Politica globale e sistemi di potere
“Dovevamo cambiare la Russia, ma la Russia ha cambiato noi”. Intervista a Federico Fubini
Dalla transizione russa alla crisi delle democrazie occidentali, il potere degli oligarchi rivela le promesse mancate del mercato. Federico Fubini, intervistato a partire dal suo libro “Imperi allo specchio”, riflette sul rapporto tra denaro e politica, sull’influenza di Peter Thiel, sul revanscismo di Putin e sulle

Che cosa accade alla democrazia quando la ricchezza si concentra nelle mani di pochi e il potere economico condiziona sempre più le decisioni politiche? È quanto sta accadendo in Occidente e soprattutto negli Stati Uniti.
L’ascesa degli oligarchi d’oltreoceano sembra riprodurre alcuni tratti del modello russo: grandi patrimoni che si traducono in influenza sul governo e decisioni pubbliche che consolidano interessi privati.
Una dinamica che interroga la tenuta dei sistemi liberali e nella quale si colloca ad esempio Peter Thiel, imprenditore tecnologico e finanziatore politico con una propria visione del rapporto tra libertà e democrazia.
Sul versante russo, resta la questione di quanto la personalità e il revanscismo di Putin abbiano determinato il destino del Paese. E, sullo sfondo, una domanda: quali risorse possono ancora contrastare l’erosione democratica?
Ne abbiamo parlato con Federico Fubini, vicedirettore ad personam, inviato ed editorialista del Corriere della Sera e autore di Imperi allo specchio, edito da Mondadori. Il libro parte da una tesi provocatoria: dovevamo cambiare la Russia, ma la Russia ha cambiato noi.
Il libro si apre con un avvertimento rimasto inascoltato: la relazione con cui Andropov anticipava la crisi sovietica. Che cosa non stiamo vedendo, oggi, della crisi dell’Occidente?
Andropov, che in quel momento era il direttore del KGB, inviò a Brežnev una relazione estremamente razionale e anche chiaroveggente. Guardava il numero dei computer, la quota dei laureati e altri dati, e concludeva che l’Unione Sovietica fosse destinata a una crisi. Indicava un arco temporale, mi pare, di quindici-vent’anni: proprio il periodo in cui il sistema sovietico sarebbe entrato in crisi e lui stesso ne sarebbe diventato il capo.
Il mio libro, però, più che proporsi come una lettera di Andropov all’Occidente, vuole mettersi nel ruolo dei “funzionari funerari” del Cremlino: quelli che nel 1982 andarono ad aprire i cassetti del segretario generale morto e trovarono quella relazione. Era finita a prendere polvere dentro una scrivania. Non se ne era fatto nulla.
Il lavoro che cerco di fare è questo: scoprire i segnali del declino di un sistema che abbiamo volutamente chiuso in un cassetto, rimosso, ignorato.
Sento l’urgenza di farlo perché la vera premessa del libro è che quanto abbiamo vissuto e stiamo vivendo in questi anni rappresenta una versione occidentale della caduta del Muro di Berlino.
Che cosa fu, dal punto di vista sistemico, la caduta del Muro? La fine della credibilità di un’ideologia. Noi preferiamo parlare di un sistema di valori, dal quale discendono un modo di governare la politica, un modo di governare l’economia, le relazioni internazionali e le istituzioni che le regolano. Se guardiamo ciascuno di questi aspetti, vediamo che quel sistema è venuto meno.
Un gesto che riassume l’indebolimento di quei valori è Trump che vuole tenere la CNN fuori dalla Casa Bianca. Ma se ne potrebbero citare molti altri, e non soltanto negli Stati Uniti.
Anche il modo di governare i Paesi è cambiato. Non siamo più in un sistema di democrazia liberale classica, sicuramente non negli Stati Uniti. Ma basta guardare i sondaggi in Francia e in Germania, o la vicenda politica italiana.
Lo stesso vale per l’economia. Credo che nell’ultimo anno l’amministrazione americana abbia speso 27 miliardi di dollari per acquisire partecipazioni in aziende che prima erano sul mercato. Sceglie vincitori e perdenti, chiede alle società di condividere una parte dei ricavi in cambio di licenze di esportazione, come è accaduto a Nvidia per le vendite in Cina dei chip per l’intelligenza artificiale. Non è il modello di mercato che avevamo conosciuto. E questo vale anche per l’Italia e per altri Paesi.
Quanto alle istituzioni internazionali, la NATO è in crisi, l’Unione europea non si sente molto bene, l’Organizzazione mondiale del commercio è a tutti gli effetti morta, le Nazioni Unite sono vicine alla condizione di uno zombie e il G7 è irrilevante.
