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Saul Bellow o della metafisica come resistenza

Ridurre Saul Bellow a narratore dell’ebraismo di Chicago significa perdere la domanda che attraversa i suoi romanzi: che cosa resta dell’uomo oltre le spiegazioni storiche, sociali e psicologiche? La sua eredità ebraica alimenta una voce aperta anche ad altre tradizioni. Nei personaggi più disordinati e nei

Saul Bellow o della metafisica come resistenza
Massimiliano Pappalardo29/09/2026Aggiornato 17/10/202610 min lettura2.029 parole

Esiste un modo di leggere Saul Bellow che sembra rendergli omaggio e invece lo impoverisce. Consiste nel ridurlo a cronista dell’ebraismo di Chicago, narratore quasi folklorico di un mondo di immigrati alle prese con l’assimilazione. È una lettura diffusa, anche rispettosa nelle intenzioni, ma parte da un equivoco di fondo, perché scambia il materiale con la sostanza, l’ambientazione con il pensiero.

Dico, rischiando l’iperbole, che niente è più estraneo alla vera grandezza di questo scrittore. Bellow appartiene a quella ristrettissima genìa di romanzieri americani capaci di riaprire, dopo Melville e dopo James, la questione dell’anima in un secolo che l’aveva dichiarata chiusa e archiviata insieme alle altre ingenuità metafisiche dell’Ottocento. Non descrive, interroga. Lo fa per l’intera opera, libro dopo libro, senza mai accontentarsi delle risposte che la sociologia o la psicologia del suo tempo gli offrivano già pronte.

La domanda che pone – forse la più antica e insieme la più imbarazzante che la narrativa del Novecento abbia osato riformulare – resta sempre la stessa: che cosa resta dell’uomo quando gli si toglie ogni alibi storico, sociale, psicologico? Ogni romanzo è un nuovo tentativo di rispondere, e anche quando fallisce illumina qualcosa che la letteratura del secolo aveva preferito lasciare in ombra.

Una matrice ebraica presente, non totalizzante

Nato a Lachine, nel Québec, cresciuto a cavallo tra la Montreal yiddish dell’infanzia e la Chicago dell’immigrazione ebraica dell’Europa orientale, Bellow si porta dietro l’eco indelebile di quel mondo, che ritorna in una sintassi che accumula invece di sfoltire, quasi imitando il ritmo respiratorio del racconto orale; in un gusto per la digressione erudita che non teme di interrompere la trama pur di inseguire un’idea; in un’ironia amara – insieme tenera e tagliente – che viene dallo shtetl e filtra ogni tragedia attraverso una battuta.

Farne però la chiave che apre ogni porta del suo universo narrativo sarebbe l’errore da manuale scolastico di ogni critica pigra. L’ebraismo di Bellow è una delle sorgenti della sua voce, non il codice segreto che la spiega tutta intera – e ancora meno l’unica lente da cui leggere un’opera che punta, semmai, all’universale proprio a partire dal particolare.

Confesso un certo sollievo, quasi un conforto intellettuale, nel vedere uno scrittore rifiutare l’etichetta identitaria che i critici gli affibbiano per pigrizia tassonomica, come se la biografia bastasse a esaurire il pensiero. È la stessa lezione che ritrovo ogni volta che torno a Bellow. L’appartenenza non è una gabbia da cui liberare l’opera, e nemmeno un destino da rivendicare come merito. È un punto di partenza che la scrittura vera supera, senza per questo rinnegarlo.

Quando la questione ebraica affiora nella sua forma più esplicita e dolorosa, Bellow non arretra – anche se la affronta quasi per traslato, con la reticenza di chi sa che l’orrore non si racconta impunemente. Ne è un esempio The Bellarosa Connection, la novella che insieme a Mr. Sammler’s Planet costituisce il suo confronto più diretto con la Shoah. Racconta la storia di Harry Fonstein, ebreo polacco salvato in extremis da un’organizzazione clandestina orchestrata – con understatement quasi comico – dall’impresario di Broadway Billy Rose, e della sua vita americana successiva, segnata dal peso incolmabile di un debito di gratitudine mai davvero saldato.

Bellow costruisce una riflessione sulla memoria che è insieme un atto di pietas e un esercizio di scetticismo intellettuale. Il narratore, fondatore di un istituto dedicato proprio all’arte di ricordare, scopre alla fine di aver smarrito ciò che più contava, e in quello smarrimento rivolge l’ironia contro se stesso. Qui non c’è retorica della testimonianza, ma l’ammissione disarmante che la memoria collettiva ebraico-americana rischia di diventare un mestiere, quasi un’istituzione, proprio mentre la memoria vera – quella che brucia nei corpi dei sopravvissuti – si allontana sempre di più da chi non l’ha vissuta.

