Libri & Letteratura
Empatia suicida: la diagnosi di Saad e il suo punto cieco
La critica all’empatia senza limiti di Gad Saad, autore di Empatia suicida, coglie nel segno quando chiede di valutare le conseguenze delle scelte politiche. Il libro, però, usa la stessa spiegazione per fenomeni molto diversi e lascia aperta una questione: se a guidarci sono soprattutto reciprocità

Una virtù può diventare pericolosa quando smarrisce il senso del limite? È la domanda che attraversa Empatia suicida. Morire per essere gentili di Gad Saad, psicologo evoluzionista canadese noto per le sue polemiche contro una parte della cultura progressista occidentale.
Il bersaglio del saggio, che ha avuto un grosso successo di pubblico ed è tradotto in italiano da Liberilibri, è molto chiaro fin dalla prefazione: per l’autore, compassione, inclusione e tutela dei gruppi vulnerabili sarebbero diventate, in una parte delle élite politiche e culturali, criteri capaci di prevalere sulla realtà dei fatti, sulla responsabilità individuale, sulla meritocrazia, sulla reciprocità e sulla sicurezza collettiva.
Tradotto sul piano pratico, significa che, per Saad, il campo progressista sponsorizza politiche per l’immigrazione senza controllo, giustizia penale troppo permissiva verso certe tipologie di imputati, politiche identitarie, welfare eccessivamente generoso e multiculturalismo come altrettante manifestazioni della medesima deformazione che lo abita, che l’autore definisce”empatia suicida”, che impone di non considerare mai i possibili conflitti tra beni che l’azione politica in genere deve affrontare, né il vincolo ineludibile alle risorse disponibili.
“Oltre ad essere infinitamente gentile con i migranti scarsamente controllati – scrive Saad – l’empatia suicida può indurre le persone a preoccuparsi più degli stupratori e di altri criminali che delle loro vittime. Da questo punto di vista, i criminali sono le vere vittime della società. Sono criminali con la mente pulita, nati nobili e perfetti, purtroppo corrotti dal nostro malvagio ordine sociale. Ritengo quindi che molte pessime politiche siano giustificate dall’empatia suicida, che invoca la falsa scienza consolidata al fine di ignorare i compromessi intrinseci di tali politiche, poiché agire diversamente sarebbe interpretato come un tabù moralmente ripugnante” (p. 15).
Saad, giova specificarlo, non considera l’empatia in sé un difetto. La presenta, al contrario, come una disposizione profondamente radicata nella natura sociale dell’essere umano, capace di favorire cooperazione e altruismo. Il problema comincia quando essa viene mal calibrata: può rivolgersi verso il destinatario sbagliato, diventare sproporzionata oppure indurre a giudicare un’azione dalla bontà dell’intenzione che la anima, trascurandone gli effetti. Così una virtù può diventare un principio autodistruttivo, suicida, appunto.
Il libro è abbastanza voluminoso (quasi 300 pagine) e la questione posta viene affrontata esplorando diverse sfaccettature. Tuttavia possiamo forse riassumere la diagnosi del libro in tre direttrici fondamentali.
La prima riguarda le conseguenze delle decisioni. Parlando di”miopia empatica degli effetti di primo ordine”, Saad stigmatizza quei comportamenti individuali e politici che tendono a concentrare l’attenzione sulla sofferenza che si trova immediatamente davanti a noi e a trascurare i costi che la risposta a quella sofferenza produrrà altrove o in futuro:
“L’empatia suicida è intrinsecamente cieca al pensiero causale. Si crogiola nel mondo degli effetti di primo ordine. Se milioni di rifugiati desiderano entrare illegalmente nel tuo Paese, sii empatico e lasciali rimanere. Problema risolto. Al diavolo le conseguenze future. Se milioni di persone entrano legalmente nel tuo Paese, anche se provengono da società perfettamente antitetiche ai tuoi valori, non preoccuparti. Andrà tutto bene. Si assimileranno. La morte di George Floyd per mano della polizia richiede che tu mostri empatia verso le comunità di colore. Quindi, se sostieni con grande alacrità la necessità di tagliare i fondi alla polizia, va tutto bene. Il fatto che un numero minore di poliziotti porterà ad un aumento dei tassi di criminalità nelle comunità in questione è qualcosa che appartiene a un futuro lontano. Sii empatico ora. Il futuro si risolverà da sé” (p. 259).
