Iran
Ottobre, il mese della verità: perché l’Iran può riaprire la crisi nucleare mondiale
Tra la scadenza del meccanismo “snapback” dell’ONU, il destino del programma atomico di Teheran e gli equilibri del Medio Oriente, il prossimo autunno rischia di diventare il passaggio più delicato della non proliferazione dagli accordi del 2015.

Ci sono date che cambiano la storia senza il rumore delle armi. Il 18 ottobre 2026 è una di queste.
Quel giorno scadono definitivamente le ultime disposizioni della Risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il testo che nel 2015 recepisce il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’accordo nucleare firmato da Iran, Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Russia, Cina e Unione europea.
Da quel momento, se non interverranno nuove decisioni politiche, verrà meno anche il meccanismo internazionale che consente di ripristinare automaticamente le sanzioni ONU contro Teheran. È il cosiddetto snapback: uno degli strumenti più importanti mai costruiti dal regime globale di non proliferazione.
In un momento già esplosivo – gli americani continuano a colpire infrastrutture e navi iraniane, mentre gli iraniani si rifanno colpendo più o meno indiscriminatamente tutti i Paesi del Golfo che riescono a raggiungere – proprio questa scadenza potrebbe trasformarsi nella vera “sorpresa di ottobre”.
Non si tratterà, necessariamente, di un test nucleare iraniano, ma certamente sarà la fine dell’ultimo serio deterrente giuridico capace di riportare il programma atomico dei Guardiani della Rivoluzione sotto una pressione multilaterale.
È una prospettiva che preoccupa diplomatici, analisti e governi occidentali perché arriva dopo anni di progressivo svuotamento dell’accordo del 2015 e dopo una guerra sovraregionale che ha praticamente azzerato i rapporti diplomatici tra Teheran, Gerusalemme e Washington.
Dal Golfo Persico all’altopiano iraniano: la geografia della deterrenza
L’Iran occupa una posizione unica nello spazio eurasiatico. Con 1,64 milioni di chilometri quadrati, è il secondo Paese del Medio Oriente per estensione dopo l’Arabia Saudita e rappresenta il ponte naturale tra il Caucaso, l’Asia centrale, il Golfo Persico e l’Oceano Indiano.
A sud controlla, insieme all’Oman, lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota essenziale delle esportazioni mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto.
Questa geografia spiega perché il programma nucleare iraniano non sia mai stato soltanto una questione energetica. Fin dagli anni Cinquanta, quando lo Scià Mohammad Reza Pahlavi aderisce al programma americano Atoms for Peace, l’atomo viene percepito come uno strumento di modernizzazione e prestigio nazionale.
Dopo la rivoluzione islamica del 1979 e soprattutto dopo la guerra Iran-Iraq (1980-1988), la leadership della Repubblica islamica sviluppa invece una diversa convinzione: la sopravvivenza dello Stato – e la distruzione dell’odiato nemico sionista – richiedono una capacità tecnologica capace di scoraggiare qualsiasi aggressione e, al contempo, di proiettare un’efficace minaccia esterna.
È in questo contesto che nasce il lungo confronto nucleare con Israele (unica superpotenza de facto del Medio Oriente) e con le grandi potenze occidentali.
Il lungo tramonto dell’accordo del 2015
Il JCPOA rappresenta il tentativo più ambizioso di congelare il programma nucleare iraniano senza ricorrere alla guerra. Firmato il 14 luglio 2015, impone limiti rigorosi all’arricchimento dell’uranio, riduce il numero di centrifughe operative e sottopone gli impianti iraniani al sistema di ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA).
In cambio vengono progressivamente revocate le sanzioni economiche.
L’equilibrio si rompe nel 2018, quando gli Stati Uniti di Trump si ritirano unilateralmente dall’accordo. Teheran risponde gradualmente superando quasi tutti i limiti previsti dal JCPOA: aumenta le scorte di uranio arricchito, avvia nuove centrifughe più avanzate e porta l’arricchimento fino al 60% di purezza, un livello molto superiore al 3,67% consentito dall’intesa e tecnicamente vicino alla soglia necessaria per un eventuale impiego militare.
L’IAEA sottolinea ripetutamente che nessun altro Paese privo di armi nucleari produce uranio a un livello così elevato.
Il dato più significativo riguarda proprio le scorte accumulate. Secondo le valutazioni più recenti dell’Agenzia, l’Iran dispone di oltre 420 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, una quantità che, se ulteriormente raffinata fino al livello militare del 90%, potrebbe teoricamente fornire materiale fissile per diversi ordigni nucleari.
E ricordiamo che questo arricchimento finale è enormemente più rapido – ed energeticamente meno costoso – di quello che si è reso necessario per arrivare fino alla percentuale del 60%.
