Italia: politica, istituzioni e società
Altro che ai margini. L’onnipresenza di Orsini è il sigillo del conformismo antioccidentale
La lectio magistralis di Alessandro Orsini all’Università di Pisa offre l’occasione per interrogarsi su una tradizione culturale italiana tutt’altro che marginale: quella che assegna all’Occidente la piena iniziativa della storia e riduce i suoi avversari a soggetti reattivi. Un riflesso che dalla fascinazione sovietica arriva fino

L’8 e il 9 ottobre prossimi, il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa ospiterà la settima edizione del seminario nazionale delle dottorande e dei dottorandi, intitolato quest’anno “Ai margini del sistema. Gruppi e ideologie conflittuali nel mondo contemporaneo”.
Tra gli appuntamenti è prevista una lectio magistralis di Alessandro Orsini dal titolo eloquente: “L’espansione della Nato a Est. La promessa di Gorbaciov e il Trattato sullo stato finale della Germania”.
Orsini ha sostenuto in questi anni interpretazioni controverse, per usare un forte eufemismo, della guerra russo-ucraina, ma invitarlo in un’università non costituisce, di per sé, un atto illegittimo, per quanto se ne possa discutere l’opportunità.
Del resto, per ulteriore concessione agli organizzatori, si può sostenere che sia sbagliato giudicare un incontro che deve ancora svolgersi: magari i dottorandi pisani metteranno Orsini davanti alle inconsistenze storiche, politiche e financo logiche delle sue tesi. Magari l’hanno invitato allo scopo di smentirne le tesi teoreticamente sensibili alle ragioni della Russia di Putin che ha invaso l’Ucraina, chissà.
Il punto interessante è un altro e va molto oltre Orsini: quanto è davvero “ai margini del sistema”, nella nostra cultura, una lettura delle relazioni internazionali nella quale l’espansione della Nato, gli Stati Uniti e, più generalmente, l’Occidente democratico occupano stabilmente il centro della spiegazione?
La domanda diventa ancora più pertinente leggendo l’intervento pubblicato ieri sul Corriere della Sera da Goffredo Bettini, eminenza grigia del PD. Questi definisce l’invasione russa “sciagurata e criminale”, riconoscendo inoltre che l’Europa aveva l’obbligo di aiutare l’Ucraina.
E tuttavia, procedendo nell’argomentazione, il baricentro si sposta rapidamente, fino a rovesciare le premesse: l’Europa avrebbe “contribuito ad alimentare il clima guerresco”, l’Ucraina dovrebbe entrare nell’Unione europea ma non nella Nato e farsi carico della propria “collocazione geopolitica” (tradotto: ha un po’ ragione Putin e la sovranità di Kyiv è condizionata).
Non interessa qui stabilire analogie fra Bettini e Orsini. Proprio il contrario. Il fatto che posizioni politiche e biografie tanto diverse possano incontrarsi su alcuni snodi interpretativi suggerisce una domanda di ordine culturale: perché alcune categorie possiedono in Italia una simile capacità di attraversare mondi differenti?
Orsini e Bettini sono solo due nomi di una scuderia molto nutrita di voci accademiche e culturali in genere che si mostrano deboli di cuore quando si parla di Russia e di altri Paesi non occidentali.
Forse una risposta richiede di guardare un poco più indietro. C’è qualcosa di meno inconsueto, nella storia intellettuale europea e italiana del Novecento, del professore o dello scrittore che denuncia le ipocrisie delle democrazie occidentali, il materialismo capitalistico, l’imperialismo americano, la pretesa universalistica dei valori liberali?
Si tratta anche di critiche fondate e sarebbe errato contestarle in quanto tali. Il problema nasce quando, da argomenti da verificare caso per caso, esse diventano una precomprensione del mondo, una grammatica nella quale l’Occidente è quasi sempre il soggetto delle proposizioni: agisce, espande, provoca, destabilizza. I suoi avversari, invece, molto più spesso reagiscono.
È una differenza apparentemente grammaticale che può trasformarsi in una differenza storiografica e morale. Se a un attore viene attribuita quasi tutta la capacità di iniziativa, mentre l’altro viene spiegato soprattutto attraverso le pressioni alle quali sarebbe stato sottoposto, una parte della distribuzione delle responsabilità è già contenuta nella descrizione.
Con un paradosso ulteriore: una cultura nata anche dalla critica dell’eurocentrismo rischia di ricadervi dalla porta di servizio, perché l’Occidente continua a essere talmente centrale da restare, nel bene e soprattutto nel male, il vero motore della storia.
Questa disposizione non nasce con Putin e non nasce con la Nato. Esiste ormai una vasta storiografia sui rapporti fra élite culturali occidentali e Unione Sovietica, sui viaggi degli intellettuali nella Russia rivoluzionaria e sulla capacità del regime di predisporre per i visitatori stranieri itinerari, interlocutori e immagini selezionate del proprio esperimento politico.
Tra gli studiosi che hanno ricostruito questo fenomeno c’è lo storico statunitense Michael David-Fox, specialista di storia culturale e intellettuale della Russia e dell’Unione Sovietica. Nel 2011 ha pubblicato Showcasing the Great Experiment, uno studio fondato anche sugli archivi sovietici che ricostruisce il funzionamento di quella vera e propria diplomazia culturale attraverso la quale Mosca imparò a predisporre per i visitatori occidentali percorsi, interlocutori e immagini selezionate della realtà sovietica.