La seconda direttrice ha a che fare col tema della responsabilità. Nel capitolo significativamente intitolato”Criminali tabula rasa”, Saad contesta la tendenza a spiegare totalmente il comportamento criminale attraverso povertà, discriminazione, ambiente familiare o traumi fino al punto, a suo giudizio, di attenuare la responsabilità dell’autore del reato.
La compassione rischierebbe così di spostarsi progressivamente dalla vittima al colpevole: conoscere le cause di un comportamento diventerebbe quasi un motivo per giustificarlo. In questo come in altri punti, Saad cita fatti di cronaca:
“L’empatia progressista è davvero illimitata, in quanto si applica anche agli assassini recidivi. Reginald Lively era stato condannato per due omicidi, nel 1986 e nel 2000, ed era stato rilasciato in anticipo per entrambi per poi commettere il suo terzo omicidio nel 2021. Oppure prendiamo Washington Pearson, condannato per violenza sessuale nel 2024. La sua fedina penale contava centonovantasette precedenti penali a partire dal 1987. Non avremmo potuto concedergli la cortesia empatica di raggiungere un numero tondo come duecento prima di condannarlo con il massimo della pena? Siate gentili con i criminali” (p. 121).
Il sistema giudiziario statunitense, argomenta l’autore, sarebbe molto empatico coi criminali: concede seconde chance e attenuanti a chi si macchia di reati anche gravi, fino al punto di non proteggere adeguatamente i cittadini onesti. Anche qui il problema posto non è irrilevante. Una società deve certamente comprendere le condizioni ambientali che possono favorire devianza e crimine, ma deve anche stabilire quanto spazio attribuire alla capacità dell’individuo di rispondere delle proprie azioni.
La terza direttrice del discorso concerne il rapporto fra compassione e conoscenza. Saad sostiene – e a nostro avviso è probabilmente questo il punto più interessante del libro – che, quando una posizione politica viene investita di un forte significato morale, anche la discussione dei dati che la sostengono può diventare sospetta.
Se una determinata politica viene presentata come necessaria per proteggere persone vulnerabili, domandarne i costi o mettere in discussione alcune delle sue premesse che si vogliono fattuali o addirittura scientifiche rischia di apparire come un gesto ostile verso quelle stesse persone. Saad riporta molti casi tratti dalla storia della scienza per suffragare l’idea per la quale certi pregiudizi consolidati e assimilati a valori politici ostacolano un’onesta analisi dei fatti.
In verità, non tutti i casi scelti ci sembrano del tutto pertinenti, e avremmo qualche riserva nell’inserire, come fa l’autore, il caso del medico ungherese Semmelweis, che nell’800 salvò la vita di molte neomamme suggerendo la disinfezione delle mani ai colleghi che operavano nel reparto di ostetricia, e chi ha obbligato al vaccino durante la pandemia di Covid, ma qui il discorso ci porterebbe troppo lontano.
L’empatia suicida, in altre parole, agirebbe dunque anche quando il desiderio di proteggere qualcuno restringe lo spazio entro il quale è considerato moralmente accettabile discutere. In altre parole, le autentiche o presunte battaglie per il progresso sociale, o delle mere opzioni ideologico-politiche decidono il campo delle cose ammissibili o non ammissibili nella libera ricerca:
“Il punto non è mai quello di far progredire la conoscenza umana attraverso la scienza, la ragione e la logica, ma di creare narrazioni di empatia e cura radicate in una rete ricorsiva senza fine di vittimismo intersezionale. Il metodo scientifico, ovvero l’epistemologia per la ricerca della verità, diventa secondario rispetto a un’epistemologia della cura” (p. 68).
La provocazione di Saad ha una sua forza. Le buone intenzioni non garantiscono buoni risultati. Nessun fine moralmente desiderabile elimina la necessità di discutere i mezzi impiegati per raggiungerlo. Il libro costringe inoltre a fare i conti con una questione che la politica tende facilmente a rimuovere: ogni scelta distribuisce costi e benefici fra persone differenti e spesso proteggerne alcune significa imporre oneri ad altre. La prudenza consiste precisamente nel non lasciare fuori dal campo visivo queste conseguenze.
