Antisemitismo
Se gli ebrei dopo il 7 ottobre non si sentono al sicuro neanche dallo psicologo
Dopo il 7 ottobre, due psicologhe di New York hanno fondato Gesher Community Care, una rete di terapeuti formati sull’antisemitismo e sul trauma collettivo ebraico. Il caso di una studentessa israelo-americana della Columbia mostra il problema: perfino nello studio di uno psicologo, alcuni ebrei temono di

Negli Stati Uniti esiste ormai una rete di psicologi alla quale un ebreo può rivolgersi con una garanzia piuttosto singolare: non dover giustificare al terapeuta perché essere ebrei, oggi, possa fare paura.
Si chiama Gesher Community Care ed è nata dopo il 7 ottobre 2023, inizialmente per studenti e docenti dei campus americani. A fondarla sono state Jessica Zmood e Shelly Steinwurtzel, due psicologhe cliniche di New York con una lunga esperienza professionale: Steinwurtzel ha lavorato anche al Columbia University Medical Center, mentre Zmood esercita privatamente dal 2010.
Non arrivavano dall’attivismo politico, ma dalla pratica clinica. E proprio lì raccontano di aver cominciato a ricevere testimonianze di pazienti ebrei che si erano sentiti giudicati o non creduti dai propri terapeuti quando parlavano di antisemitismo, di Israele e del trauma seguito al 7 ottobre.
Il caso forse più significativo è quello di una studentessa israelo-americana della Columbia. Raccontò alla propria terapeuta che alcuni amici minacciavano di troncare i rapporti con lei se non avesse preso le distanze da Israele e dalla propria identità israeliana.
Secondo la sua testimonianza, la terapeuta le rispose di comprendere la reazione degli amici. La ragazza interruppe le sedute. Quando successivamente arrivò da Zmood, prima ancora di raccontarle che cosa stesse vivendo, le chiese se fosse a suo agio nel parlare del Medio Oriente.
Sul sito di Gesher campeggia infatti una domanda che probabilmente racconta più di qualsiasi statistica la condizione che l’associazione vuole affrontare: «Sarò compreso e mi sentirò al sicuro?»
Andare dallo psicologo significa già riconoscere una fragilità. Significa entrare in una stanza nella quale, almeno per un’ora, si dovrebbe poter abbassare la guardia. Se invece, prima di raccontare la propria paura, bisogna verificare che cosa pensi chi abbiamo davanti, la terapia aggiunge una nuova paura.
Immaginiamo allora un ragazzo ebreo particolarmente fragile. Negli ultimi tre anni ha visto il 7 ottobre, gli ostaggi, la guerra, manifestazioni nelle quali Israele viene indicato come uno Stato criminale, aggressioni a persone che portavano segni riconoscibili della propria identità ebraica, discussioni nelle quali sionismo, Israele ed ebraismo finiscono continuamente per sovrapporsi.
Ha visto amici prendere posizione, altri allontanarsi. Magari ha cominciato a chiedersi se mostrare una stella di David sia prudente, se dire di essere stato in Israele richieda una spiegazione, se prima di parlare debba precisare che cosa pensa di Netanyahu.
Non è necessario stabilire che ogni sua paura sia fondata per capire che quella paura esiste.
Ed è proprio una delle ragioni per cui esiste la terapia. Si entra nello studio di uno psicologo anche per chiedere: sto esagerando? Sto leggendo il mondo attraverso la mia angoscia? Posso fidarmi ancora degli altri?
Gesher sostiene che, dopo il 7 ottobre, anche questa certezza sia venuta meno per alcuni pazienti ebrei. Uno studio pubblicato nel 2025 sulle esperienze dei professionisti ebrei della salute mentale ha rilevato tra gli intervistati maggiore preoccupazione per l’antisemitismo, la necessità di proteggere la propria identità ebraica e, in oltre metà del campione, un aumento di burnout e compassion fatigue.
È uno studio limitato, non la fotografia di un’intera professione. Ma il segnale esiste.
Perché l’antisemitismo, per chi ne avverte continuamente la possibilità, può cominciare molto prima di un’aggressione. Comincia nel calcolo: posso dire questa cosa? Posso mettere quella collana? Se difendo Israele, devo prima dimostrare di avere compassione per i palestinesi? Se racconto di avere paura, verrò ascoltato oppure mi verrà spiegato che la mia paura è politicamente sbagliata?
Ed è qui che l’esistenza stessa di Gesher diventa una notizia. Non perché dimostri che molti psicologi americani siano antisemiti. Ma perché abbastanza ebrei hanno sentito il bisogno di cercare un terapeuta sapendo in anticipo che la propria identità non sarebbe diventata materia d’accusa.
Fuori da quella stanza si può discutere di Netanyahu, Gaza, Israele e sionismo. Nello studio di uno psicologo dovrebbe accadere qualcosa di diverso.
Gesher nasce dentro questa crepa. E forse la domanda più inquietante non è quanti ebrei abbiano incontrato davvero un terapeuta incapace di comprenderli.
È che qualcuno abbia sentito il bisogno di costruire un’intera rete affinché un ebreo, nel momento in cui è più vulnerabile, possa entrare in una stanza, chiudere la porta e pensare: almeno qui la mia identità non rischierà di diventere il problema da curare.
Condividi






