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NAZA: l’algoritmo, il carnefice e le omissioni di Michele Serra
Commentando il documentario “NAZA”, Michele Serra dà per accertate tesi ancora controverse e descrive Israele attraverso il lessico del “carnefice” e dello “sterminio”. Ma una critica rigorosa richiede prove, contraddittorio e termini proporzionati ai fatti. Soprattutto, non può cancellare il 7 ottobre né riservare allo Stato

Mal nommer un objet, c’est ajouter au malheur de ce monde: così scriveva Albert Camus. Su Repubblica mi è capitato di leggere “La tecnologia e la tribù”, articolo di Michele Serra – che apprezzo assai più come profumiere che come autore -, nel quale il documentario “NAZA” viene presentato come “un’indagine dentro i pensieri e i sentimenti di chi, in Israele, ha allestito una macchina di sterminio”.
Il film, come ormai si sa, è in parte pseudo-documentario e in parte svolazzo con pretese autoriali; è diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor e deve il titolo a un acronimo ebraico con cui l’esercito designa i danni collaterali.
Serra argomenta, in sostanza, che la tecnologia permetta al “carnefice” di sgravarsi la coscienza, dal momento che la scelta dei bersagli e il calcolo delle vittime collaterali tollerabili passerebbero all’algoritmo.
La tesi, se l’articolo fosse stato scritto senza intenzioni votate al pensiero unico su Israele e gli ebrei e, soprattutto, lontane dalla pamphlettistica ormai ripetitiva, logora e fragile eticamente, avrebbe potuto meritare una discussione: tocca infatti un problema reale delle guerre contemporanee, cioè il vuoto di responsabilità nei sistemi di individuazione degli obiettivi assistiti da software.
Il modo in cui, però, la tesi viene costruita solleva obiezioni di metodo, di lessico e di contesto che, a mio avviso, la rendono insostenibile.
Serra dà il fatto per accertato: sarebbe l’algoritmo a selezionare il bersaglio, a calcolare le vittime tollerabili, ad attuare la carneficina. È però proprio questo a essere in discussione.
Le Forze di difesa israeliane hanno pubblicato una replica di dieci pagine, accompagnata da una versione ebraica di diciassette, nella quale sostengono che l’intelligenza artificiale non abbia mai selezionato autonomamente bersagli, che l’identificazione spetti a ufficiali dell’intelligence autorizzati e che la decisione di colpire competa ai comandanti operativi (IDF, risposta di dieci pagine al film “NAZA”, 1° ottobre 2026; cfr. The Times of Israel, “Distorted, misleading, and disingenuous: IDF publishes full response to ‘NAZA’ film”, 1° ottobre 2026, e AGI, “IDF: ‘Il film NAZA presenta un quadro distorto e fuorviante’”, 1° ottobre 2026).
Quanto a Lavender, il sistema più discusso – descritto, credo, per la prima volta in Y. Abraham, “Lavender: The AI machine directing Israel’s bombing spree in Gaza”, +972 Magazine/Local Call, 3 aprile 2024 -, si tratterebbe di un database che assiste gli analisti, non di un elenco di bersagli approvati.
L’esercito contesta inoltre che le interviste anonime, riferite a fasi iniziali e limitate del processo, siano state sottoposte a controverifica; che il film indichi obiettivi, date o luoghi specifici, il che rende le affermazioni non verificabili; e che siano mai esistite le soglie di venti e duecento vittime civili attribuite al sistema.
I registi, da parte loro, replicano che il lavoro non si regge sulle sole ventiquattro voci del film: stando al Guardian, che ne è produttore, le fonti consultate sarebbero più di cento e la ricostruzione si baserebbe anche su documenti riservati.
L’anonimato, d’altronde, ha una giustificazione non trascurabile: il ministro della Cultura Miki Zohar ha chiesto di valutare la revoca della cittadinanza ai due registi e il governo ha incaricato lo Shin Bet di indagare sull’identità delle fonti.
Resta il fatto decisivo: il film non è stato sottoposto a verifica indipendente e le sue tesi, comprese quelle che Serra recepisce come dati, sono materia di controversia. Un cronista prudente avrebbe scritto “secondo gli autori”; Serra scrive “il carnefice può sostenere che non è lui”.