Per il caso italiano è particolarmente prezioso un volume della ricercatrice Cheti Traini, L’URSS dentro e fuori. La narrazione italiana del mondo sovietico, pubblicato nel 2022. Lo studio segue gli scrittori italiani che, dalla Nep fino agli ultimi decenni sovietici, visitarono la Russia, raccontandola poi sui giornali e nei libri.
Nel ricostruire la formazione del mito sovietico, Traini richiama quella che Vittorio Strada definì una “funzione compensatoria”: l’Urss offriva a molti intellettuali occidentali una possibilità di sfogo rispetto alle frustrazioni suscitate dal mondo industriale e capitalistico dal quale provenivano.
Alla costruzione del mito contribuì così, scrive Traini, un atteggiamento fideistico da parte di chi volle credere nella promessa rivoluzionaria “al di là di qualsiasi analisi critica”.
Non siamo davanti, dunque, soltanto alla riuscita della propaganda sovietica, ma all’incontro tra quella propaganda e un’attesa che in parte la precedeva: il desiderio di trovare altrove ciò che si riteneva mancasse a casa propria.
In tale prospettiva, Traini richiama le parole di Paolo Spriano, partigiano, storico comunista e redattore per un ventennio dell’Unità, secondo il quale per una parte dei comunisti, dei socialisti e della cultura italiana il rapporto con l’Urss staliniana fu quello di un innamorato: “Si dice ‘mito dell’URSS’ – scrive Spriano – ma la parola vera da impiegare è quella di amore. Fu un grande amore quello che – per stare a casa nostra – i comunisti e i socialisti italiani e, con loro, una parte della cultura italiana, nutrirono per l’URSS, l’URSS di Stalin, l’URSS della guerra e del dopoguerra. E come tutti i grandi amori era assoluto, cieco, desideroso soltanto di conferme dell’oggetto amato”.
Come tutti i grandi amori, quello con il mondo sovietico era anche desideroso soprattutto di conferme. Quella dell’innamoramento è una formula efficace perché individua qualcosa che oltrepassa l’adesione politica: una disposizione dello sguardo. Non si osserva soltanto una realtà per comprenderla, ma vi si cerca la risposta a una domanda maturata altrove.
Un documento particolarmente eloquente di quella disposizione è il volume collettivo Noi siamo stati nell’URSS, del 1950, che raccoglie scritti di intellettuali italiani nell’Unione Sovietica.
Il filosofo Antonio Banfi, discutendo della nuova società socialista, vi scorgeva addirittura l’alba di un’umanità nuova che proprio nell’Urss trovava “le condizioni per un pieno, aperto dispiegamento”, finalmente liberata dal timore, dal risentimento e dall’isolamento.
Renato Guttuso raccontava invece di aver potuto constatare come “nella vita e nella società sovietica ogni uomo trova gli elementi utili alla soluzione dei suoi propri problemi, oltre alla soluzione dei problemi generali che riguardano la vita degli uomini”.
Si nota con particolare nitidezza il meccanismo della precomprensione: si arrivava in Urss portando con sé una speranza e si interpretava ciò che si vedeva anche attraverso di essa. La Russia sovietica diventava così non soltanto un oggetto da conoscere, ma un punto esterno dal quale giudicare l’Occidente.
Sarebbe storicamente rozzo tracciare una linea retta da Stalin a Putin o trasformare la sovietofilia novecentesca nella spiegazione automatica delle posizioni contemporanee sulla Nato. Tuttavia, le culture non ricominciano ogni mattina da zero. In qualche modo conservano lessici, riflessi interpretativi, modi abituali di organizzare la comprensione.
Da questo punto di vista, l’Occidente ipocrita, il capitalismo materialista, l’America imperialista, le democrazie che predicano principi che esse stesse violano hanno costituito, per una parte significativa della nostra cultura accademica, un vero esperanto intellettuale e un lessico familiare.
Non perché quelle accuse fossero sempre false: alcune volte erano e sono perfettamente giustificate. Proprio la loro familiarità rischia di produrre conformismo là dove ci si immagina anticonformisti.
Se l’Occidente viene abitualmente pensato come il luogo dal quale parte l’azione, ciò che gli si oppone acquista facilmente lo statuto della reazione. E il passaggio da “la Nato si è allargata” a “la Russia si è sentita minacciata”, pur potendo contenere elementi storici da discutere, finisce talvolta per comprimere lo spazio della scelta russa fino quasi a trasformare una decisione politica in una conseguenza.
Un certo seguito, pure colto, delle tesi orsiniane, argomentazioni come quella proposta da Bettini o anche determinati approcci di volti noti della geopolitica italiana, nella loro eterogeneità e differenza qualitativa dal tenore intellettuale delle voci prima richiamate, mostrano la persistenza di categorie attraverso le quali la responsabilità occidentale tende a entrare molto presto nella spiegazione, mentre quella dei suoi avversari viene più facilmente collocata dentro una catena di antecedenti che la rendono comprensibile, reattiva, talvolta quasi necessaria.
Il pensiero critico, però, non coincide con la critica dell’Occidente, lo si è detto molte volte. Esso consiste, più sobriamente, nell’impedire che qualunque potere goda di un credito epistemico preventivo. Ma purtroppo, lo si sa, a volte al cuor non si comanda.
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