Antisemitismo

La censura (per motivi di sicurezza…) che colpisce gli artisti ebrei e israeliani

Minacce e proteste inducono teatri, editori e istituzioni culturali a considerare ebrei, israeliani e sionisti un rischio da evitare. Si può discutere se il fenomeno sia già “sistemico”, come sostiene l’ADL. Non si può ignorare il meccanismo che lo alimenta: il facinoroso minaccia, l’istituzione si piega

La censura (per motivi di sicurezza...) che colpisce gli artisti ebrei e israeliani
Filippo PipernoFilippo Piperno02/10/2026Aggiornato 17/10/20264 min lettura690 parole

Si può discutere se l’esclusione degli artisti ebrei, israeliani o dichiaratamente sionisti dalla vita culturale americana sia già “sistemica”, come sostiene l’Anti-Defamation League. Si possono contestare la metodologia, alcuni criteri e la tendenza a riunire sotto la stessa categoria proteste, intimidazioni e cancellazioni. Tutto legittimo.

Ma esiste un modo comodo di discutere un rapporto scomodo: contestarne l’aggettivo per non guardare i fatti.

L’ADL ha raccolto 65 casi in 41 località americane: concerti cancellati, esibizioni interrotte, campagne per impedire spettacoli, minacce, inviti ritirati, artisti considerati professionalmente troppo rischiosi perché israeliani, ebrei o apertamente sionisti.

Ha intervistato inoltre più di trenta autori e professionisti dell’editoria, alcuni dei quali raccontano pressioni per eliminare parole ebraiche, ambientazioni israeliane e persino cognomi percepiti come troppo riconoscibili.

Sessantacinque episodi non dimostrano statisticamente che un intero sistema culturale sia discriminatorio. L’ADL è un’organizzazione impegnata contro l’antisemitismo e il BDS, non un osservatorio estraneo alla materia.

La parola “sistemico”, dunque, va usata con cautela. Ma la cautela non consiste nel trasformare ogni fatto in un’opinione. Un artista ebreo minacciato resta minacciato. Un concerto cancellato resta cancellato. Un autore invitato a rendere meno ebraico il proprio libro non diventa libero perché manca ancora una statistica definitiva sul pregiudizio nell’industria editoriale.

Il contributo più importante del rapporto è l’individuazione del “veto della sicurezza”. Un teatro non deve condividere il boicottaggio né proclamarsi antisionista. Gli basta concludere che ospitare un israeliano o un ebreo dichiaratamente sionista comporti proteste, disordini e danni reputazionali. A quel punto cancella l’evento per prudenza.

È una forma particolarmente vigliacca di censura, perché consente a tutti di dichiararsi innocenti. Gli attivisti sostengono di aver esercitato il diritto di protesta. Il teatro afferma di aver protetto pubblico e dipendenti. L’artista scompare senza che nessuno debba assumersi la responsabilità della sua esclusione.

Il facinoroso conquista così un diritto di veto: più appare disposto a creare problemi, più le istituzioni gli consegnano il risultato richiesto. Il costo della minaccia ricade sulla persona minacciata. L’intimidazione viene ripulita nel linguaggio amministrativo: non discriminazione, ma sicurezza; non boicottaggio, ma gestione del rischio; non ostilità verso un’identità, ma opportunità di evitare tensioni.

Qui nasce il disgusto. Non soltanto davanti a chi pretende di sottoporre un musicista, uno scrittore o un attore a un esame preventivo su Gaza. Il disgusto riguarda le istituzioni che traducono il pregiudizio nel lessico neutrale delle procedure. Non chiedono più: “È giusto escluderlo?”. Chiedono: “Quanto ci costa non escluderlo?”.

Si obietterà che anche la Russia e i suoi atleti sono stati esclusi dopo l’invasione dell’Ucraina. È vero. In alcuni casi la sanzione ha colpito persone prive di responsabilità individuali e poteva essere contestata come punizione collettiva. Ma il rapporto dell’ADL non parla soltanto di israeliani. Parla anche di ebrei.

Nessuno, per sanzionare Putin, ha proposto di cancellare il concerto di un musicista americano perché di origine russa, eliminare cognomi russi da un romanzo o considerare sospetto un attore francese perché la sua famiglia veniva da Mosca. Le misure contro la Russia, giuste o sbagliate che fossero, colpivano rappresentative nazionali, cittadini russi o persone legate allo Stato aggressore.

Nei casi documentati dall’ADL, invece, il bersaglio si allarga dall’israeliano all’ebreo, compreso l’ebreo americano, sulla base di una posizione politica reale, presunta o semplicemente dedotta dalla sua identità. Non si domanda più che cosa abbia fatto o detto: basta che non rinneghi il sionismo o non pronunci la formula assolutoria richiesta dal momento.

Quando la responsabilità passa dal passaporto all’origine, dalla condotta al cognome, dalla cittadinanza israeliana all’identità ebraica, non siamo più nel campo delle sanzioni geopolitiche. Siamo nella discriminazione antisemita. E la Russia, francamente, non c’entra più nulla.

L’ADL può aver formulato in modo troppo categorico la propria conclusione generale. Non siamo obbligati ad accettare ogni sua classificazione. Ma le imperfezioni del rapporto non cancellano ciò che ha documentato.

La parola “sistemico” può restare oggetto di discussione. Il sistema del veto è già davanti a noi: qualcuno minaccia, un’istituzione si spaventa, un ebreo o un israeliano viene rimosso.

I fatti restano fatti. Ed è la normalità con cui oramai vengono amministrati a renderli ripugnanti.

Supporto editoriale

Sostieni questo progetto editoriale

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico oppure scegliendo una delle opzioni di donazione disponibili. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!