“Tutti o quasi gli intervistati”: la formula evoca un campione rappresentativo. Ventiquattro testimoni che hanno scelto di parlare formano però, per costruzione, un campione autoselezionato, composto da coloro che sono più turbati dall’esperienza.
Come testimonianza, ciò non è un vizio del film; lo diventa nel momento in cui se ne ricava un giudizio sull’istituzione. Dal turbamento di alcuni alla presunta “macchina di sterminio” si compie infatti un salto induttivo, un pars pro toto, che nessuna regola di inferenza autorizza.
A ciò si aggiunge l’obiezione dell’esercito, secondo cui gli intervistati riferiscono di fasi limitate dell’attività di intelligence, non del processo di pianificazione e approvazione, che è più ampio.
Victor Klemperer (LTI. Notizbuch eines Philologen, 1947; trad. it. LTI. La lingua del Terzo Reich) insegnò a diffidare delle parole che recano con sé una sentenza. Serra ne usa – e, a parer mio, non casualmente – ben tre.
Innanzitutto, carnefice. Il carnefice è il boia: colui che esegue una condanna e dunque presuppone un giudizio già pronunciato e una vittima già designata. Applicare il termine, in apertura di ragionamento, al soldato di un esercito significa decidere prima di argomentare.
Si aggiunga che nello stesso film “NAZA” i testimoni parlano di soglie di “danno collaterale” – è questo il senso dell’acronimo naza -, non di sterminio: la qualifica viene letteralmente inferta da Serra, che la attribuisce agli intervistati senza distinguerla dal proprio giudizio.
Altro termine logoro ma effettistico, se usato come fa l’articolista di Repubblica: sterminio. Ne dovremmo tutti conoscere il significato: esso designa l’intento di distruggere un gruppo di esseri viventi.
Il dibattito suscitato dal film verte, invece, sulla proporzionalità nel diritto dei conflitti armati: sugli articoli 51(5)(b) e 57 del I Protocollo aggiuntivo del 1977 (Protocollo aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949, 1977, artt. 51(5)(b) e 57) e sulla dottrina del doppio effetto, così come intesa da Michael Walzer in Just and Unjust Wars: A Moral Argument with Historical Illustrations.
Confondere una sproporzione, anche grave, se provata, con lo sterminio è un errore di categoria. La questione giuridica più ampia, quella della qualificazione come genocidio, è distinta e non può essere risolta da un documentario.
Vi è poi un effetto: “macchina di sterminio” evoca, per un lettore europeo, un solo immaginario storico e usarlo senza una prova adeguata è un atto di demonizzazione. Evidentemente, Serra non ha mai letto Sharansky (Nathan Sharansky, “3D Test of Anti-Semitism: Demonization, Double Standards, Delegitimization”, Jewish Political Studies Review, 16, 2004, pp. 3-4).
Infine, è, a mio parere, ripugnante l’uso del termine tribù. Ridurre uno Stato, con un parlamento, una stampa libera e una Corte suprema che nel 2006 fissò criteri per gli omicidi mirati – verifica individuale, proporzionalità, controllo giudiziario: HCJ 769/02, Public Committee against Torture in Israel v. Government of Israel (2006), sentenza presieduta da Aharon Barak -, a “tribù” intenta alla propria “messa in sicurezza” è una scelta retorica rivoltante, non un argomento.
Che quei criteri siano stati, a dire del film, allentati è la tesi da dimostrare, non la premessa.
Nell’articolo di Serra, il 7 ottobre 2023 non compare. Eppure è il fatto da cui la guerra discende: l’assalto di Hamas, con circa milleduecento morti e oltre duecento ostaggi, il più grave massacro di ebrei dopo la Shoah.
Nessun resoconto di un conflitto può prescindere dalla sua causa senza mutare di natura. L’omissione non è neutra: trasforma una guerra di difesa, della quale si può anche discutere la condotta, in un’iniziativa che sembra priva di origine e lascia al lettore l’impressione di una violenza sorgiva.
Il diritto di Israele a difendersi, sancito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, non è in discussione; lo è, casomai, il come. Ma discutere il come richiede di riconoscere il perché.
L’analogia che Serra fa con Dresda e Hiroshima è fuorviante e maligna. Quei bombardamenti erano attacchi intenzionali contro popolazioni civili in quanto tali, strumenti di una dottrina di morale bombing. Nel caso discusso da “NAZA” la questione è opposta: presunti bersagli individuati, con presunti danni civili previsti e accettati.
