Israele

Che cosa non vedevamo noi mentre guardavamo Israele?

Per due anni le televisioni israeliane hanno raccontato soprattutto il 7 ottobre, gli ostaggi e una società in guerra, lasciando Gaza sullo sfondo. Ma descrivere questa parzialità come semplice adesione alla propaganda governativa rischia di produrre un’altra narrazione incompleta. Prima di chiederci che cosa non vedessero

Che cosa non vedevamo noi mentre guardavamo Israele?
Alessandro TedescoAlessandro Tedesco22/09/2026Aggiornato 17/10/20264 min lettura727 parole

C’è qualcosa di vero nell’articolo di Francesca Caferri “Sulle tv israeliane solo il 7 ottobre, così Israele non si accorge di Gaza”, pubblicato da Repubblica il 18 settembre 2026. Ed è proprio questo a renderlo discutibile.

Per due anni, scrive Caferri, le televisioni israeliane hanno raccontato soprattutto il 7 ottobre, gli ostaggi e la guerra vista da Israele, lasciando quasi fuori campo la sofferenza della popolazione palestinese. Il giornale ne ricava un quadro severo: un Paese che, attraverso i propri media, avrebbe finito per non vedere Gaza.

Ma tra un fatto e la sua interpretazione c’è sempre uno spazio. Ed è in quello spazio che dovrebbe lavorare il giornalismo.

Una cara amica italiana che vive a Tel Aviv mi racconta una cosa molto simile e, nello stesso tempo, completamente diversa.

La televisione israeliana, dice, era occupata per oltre il novanta per cento da ciò che accadeva dentro Israele. Gli allarmi. I missili in arrivo. Quelli intercettati. I feriti. I morti. I funerali dei soldati trasmessi quasi quotidianamente. Le famiglie evacuate dal nord e dal sud. Le scuole che aprivano e chiudevano secondo il livello di allarme.

E soprattutto gli ostaggi.

I familiari, le fotografie, le trattative, le date annunciate e poi rinviate, quelli che sarebbero tornati e quelli che non tornavano. Un’attesa diventata rito nazionale.

Di Gaza arrivava molto meno: i tunnel, le operazioni dell’esercito, le immagini di alcune zone colpite, gli spostamenti della popolazione palestinese.

Fin qui, dunque, Repubblica non inventa nulla.

È dopo che comincia il problema.

Perché definire questa rappresentazione semplicemente come adesione alla “narrativa del governo” significa togliere dall’inquadratura qualcosa di enorme: Israele era un Paese in guerra e quella era una televisione di guerra.

Questo non rende meno reali i bambini morti a Gaza. Non rende meno devastanti i bombardamenti. Non assolve un governo dalle responsabilità delle proprie decisioni. Ma spiega perché un cittadino israeliano, accendendo il televisore, vedesse innanzitutto i missili che stavano arrivando sulla propria città, le famiglie evacuate e i volti degli ostaggi.

E soprattutto impedisce un passaggio pericolosamente semplice: da “gli israeliani vedevano poco Gaza” a “gli israeliani non volevano vedere Gaza”.

Sono due affermazioni molto diverse.

La stessa testimonianza introduce inoltre una distinzione che lo stesso articolo di Repubblica riconosce: la televisione non coincideva con l’intero sistema informativo israeliano. Haaretz manteneva una prospettiva fortemente critica; altre testate offrivano letture differenti; chi voleva poteva accedere alla stampa internazionale.

Repubblica cita infatti la pluralità di Haaretz, Yediot Ahronoth e Times of Israel, contrapposta a testate più vicine al governo.

Allora la questione diventa più interessante.

Durante una guerra ogni comunità tende a osservare innanzitutto le proprie vittime. Gli israeliani vedevano gli ostaggi e i missili. In una parte dell’opinione pubblica europea dominavano invece le immagini di Gaza.

La mia interlocutrice descrive così l’altra metà dello specchio: mentre in Israele Gaza rimaneva sullo sfondo, all’estero spesso “nessuno capiva e voleva mostrare cosa accadeva in Israele”, la società ancora traumatizzata dal 7 ottobre e una paura dei pogrom che, nella memoria ebraica, non appartiene soltanto ai libri di storia.

Sono percezioni, naturalmente. Non statistiche. Ma servono a ricordarci una cosa elementare: anche chi denuncia una narrazione parziale può costruirne un’altra.

Ed è qui che il discorso incontra il dibattito italiano sull’antisemitismo.

Il Parlamento sta discutendo un disegno di legge contro l’antisemitismo, già approvato dal Senato il 4 marzo 2026. Il punto più discusso è la definizione scelta dal testo, elaborata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto: riconosce anche i casi in cui l’ostilità verso Israele diventa un modo per colpire gli ebrei in quanto tali.

Amnesty International e altre organizzazioni temono che alcune formulazioni possano comprimere la libertà di espressione e confondere l’antisemitismo con la critica alle politiche dello Stato d’Israele.

Sono obiezioni che una democrazia deve discutere.

Ma proprio per questo occorre anche custodire con estrema attenzione il confine opposto: criticare Netanyahu non significa attribuire a un intero popolo una colpa collettiva; denunciare ciò che accade a Gaza non richiede di cancellare ciò che è accaduto il 7 ottobre; comprendere il trauma palestinese non obbliga a considerare quello israeliano una costruzione propagandistica.

La televisione israeliana era parziale?

Probabilmente sì, nel senso più letterale della parola: raccontava soprattutto una parte.

Ma prima di domandarci perché gli israeliani non vedessero ciò che vedevamo noi, potrebbe essere utile porci anche la domanda inversa.

Che cosa non vedevamo noi mentre guardavamo loro?

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