Ciò non significa che Teheran possieda una bomba: trasformare il materiale fissile in un’arma richiede progettazione, miniaturizzazione e sistemi di integrazione estremamente complessi. Ma riduce drasticamente il cosiddetto breakout time, cioè il tempo necessario per produrre il materiale di una prima testata.
Lo snapback: l’arma giuridica che può scomparire
La vera posta in gioco dell’ottobre 2026 è tecnologica, ma anche giuridica. Il meccanismo di snapback consente a uno dei partecipanti originari dell’accordo di denunciare una violazione sostanziale dell’intesa e far rientrare automaticamente tutte le sanzioni ONU precedentemente sospese.
È un dispositivo costruito appositamente per impedire che Russia o Cina possano bloccare il ripristino delle misure punitive attraverso il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza.
Francia, Regno Unito e Germania discutono ormai apertamente sulla possibilità di attivarlo prima della scadenza del 18 ottobre. Per i tre Paesi europei sarebbe l’ultima occasione per preservare uno strumento multilaterale destinato altrimenti a scomparire.
Mosca e Pechino, al contrario, contestano questa interpretazione e sostengono che il ricorso allo snapback aggraverebbe ulteriormente la crisi diplomatica.
Il problema è che, una volta scaduta la Risoluzione 2231, ricostruire un nuovo regime sanzionatorio richiederebbe una nuova deliberazione del Consiglio di Sicurezza, dove il veto russo e cinese renderebbe l’operazione politicamente molto più difficile.
In altre parole, ottobre potrebbe segnare il passaggio da un sistema di controllo globale a una frammentazione delle politiche nazionali.
Israele, Stati Uniti e il dilemma della deterrenza
Per Israele la questione assume una dimensione esistenziale. Da oltre quarant’anni la cosiddetta Begin Doctrine sostiene che a nessun Paese ostile possa essere concesso di acquisire capacità nucleari militari.
È la logica che porta al bombardamento del reattore iracheno di Osirak nel 1981 e, più tardi, all’operazione contro l’impianto siriano di Deir ez-Zor nel 2007.
L’Iran presenta però una sfida completamente diversa. Il suo programma è distribuito in numerosi siti, molti dei quali sotterranei e fortificati, come Fordow e Natanz.
Le operazioni militari condotte negli ultimi anni possono rallentare il programma, distruggere infrastrutture e ritardare la produzione, ma difficilmente eliminano completamente il patrimonio scientifico e industriale accumulato in oltre mezzo secolo.
Anche Washington si trova davanti a un dilemma strategico. La pressione militare e le sanzioni economiche hanno aumentato il costo del programma iraniano, ma non hanno impedito l’espansione delle capacità di arricchimento.
Al tempo stesso, un nuovo accordo appare politicamente molto più difficile rispetto al 2015, sia negli Stati Uniti sia in Iran.
L’ottobre che può cambiare Washington e Gerusalemme
La vera incognita è capire quando l’Iran deciderà di usare il proprio peso geopolitico. Da oltre quarant’anni Teheran dimostra una straordinaria capacità di trasformare il calendario politico americano in uno strumento di pressione: dalla crisi degli ostaggi del 1980 fino alle trattative sul nucleare, i momenti decisivi arrivano spesso a ridosso delle elezioni presidenziali o di metà mandato.
L’autunno del 2026 ripropone la stessa dinamica. Donald Trump affronta le elezioni di midterm del 3 novembre con una guerra ancora irrisolta, uno Stretto di Hormuz instabile, quello di Bab el-Mandeb ancora più imprevedibile e una politica mediorientale che non ha ancora prodotto una singola vittoria militare e tantomeno politica.
Anche Israele si trova in una congiuntura delicatissima: le intenzioni di voto nelle prossime elezioni del 27 ottobre sono quanto mai incerte. Come pure il futuro di Netanyahu: indagato per frode, corruzione e abuso d’ufficio, per non parlare della catastrofe del 7 ottobre.
Per Teheran il tempo diventa una risorsa: più si avvicinano queste due elezioni, maggiore è la sua capacità di pressione per evitare un’escalation che possa destabilizzare i mercati energetici e l’opinione pubblica occidentale.
È questo il significato più profondo della possibile “Sorpresa d’Ottobre”. Dobbiamo aspettarci forse non un singolo evento spettacolare, ma una dimostrazione concreta e militare della capacità iraniana di influenzare il ritmo delle crisi, costringendo i nemici di sempre a scegliere tra fermezza e compromesso proprio nel momento di massima vulnerabilità politica.
In Iran si tiene d’occhio con attenzione il calendario politico di Washington e di Gerusalemme.
Condividi