La distinzione fra danno come mezzo e danno come effetto previsto è il cuore della dottrina del doppio effetto descritta da Walzer. Si può sostenere, con prove alla mano e non solo con le fisime di due autori sostenuti da un quotidiano persino odiosamente anti-israeliano come il Guardian, che la soglia sia stata inaccettabile; ma l’analogia di Serra anticipa la conclusione con una certa opacità del rigore etico.
Analisti come John Spencer, del Modern War Institute dell’Accademia di West Point, e ufficiali come Richard Kemp sostengono che Israele abbia adottato misure – avvisi, corridoi, annullamento di attacchi – maggiori rispetto ad altri eserciti in un combattimento urbano contro un nemico trincerato fra i civili e che il rapporto fra civili e combattenti uccisi sia, in tali condizioni, paragonabile o inferiore a quello di campagne come Mosul o Raqqa.
Più fonti da tempo mettono in dubbio i dati raccolti – come? – e forniti dal Ministero della Sanità di Gaza. La Corte internazionale di giustizia, il 26 gennaio 2024, ha indicato misure cautelari ritenendo plausibili alcuni diritti invocati dal Sudafrica, senza pronunciarsi nel merito; nel 2025 una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha qualificato la condotta come genocidio, conclusione respinta nettamente e seccamente da Israele e da molti giuristi.
Il punto è che Serra non discute alcuna di queste posizioni: sceglie una conclusione senza dare conto del dibattito.
Serra evoca la formula “ho solo obbedito agli ordini” come un alibi che la tecnologia renderebbe più efficace. Ma l’ordinamento militare israeliano la respinse già nel 1958: nel processo per il massacro di Kafr Qasim, il giudice Benjamin Halevi affermò la dottrina della “bandiera nera”, cioè il dovere di disobbedire all’ordine manifestamente illegittimo (Tribunale militare, Chief Military Prosecutor v. Malinki and others, 1958).
Neppure il tema della coscienza smarrita di fronte alla tecnica è nuovo. Günther Anders lo trattò a partire dal 1956 con la “discrepanza prometeica” fra ciò che l’uomo produce e ciò che riesce a rappresentarsi e a sentire, e dal 1961 con il caso delle sofferenze morali del pilota di Hiroshima, Claude Eatherly (G. Anders, Die Antiquiertheit des Menschen, 1956; Off limits für das Gewissen, 1961; trad. it. Il pilota di Hiroshima).
Anche se volessimo prendere per buone e limpide le tesi di Serra, la letteratura contemporanea sulla moral crumple zone mostra, inoltre, che l’operatore formalmente “nel circuito” può diventare il capro espiatorio di un sistema che non controlla (cfr. M. C. Elish, “Moral Crumple Zones: Cautionary Tales in Human-Robot Interaction”, Engaging Science, Technology, and Society, 5, 2019, pp. 40-60).
Il “salto di qualità” annunciato enfaticamente dalla penna di Repubblica è, dunque, una variazione su un tema assai noto.
E se proprio volessimo concedere all’articolista – e alla stessa pellicola “incriminata” – l’onore, visto che di onere egli non parla, delle armi, dando per buona e accettabile una sfilza di aggettivi fra il finto moralista e l’astioso, è facile articolare un’obiezione interna alla sua tesi.
Se l’algoritmo fosse un alibi efficace, i testimoni di “NAZA” non parlerebbero. L’esistenza stessa di ufficiali che, pare, rischino l’accusa di tradimento per testimoniare dimostra che la coscienza non è stata affatto disumanizzata, anzi. La “disumanizzazione del carnefice” è smentita dal materiale stesso che Serra retoricamente commenta.
Che critica a Israele e antisemitismo non necessariamente coincidano è ovvio; ma il problema è il loro intreccio.
Una linea di studi che va da Taguieff a Sharansky osserva che l’antisemitismo contemporaneo raramente nomina gli ebrei e si esprime attraverso il lessico dell’antisionismo (P.-A. Taguieff, La nouvelle judéophobie, 2002; N. Sharansky, “3D Test”, già cit.): Sharansky ne ricava il “test delle tre D”: demonizzazione, doppio standard, delegittimazione.