È qui che l’elaborazione bellowiana della questione ebraica raggiunge la sua massima eleganza intellettuale: non nella rivendicazione, ma nella capacità di interrogare la propria comunità e il proprio bisogno di appartenenza, senza cedere al risentimento o all’autocommiserazione.

Augie March, Herzog, Citrine, Sammler pensano tutti con un timbro riconoscibile, radicato in quella tradizione – nella cadenza, nel gusto per il paradosso, nella familiarità con un pensiero abituato a discutere di Dio come si discute con un vicino di casa. Ma la loro inquietudine è troppo ecumenica – aperta a Spinoza, ai padri della Chiesa, alla tragedia greca, persino al pragmatismo americano – per lasciarsi ricondurre a un’unica origine, per quanto profonda e formativa.

Bellow stesso diffidava dell’etichetta “scrittore ebreo-americano” quando la sentiva usata come gabbia, come dispositivo critico pronto a spiegare tutto e quindi, di fatto, a non spiegare più nulla. Voleva essere letto semplicemente come scrittore americano tout court, cioè uno che pensa anche, non solo, a partire da quell’eredità, e trova proprio in questo eccesso rispetto all’origine la propria libertà.

Una curiosità mai chiusa verso il cristianesimo

Proprio perché la sua ebraicità è anzitutto disposizione mentale più che confessione praticata, Bellow tratta il cristianesimo come un territorio di famiglia, un continente del pensiero che gli appartiene quanto qualsiasi altro, non come un’alterità da tenere a distanza.

In Henderson the Rain King la ricerca inquieta del protagonista prende la forma di un pellegrinaggio che indugia, per traslato e senza mai dichiararlo apertamente, su una vera teologia della grazia immeritata, un dono che nessuno merita e che, paradossalmente, redime proprio per questo. In Herzog, poi, il protagonista dialoga per lettera con Spinoza, con i padri della Chiesa, con Pascal, con Kierkegaard, e lo fa senza il minimo sospetto polemico, come se il problema – la colpa, la redenzione, la voce che chiama nel silenzio – fosse patrimonio comune di ogni tradizione che abbia preso sul serio la domanda su Dio, e non proprietà di nessuna confessione in particolare.

È la curiosità di un intellettuale che rifiuta ogni recinzione tribale del pensiero e si muove tra le tradizioni con la libertà di chi le considera, in fondo, tentativi diversi di rispondere alla stessa domanda. Per questo può misurarsi, senza sentirsi minacciato e anzi con autentica curiosità, con un’America a larga maggioranza cristiana, di cui non teme l’eredità spirituale.

Il debito con Flannery O’Connor, un’affinità più che una dichiarazione

Va detto, con onestà filologica, che non risulta che Bellow abbia mai rivendicato un debito esplicito verso Flannery O’Connor. I due scrittori appartengono, all’apparenza, a mondi lontanissimi. Lui newyorkese-chicagoano, urbano, intellettuale, poliglotta; lei georgiana e cattolica del profondo Sud rurale, segnata dalla malattia e dalla solitudine.

Eppure l’affinità che generazioni di lettori hanno avvertito, leggendo l’uno accanto all’altra, non è un abbaglio critico né una coincidenza superficiale. Entrambi condividono, in pieno secolo del disincanto, una scommessa impopolare nell’America del dopoguerra, ovvero l’idea che il realismo, per dire il vero e non solo il verosimile, debba lasciare varco all’irruzione del sacro nel grottesco, alla frattura che squarcia la superficie levigata delle cose.

In O’Connor la grazia colpisce chi meno se l’aspetta, spesso attraverso la violenza più brutale, quasi che solo lo shock potesse aprire un varco nell’ottusità morale del personaggio. In Bellow la rivelazione raggiunge invece personaggi impresentabili, disordinati, comici – mai per via eroica, ma per umiliazione accettata e infine trasformata in conoscenza.

È il debito di chi, leggendo un altro scrittore, riconosce non un’influenza da citare in nota, ma un compagno di scommessa metafisica – la stessa convinzione, condivisa attraverso confessioni religiose opposte, che il senso abiti le anime sgangherate più che quelle nobili, e che la narrativa seria possa ancora permettersi il mistero e l’irruzione dell’inspiegabile senza scivolare nel sentimentalismo.

