utilizzata per imbavagliare il dissenso. La realtà diventa sospetta quando fornisce argomenti alla parte sbagliata.
Destra e sinistra difendono così una libertà d’espressione proprietaria. La destra vuole poter insultare una minoranza senza essere definita razzista. Una parte della sinistra vuole poter applicare agli ebrei e a Israele criteri che non accetterebbe per nessun’altra minoranza senza essere definita antisemita. Entrambe chiamano censura il momento in cui qualcuno presenta loro il conto delle parole pronunciate.
Non rivendicano davvero la libertà di parola. Rivendicano il diritto all’ultima parola sulla natura delle proprie parole.
In fondo ciascuno vuole continuare a dire le proprie porcate in santa pace.
Condividi