La demonizzazione è il criterio più evidente. “Macchina di sterminio” e “carnefice” sono termini forse cari alla reiteratività di Michele Serra, ma appartengono al lessico del Male assoluto e il loro impiego richiederebbe una prova proporzionata alla gravità della qualifica, che l’articolo pubblicato da Repubblica non fornisce.
Quanto al nesso con gli ebrei, Israele è l’unico Stato ebraico del mondo e per la grande maggioranza degli ebrei costituisce un riferimento identitario, indipendentemente dal giudizio sul governo in carica.
Descrivere quello Stato come un mostro ha, dunque, ricadute che non si arrestano ai suoi confini: nel contesto italiano, nel quale l’Osservatorio antisemitismo della Fondazione CDEC ha documentato un aumento sensibile degli episodi dopo il 7 ottobre (Fondazione CDEC, Osservatorio antisemitismo, rapporti annuali), l’immaginario collettivo tende a non distinguere.
Più evidente e sgradevole è il doppio standard che Serra sembra adottare e che non pare una semplice incoerenza. È la violazione di un principio elementare di giustizia formale – il nucleo immutabile della giustizia è un principio formale ed egualitario -, che già Aristotele, nell’Etica Nicomachea (V, 3, 1131a), enunciava come eguaglianza dei rapporti e che Hart, ne Il concetto di diritto, riassume nella massima “trattare i casi simili in modo simile e i casi differenti in modo differente” (Herbert Lionel Adolphus Hart, The Concept of Law, 1961, cap. VIII).
Sharansky, nel già citato “3D Test”, lo definisce come l’esigere da Israele comportamenti che non si pretendono da nessun’altra democrazia. Poiché la definizione presuppone un termine di paragone, la sua verifica non può restare intuitiva: richiede un metodo.
E proprio questo mi pare il vulnus più profondo che il testo frettoloso e sprezzantemente liquidatorio infligge. Una trattazione onesta deve cominciare dall’obiezione più forte.
Vi sono almeno tre ragioni per cui potrebbe essere lecito essere più severi con Israele che con altri belligeranti. La prima: Israele è una democrazia che rivendica uno standard morale elevato e a chi lo rivendica si chiede di più. La seconda: la sua parziale dipendenza dal sostegno militare e politico occidentale chiama in causa le responsabilità degli alleati. La terza, meno evidente: è una società ammirevolmente aperta, nella quale la stampa, le organizzazioni civili e persino gli ex militari rendono pubblico ciò che altrove resterebbe segreto. Si pensi a Haaretz, a B’Tselem, a Breaking the Silence, allo stesso +972 Magazine.
Queste ragioni potrebbero giustificare una maggiore attenzione e maggiori esigenze, ma certamente non giustificano un diverso registro. Il doppio standard quantitativo – più spazio, più rigore, più pretesa – può essere difeso con buone ragioni.
Il doppio standard lessicale – categorie di male assoluto applicate a un solo belligerante, mentre per gli altri si usa il lessico del diritto e della cronaca – è ben altra cosa: non chiede di più, chiede altro. Si può esigere di più da Israele; non si può, senza alcuna giustificazione che non paia dettata da oscuro pregiudizio, applicargli termini che si riservano al Male assoluto.
Esiste inoltre un paradosso della trasparenza che merita di essere nominato e che è stato fatto notare: una società democratica che non esita a pubblicare le proprie ombre viene giudicata come se queste fossero la sua unica realtà.
Il materiale di “NAZA” viene da Israele: autori israeliani, ufficiali israeliani, produzione in gran parte israeliana. L’assenza di documentazione equivalente da altri teatri di guerra non prova che altrove si operi meglio: prova che altrove non si può testimoniare.
Chi trasforma la testimonianza in verdetto, senza correggere questo effetto di selezione, punisce in sostanza persino la capacità di autocritica.
Si consideri di verificare l’accusa con un procedimento semplice, affine alla prova di commutazione della linguistica strutturale e al criterio del comparator nel diritto antidiscriminatorio. Il metodo deriva dalla commutazione di Louis Trolle Hjelmslev (Prolegomena to a Theory of Language, 1943/1953).
Si sostituisce il soggetto della frase e si verifica se resta pronunciabile. “La coalizione a guida americana ha allestito a Raqqa una macchina di sterminio”; “il pilota di un drone statunitense è un carnefice che uccide a distanza”; “l’esercito russo calcola le vittime collaterali tollerabili a Mariupol”.
