Africa
Il cloro destinato all’acqua potabile finito nelle bombe dell’esercito sudanese
Un’inchiesta basata su documenti e messaggi trafugati rivela che l’esercito sudanese avrebbe utilizzato per produrre bombe chimiche parte del cloro fornito da UNICEF, Croce Rossa e CARE per depurare l’acqua. Un caso che si aggiunge alle controversie sulle istituzioni delle Nazioni Unite.

Quando è stata istituita, nel 1946, l’UNICEF doveva essere, nelle intenzioni dei suoi fondatori, un’organizzazione che proteggesse i bambini laddove ne avessero maggiormente bisogno, in particolare dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale.
Ottant’anni dopo, il lavoro di questa agenzia dell’ONU sembra essere stato sfruttato per raggiungere obiettivi diametralmente opposti rispetto a quelli che si era prefissata alla sua fondazione. Recenti inchieste del New York Times e del Washington Post, basate su circa 150 documenti, fotografie e messaggi trafugati, hanno reso pubblico un progetto lanciato nel 2024 dalle Forze armate sudanesi per realizzare bombe al cloro.
La parte più inquietante è che gran parte del cloro utilizzato per fabbricare le bombe era stato fornito dall’UNICEF, dalla Croce Rossa e dalla ONG CARE, in quanto originariamente destinato a impianti per la depurazione dell’acqua, alla luce di un’epidemia di colera scoppiata nel Paese a causa della scarsità di acqua potabile.
Già nel maggio 2025, il governo statunitense aveva accusato l’esercito sudanese di aver utilizzato armi chimiche, ma in quel momento le prove concrete disponibili erano scarse. Le recenti inchieste hanno gettato ulteriore luce sulla questione.
Tra le prove presentate dal New York Times figura, ad esempio, il video, inviato a un ufficiale sudanese, di un uomo gravemente ustionato e presumibilmente vittima di queste armi chimiche. Nel messaggio indirizzato all’ufficiale, oltre al video, compariva la scritta «la tua cucina», come per dire che lui o l’esercito ne era responsabile.
Secondo la rivista Foreign Policy, dall’inizio dell’attuale guerra civile, scoppiata nel 2023 tra le Forze armate sudanesi e le RSF (Rapid Support Forces), sarebbero morte oltre 150.000 persone. Tuttavia, è difficile ottenere cifre esatte, anche perché non è facile distinguere tra i morti in guerra e quelli uccisi dalla carestia e dalle malattie.
Inoltre, almeno nove milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case, 4,5 milioni hanno abbandonato il Paese e 19,5 milioni sono vittime di denutrizione.
Il coinvolgimento, seppure involontario, dell’UNICEF in questa vicenda è solo l’ultimo di una serie di episodi controversi relativi all’ONU e alle sue istituzioni avvenuti negli ultimi mesi.
Ad agosto, l’Eritrea è stata scelta per presiedere il Social Forum 2026 del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite. E questo nonostante l’Eritrea, secondo Freedom House, che misura il grado di tutela dei diritti politici e delle libertà civili nel mondo su una scala da 1 a 100, ottenga appena 3 punti, risultando uno dei Paesi meno liberi al mondo. Dal 1993, quando il Paese ha ottenuto l’indipendenza dall’Etiopia, non vi si sono mai tenute elezioni democratiche.
A luglio, invece, l’Algeria è stata eletta alla guida del Consiglio economico e sociale dell’ONU. Il Paese nordafricano ha un punteggio di 31 su 100 nella classifica di Freedom House, in quanto dissidenti e giornalisti indipendenti vengono spesso arrestati.
Ma ciò non le ha impedito di essere nominata alla guida di un ente dell’ONU che regola le associazioni per i diritti umani, supervisiona la Commissione ONU per i diritti delle donne e adotta risoluzioni su una vasta gamma di questioni, che vanno dalla libertà di Internet al trattamento dei detenuti nelle carceri.
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