La parte più convincente dell’argomentazione di Saad riguarda forse l’ambivalenza dell’empatia. L’autore insiste sul fatto che essa non costituisce, di per sé, una garanzia morale: può orientare verso la cura e l’altruismo, ma può anche essere manipolata, diventare selettiva, restringere il campo dell’attenzione e produrre conseguenze dannose tanto per chi la prova quanto per chi ne è destinatario.
Lo stesso Saad ricorda che l’empatia può intrecciarsi con l’inganno e perfino con l’aggressività, e dedica alcune pagine ai suoi possibili”lati oscuri”. Su questo terreno la sua tesi è difficilmente liquidabile: la capacità di sentire o comprendere l’esperienza altrui non contiene ancora, al proprio interno, il criterio capace di stabilire quale uso debba esserne fatto.
Il problema nasce quando questa intuizione, plausibile finché resta circoscritta, viene trasformata in una categoria esplicativa molto più ampia. Nel libro, l’”empatia suicida” viene chiamata in causa per comprendere fenomeni estremamente diversi: politiche migratorie, giustizia penale, multiculturalismo, welfare, programmi di diversità e inclusione, politiche identitarie, atteggiamenti verso la scienza. Che in ciascuno di questi ambiti possa intervenire una componente empatica più o meno distorta e distorcente è verosimile. Molto meno evidente è che tale componente costituisca la chiave principale per comprenderli. Ricondurre tutto questo a una medesima patologia emotiva rende la diagnosi potente sul piano polemico, ma meno precisa su quello analitico.
È qui, probabilmente, che il libro solleva una seconda questione, ancora più importante. Una volta riconosciuto che l’empatia non può governare da sola le decisioni pubbliche, quale criterio dovrebbe limitarla? Saad insiste sulla reciprocità, sulla responsabilità individuale, sulla valutazione delle conseguenze, sulla sicurezza e sull’interesse della comunità. Sono criteri seri e, in molti casi, indispensabili. Ma non sono neutrali. Essi esprimono già una certa gerarchia dei beni e una certa idea dei rapporti sociali.
Se l’empatia rischia di estendersi fino a ignorare i limiti, anche la logica della reciprocità e dell’autoconservazione può restringersi fino a riconoscere pienamente soltanto chi appartiene al nostro spazio di obbligazioni. Da questo punto di vista, il confronto con la categoria di”società chiusa” adoperata da Henri Bergson ne”Due fonti della morale e della religione” (1932) può essere istruttivo.
La società chiusa non è una società priva di solidarietà. Al contrario, può essere attraversata da legami fortissimi, da fedeltà, sacrificio e senso del dovere. La sua coesione dipende però dal fatto che tali obblighi valgono anzitutto all’interno di un gruppo determinato. Il problema comincia al confine, quando si tratta di stabilire che cosa dobbiamo a chi non appartiene al nostro”noi”, a chi non può ricambiare, a chi non rafforza la nostra comunità e può perfino rappresentare un costo. La morale aperta nasce precisamente quando l’altro non viene considerato soltanto in funzione della reciprocità, dell’utilità o dell’appartenenza.
Dobbiamo chiederci se una critica dell’empatia indiscriminata non possa condurre troppo rapidamente a una morale della protezione del proprio gruppo. Il fatto che una società debba difendersi, porre limiti e stabilire priorità non risolve ancora la questione di ciò che deve a chi resta fuori da quei confini. Tra l’empatia senza misura e l’autoconservazione come criterio dominante esiste uno spazio più ampio, nel quale entrano giustizia, responsabilità, universalità dei diritti e capacità di riconoscere obblighi che non producono necessariamente reciprocità. Questo spazio, a nostro avviso, non è adeguatamente sorvegliato da Saad.
Questi mostra perché l’empatia non possa coincidere con l’intera morale, né possa fondare un programma politico. Resta però aperta la domanda decisiva: i criteri con cui propone di correggerla bastano davvero a fondare una forma migliore di convivenza, oppure rischiano di ricondurci verso una società molto solidale al proprio interno e sempre più chiusa verso l’esterno? È forse qui che l’”empatia suicida”, da categoria critica, dovrebbe diventare a sua volta oggetto di critica.
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