Giudicate voi se frasi di questo tipo siano comparse, con questa asprezza, sulle stesse pagine, a fronte di fatti comparabili, da parte di Serra o di altri giornalisti di Repubblica.
Ad esempio, nella battaglia di Mosul (2016-2017) e nella campagna di Raqqa (2017) la coalizione militare a guida statunitense impiegò una potenza di fuoco massiccia in aree urbane densamente popolate.
Amnesty International parlò di “catastrofe civile” a Mosul ovest e intitolò il suo rapporto su Raqqa, redatto con Airwars, War of Annihilation, stimando oltre milleseicento civili uccisi; inchieste giornalistiche indipendenti indicarono per Mosul bilanci civili di molte migliaia di morti, ben superiori a quelli ammessi dalla coalizione (Amnesty International, At Any Cost: The Civilian Catastrophe in West Mosul, Iraq, 2017; Amnesty International e Airwars, War of Annihilation: Devastating Toll on Civilians, Raqqa – Syria, 2019; Associated Press, inchiesta sulle vittime civili a Mosul, dicembre 2017).
E ancora: la prefigurazione del targeting algoritmico è americana e precede di un decennio “Lavender”, il sistema israeliano. Nel 2012 il New York Times riferì che, nel programma di omicidi mirati con droni, tutti i maschi in età militare presenti nella zona colpita venivano contati come combattenti, salvo prova postuma contraria.
Nel 2014 Michael Hayden, già direttore della NSA e della CIA, ammise pubblicamente durante un intervento alla Johns Hopkins University: “Uccidiamo persone sulla base dei metadati”.
Documenti diffusi da Snowden e analizzati da ricercatori indicarono l’impiego di un sistema di apprendimento automatico, denominato SKYNET, sui dati telefonici in Pakistan (J. Becker e S. Shane, “Secret ‘Kill List’ Proves a Test of Obama’s Principles and Will”, The New York Times, 29 maggio 2012; M. Hayden, dibattito alla Johns Hopkins University, aprile 2014; C. Grothoff e J. M. Porup, “The NSA’s SKYNET program may be killing thousands of innocent people”, Ars Technica, febbraio 2016).
Se la questione di “NAZA” è che cosa accade quando un software contribuisce a decidere chi vive e chi muore, il fenomeno è documentato da tempo e le categorie per discuterlo esistono. La domanda è se siano state usate allora con la stessa asprezza, se Serra abbia mai soppesato certi argomenti o abbia preferito seguire un’ossessione oggi talmente dilagante da apparire una patologia sociale assimilabile al più cieco odio razziale.
Possiamo applicare lo stesso metodo all’Italia: nel conflitto yemenita, iniziato nel 2015, la coalizione a guida saudita ha colpito ripetutamente obiettivi civili, con bombe prodotte anche dalla RWM Italia nello stabilimento di Domusnovas, in Sardegna.
Nel 2018 organizzazioni come ECCHR, Mwatana e Rete Italiana Pace e Disarmo presentarono un esposto alla Procura di Roma; il governo italiano sospese nel 2019 alcune licenze di esportazione e le revocò nel 2021, ai sensi della legge n. 185 del 1990 (ECCHR, Mwatana for Human Rights e Rete Italiana Pace e Disarmo, esposto alla Procura di Roma, dicembre 2018; legge 9 luglio 1990, n. 185, “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”).
In questo caso la responsabilità italiana era diretta e documentata: se il criterio fosse l’indignazione proporzionata alla complicità, quell’indignazione avrebbe dovuto essere drasticamente maggiore.
Le stime, per quanto variabili e controverse, parlano di oltre mezzo milione di morti nella guerra civile siriana, di centinaia di migliaia nella guerra del Tigrè (2020-2022) e di decine di migliaia, finora, nel conflitto sudanese iniziato nel 2023; l’Associated Press ha stimato in oltre ventimila i soli civili morti nell’assedio di Mariupol nel 2022 (Syrian Observatory for Human Rights, Siria; stime accademiche, fra cui quelle dell’Università di Gand, Tigrè; Nazioni Unite, Sudan; Associated Press, aprile 2022, Mariupol. I dati sono, in effetti, approssimativi e non univoci).