Il piano metafisico come argine

Qui sta il nucleo più forte dell’intera opera bellowiana, ciò che Harold Bloom avrebbe chiamato la sua sublimità agonistica. Contro il romanzo modernista che aveva liquidato l’io come finzione esausta, costruzione arbitraria priva di sostanza, e la storia come mattatoio senza senso (un lignaggio letterario che Bellow, nei suoi saggi critici, bollava senza mezzi termini come “letteratura delle vittime”, incapace di immaginare per l’uomo un destino diverso dalla passività), rivendica per il personaggio un residuo irriducibile, un nucleo di coscienza capace di un rapporto con qualcosa che lo eccede, per quanto quel qualcosa resti volutamente innominato, sottratto a ogni definizione dogmatica.

Herzog scrive lettere a Dio, ai filosofi morti, ai vivi indifferenti, come scriverebbe a un amico distratto e inaffidabile che forse non risponderà mai – ma al quale vale comunque la pena di scrivere. Sammler, sopravvissuto alla Shoah e quindi testimone di ciò che l’uomo può infliggere all’uomo, cerca nel dovere morale un’evidenza più solida della storia insensata che lo ha travolto e continua a travolgerlo.

In Bellow la metafisica non è mai dottrina sistematica, né teologia dichiarata; è postura esistenziale, il rifiuto ostinato di lasciare che il personaggio si riduca a funzione sociale, sintomo psicologico o prodotto di circostanze. Un rifiuto che costa caro ai suoi eroi, sempre inadeguati al mondo che li circonda, e che però li salva dalla dissoluzione totale nell’anonimato della storia.

L’umanità irriducibile anche dei cialtroni

Nessuno scrittore americano del secondo Novecento ha trattato con pari pietas i propri farabutti, i propri falliti, i propri piccoli criminali di provincia o di metropoli. Tommy Wilhelm di Seize the Day, fallito e patetico in ogni scelta della sua giornata più nera, guadagna nel pianto finale davanti a uno sconosciuto – al funerale di un altro, non il proprio – una dignità che nessun successo gli avrebbe mai potuto dare, e che anzi il successo, probabilmente, gli avrebbe per sempre precluso.

Rinaldo Cantabile, il piccolo criminale di Humboldt’s Gift, è ridicolo e minaccioso insieme, capace di terrorizzare e al tempo stesso di far ridere nella stessa scena, ma non è mai ridotto a semplice maschera comica o a macchietta. Bellow gli concede una logica interiore coerente, un orgoglio quasi cavalleresco, un codice d’onore tutto suo, per quanto deforme.

Ogni lettore italiano cresciuto tra Svevo e Moravia riconosce, credo, un fratello, quasi un parente stretto della propria tradizione narrativa. Nel farabutto bellowiano c’è la stessa comica, disarmata inadeguatezza che rende i mediocri, i vanitosi, i piccoli traditori delle nostre stesse pagine così stranamente amabili, così difficili da condannare fino in fondo.

Bellow non moraleggia, non assolve, non condanna dall’alto; si nega la scorciatoia del giudizio facile e osserva con un’attenzione quasi talmudica, fatta di pazienza e casistica, come persino nell’imbroglio più meschino sopravviva un frammento d’anima che chiede, in silenzio, di essere riconosciuto. In questa clemenza verso l’infimo – nella capacità di dignificare senza redimere a buon mercato – si misura la sua statura di scrittore maggiore del canone americano del secolo, non minore.

L’abiura del nichilismo, gaudente o disperato

Su questo punto Bellow non lascia margini di ambiguità, né nei saggi né nei romanzi. È forse l’unico punto su cui la sua opera si mostra davvero intransigente. Ha sempre diffidato del nichilismo cupo ed esistenzialista di marca europea, ma forse ancora di più, con un sospetto quasi viscerale, di quello gaudente e consumistico tutto americano, che scambia la libertà da ogni vincolo per profondità e la disponibilità di ogni piacere per emancipazione.

Nei suoi personaggi il disincanto non è mai l’ultima parola; è una tappa dolorosa, quasi necessaria, prima del ritorno a una domanda di senso che nessuna disillusione riesce davvero a spegnere. Herzog smette di scrivere le sue lettere non perché abbia trovato le risposte che cercava, ma perché ha smesso di avere bisogno di gridarle a chiunque, vivo o morto. È pace, non resa – il silenzio di chi ha attraversato fino in fondo la propria inquietudine, non di chi vi ha rinunciato per stanchezza.

In questo, soprattutto, Bellow resta uno scrittore controcorrente rispetto al proprio secolo, forse l’ultimo capace di attraversare l’ironia più corrosiva senza farne un capolinea, senza lasciarsi inghiottire dal cinismo che pure aveva ogni ragione storica per abbracciare, e di uscirne non con un’alzata di spalle ma con una domanda ancora aperta – l’unico dono che la grande letteratura possa davvero fare al lettore.

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