Italia: politica, istituzioni e società

La guerra non la crea chi la racconta

Di fronte alla minaccia russa, una parte del dibattito pubblico tratta chi lancia l’allarme come se producesse il pericolo che descrive. È lo stesso riflesso visto durante la pandemia: prendersela con il tampone perché rileva i positivi. Gli allarmi possono essere discussi e contestati, ma chiudere

La guerra non la crea chi la racconta
Alfonso LanzieriAlfonso Lanzieri21/09/2026Aggiornato 17/10/20263 min lettura659 parole

C’è qualcosa nella polemica ricorrente contro quanti richiamano la serietà della situazione internazionale e, nello specifico, la minaccia alla sicurezza del continente europeo che ricorda un atteggiamento già visto durante la pandemia di sei anni fa, che possiamo riassumere così: prendersela con il tampone perché fa aumentare il numero dei positivi.

Naturalmente il paragone va maneggiato con cautela. Il pacifismo, nelle sue molte genealogie, non ha nulla a che vedere con il negazionismo sanitario e sulle misure adottate negli anni del Covid, sui loro costi e persino sui loro eccessi, è stato ed è del tutto legittimo discutere.

L’analogia riguarda un meccanismo più elementare e, forse, più umano: quando la realtà diventa troppo brutta, cresce la tentazione di considerare responsabile della nostra angoscia chi ce la mette davanti agli occhi, scambiando la rivelazione di un rischio con la sua produzione.

I medici che descrivevano la pressione sugli ospedali, ad esempio, non avevano certo creato il virus, ma erano bersagliati sui social perché accusati di voler generare un clima di terrore. Eppure, a un certo punto, una parte della reazione pubblica sembrò trasferire sull’annunciatore una quota dell’ostilità suscitata dall’annuncio.

Se non si poteva eliminare il pericolo, si poteva almeno sospettare di chi continuava a parlarne o a chiedere un cospicuo numero di test.

Qualcosa di simile sembra riaffiorare oggi di fronte alla guerra. Il quadro europeo è diventato più inquietante di quanto molti avrebbero immaginato soltanto pochi anni fa. La guerra russa contro l’Ucraina continua, le istituzioni euro-atlantiche insistono sulla necessità di rafforzare le capacità difensive e la deterrenza, mentre il sistema internazionale mostra una crescente instabilità.

Da tutto questo non discende automaticamente una particolare scelta politica, né tantomeno ne discende che ogni allarme sia fondato o ogni incremento della spesa militare opportuno. Tra constatare un rischio e stabilire come affrontarlo c’è lo spazio intero della politica.

Proprio questo spazio, però, si restringe quando si comincia a trattare la constatazione stessa come una forma di propaganda. Chi scrive che l’Europa deve prepararsi a scenari peggiori viene allora sospettato di desiderarli; parlare di deterrenza diventa quasi sinonimo di volere la guerra.

Il solo ricordare che la pace dipende anche dai comportamenti di chi può violarla viene interpretato come un attentato alla pace medesima. È una singolare inversione: il termometro diventa responsabile della febbre.

Purtroppo, il clima di guerra l’hanno creato coloro che hanno iniziato la guerra (il giro di valzer l’ha aperto Putin), non coloro che ne parlano.

Naturalmente esiste anche il rischio opposto. Le società possono essere governate attraverso la paura. Il linguaggio dell’emergenza può diventare una comoda scorciatoia per sottrarre decisioni importanti al confronto pubblico, d’accordo. Lo abbiamo imparato proprio negli anni della pandemia.

Per questo ogni diagnosi deve essere discussa, verificata, contestata quando occorre. Ma discutere un allarme significa domandarsi se corrisponda ai fatti, non rimproverargli di essere troppo allarmante.

Forse è questo il punto più difficile da accettare. Per molti decenni gli europei hanno potuto considerare la guerra una specie di anomalia, un relitto del passato simile alle grandi epidemie di peste che abbiamo studiato a scuola.

Scoprire che non è così produce una comprensibile resistenza psicologica. È assai più rassicurante pensare che siano i giornali a drammatizzare, i governi a inventare nemici, gli esperti a fabbricare emergenze.

La realtà, purtroppo, non diventa meno minacciosa quando smettiamo di misurarla. Il tampone può essere inutile, mal utilizzato, persino prescritto quando non serve. Resta il fatto che non è lui a produrre l’infezione.

E anche un allarme geopolitico può essere esagerato o sbagliato. Ma per stabilirlo bisogna guardare ciò che accade fuori dalla finestra, non prendersela con chi ci invita ad aprirla.

E fuori dalla finestra, in questo momento, se guardiamo verso est, si muovono droni e aerei russi. A ovest, invece, il nostro storico protettore, gli USA, ci dice da tempo che dobbiamo iniziare a cavarcela un po’ più da soli.

Noi siamo in mezzo. Chiudere gli scuri e non aprire a nessuno non basterà.

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