Non che tali eventi non siano stati raccontati, ma baderei al registro del racconto.
Sarebbe interessante compiere uno spoglio sistematico degli archivi di Repubblica e di un campione di testate europee, per la frequenza di termini come “sterminio”, “carnefice”, “macchina di morte” et similia, riferiti a belligeranti diversi: Israele (2023-2026), la coalizione anti-ISIS, la Russia in Ucraina, l’Arabia Saudita in Yemen, gli Stati Uniti nel programma dei droni.
Il conteggio andrebbe normalizzato rispetto al numero delle vittime e allo spazio dedicato a ciascun conflitto. Mi pongo il dubbio se Serra e il suo giornale potrebbero superare il test. Non è un’accusa, ma un consistente dubbio.
But Serra is an honorable man e voglio credere all’assenza di un doppio standard. Ciononostante, certi mutamenti di registro, dedicati, mi pare, solo ed esclusivamente a Israele – e non certo solo da parte di Serra: da Floris a Formigli, da Travaglio a Cuzzocrea e Pertici, tanto per citarne alcuni, l’elenco è ragguardevole -, meriterebbero una spiegazione.
Potrebbe trattarsi di un ribaltamento e di un’assoluzione retrospettiva: la ricerca tedesca sull’antisemitismo ha elaborato il concetto di antisemitismo “per difesa dalla colpa” (Schuldabwehr). In una memoria europea gravata da Auschwitz, rappresentare gli ebrei, o lo Stato ebraico, come carnefici offre un sollievo morale, perché il racconto del perseguitato divenuto persecutore opera un’assoluzione retrospettiva (P. Schönbach, Reaktionen auf die antisemitische Welle im Winter 1959/1960, 1961; W. Bergmann e R. Erb, “Kommunikationslatenz, Moral und öffentliche Meinung”, Kölner Zeitschrift für Soziologie und Sozialpsychologie, 38, 1986).
Non voglio attribuire a Serra tale intenzione, ma l’uso della parola “carnefice” nel caso di Israele lascia intravedere un bel numero di ambiguità inquietanti.
Esternalizzare la colpa, altra possibilità, potrebbe avere un senso in un Paese che non ha mai compiuto un’elaborazione paragonabile a quella tedesca dei propri crimini coloniali, dall’uso dei gas in Etiopia alle stragi in Libia. Ci ricordiamo di Del Boca? E de I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d’Etiopia (Editori Riuniti, 1996) o Italiani, brava gente? (Neri Pozza, 2005)?
Un Paese che ha rimosso la propria storia di violenza può trovare in un’accusa remota e moralmente nitida un modo di esternalizzare la colpa. Sarebbe interessante sapere da Serra e da altri come spiegano l’asimmetria fra la severità verso un belligerante lontano e il silenzio sulle vicende belliche nazionali o su altri teatri di guerra persino più atroci.
La società israeliana ha prodotto, nel tempo, un apparato di controllo – la stampa, le organizzazioni civili, la Corte suprema, l’Avvocatura generale militare – che “NAZA” stesso utilizza come fonte.
Quando un commentatore estero e del tutto culturalmente ignaro della realtà israeliana come Serra converte la testimonianza interna in una sentenza definitiva, senza dare credito anche alle risposte interne, tratta l’autocritica come confessione. Si tace sulla trasparenza e si colpisce con la delegittimazione.
Serra is an honorable man e si pone un giusto interrogativo sull’effettivo controllo umano nei sistemi di individuazione degli obiettivi assistiti da software. Bene. Ma una risposta richiede prove, contraddittorio e distinzioni.
L’articolo di Serra, sin dal titolo obbrobrioso, così come la sua intervista a Piazzapulita di Corrado Formigli, offre invece tre scorciatoie: dà per accertato ciò che è contestato, sostituisce con un lessico di sentenza – “carnefice”, “sterminio” – l’analisi della proporzionalità e omette il fatto che dà origine alla guerra.
Quanto al doppio standard, la sua verifica è possibile e andrebbe condotta; nel frattempo, il silenzio di Serra sul 7 ottobre e la scelta del vocabolario costituiscono indizi gravi.
Una critica alla condotta di Israele resta possibile e doverosa. Ma, per restare critica, dovrebbe cominciare da tutto ciò che il testo di Serra omette.
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