Tutti questi elementi ci dicono che stiamo vivendo una versione occidentale della caduta del Muro di Berlino. Con le dovute differenze, naturalmente: nessuna metafora è perfetta. Ma questo ci impone un lavoro di ricerca. Quali sintomi della fine del nostro sistema non abbiamo voluto vedere? E da quanto tempo erano presenti?
Alcuni li abbiamo riconosciuti, oppure siamo stati costretti a riconoscerli. Altri no. Il mio lavoro riguarda alcuni dei segnali che abbiamo ignorato e che, secondo me, erano molto importanti.
Pensavamo che la Russia avrebbe adottato il nostro modello. Nel libro racconti come invece anche le democrazie occidentali abbiano sviluppato tratti oligarchici.
Il tema dell’oligarchia è esattamente quello che mi interessa.
Nel libro cerco di mostrare come alcune delle riforme economiche che i consiglieri occidentali della Russia pensavano avrebbero condotto a un mercato aperto, a una democrazia aperta e a un sistema più vicino a una visione idealizzata dell’Occidente abbiano invece contribuito fortemente a creare un’oligarchia.
Che cos’è un’oligarchia? È un sistema nel quale poche persone controllano molte risorse, cercano di conquistare rendite di posizione e usano una parte di quelle risorse per consolidarle: sul piano fiscale, regolamentare o in altri modi. In sostanza, i grandi interessi del denaro catturano il processo politico.
Questo è successo in Russia negli anni Novanta. Ma, per ragioni paradossalmente simili, è successo anche negli Stati Uniti e, in forme diverse, accade in parte anche in Italia.
Alla base c’era l’idea che il mercato avrebbe regolato tutto e che non fosse necessario compensarne le dinamiche. In realtà, un mercato lasciato senza regole ha generato proprio questo: un’oligarchia.
Quando si forma una grandissima concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, quel denaro cerca di catturare il processo politico. In Russia lo ha fatto in certi modi; negli Stati Uniti attraverso il finanziamento delle campagne elettorali.
È il paradossale rovesciamento dei destini che ho cercato di raccontare: anziché trasformare la Russia in una società aperta, la stessa ideologia che ha contribuito al fallimento delle riforme russe ha fatto fallire le democrazie, sicuramente quella americana.
Quando una campagna elettorale per un singolo seggio molto conteso al Congresso può costare 300 milioni di dollari, è chiaro che l’eletto sarà nelle mani di chi gli ha dato quei soldi.
Le norme che potevano contenere i sistemi di donazione o imporre trasparenza sono state abbattute dalla Corte Suprema, anch’essa in qualche modo influenzata dal denaro oligarchico. Anche le campagne a sostegno della conferma dei giudici costano molto: si può arrivare a 15 milioni di dollari. La National Rifle Association può spenderne un milione per assicurarsi che un giudice venga confermato.
I margini di indipendenza sono dunque erosi anche nelle sedi più alte della giurisdizione americana, non soltanto in quelle politiche ed elettive.
Da questo punto di vista, Trump è più il risultato di un’evoluzione che il suo catalizzatore. Quando un sistema diventa fortemente oligarchico, comincia a prendere decisioni nell’interesse di pochi contro quello di molti.
Può accadere nella sanità, nei criteri di tutela della salute pubblica e del cibo, nei mercati finanziari o nell’immobiliare. Ci sono migliaia di decisioni che favoriscono chi ha finanziato le campagne elettorali dei presidenti, dei vicepresidenti, dei membri del Congresso e delle assemblee dei singoli Stati. Questo produce continuamente privilegi da una parte e disuguaglianze dall’altra.
È la grande rimozione del dibattito americano. Si dice sempre che le disuguaglianze dipendono dai posti di lavoro trasferiti in Cina o dall’automazione. Sono fenomeni che ci sono stati, certamente. Ma è molto più comodo parlare dei posti di lavoro andati in Cina che di una crisi sociale prodotta dalle proprie dinamiche interne.
Queste disuguaglianze hanno generato Trump, che a sua volta alimenta un altro ciclo di oligarchizzazione.
Peter Thiel incarna questo rovesciamento? E quanto pesa, nel suo rapporto con la politica, l’interesse economico rispetto alla visione ideologica?
Peter Thiel è un esempio abbastanza tipico. Stiamo parlando di una persona estremamente dotata, di intelligenza non comune, di un imprenditore geniale. Ha investito in centinaia di imprese, spesso tra le più innovative e visionarie, oppure ha avuto lui stesso le intuizioni che le hanno rese possibili. È ricchissimo, pur non essendo tra i più ricchi, ed è sicuramente tra i più visionari.
È nato in Germania ed è cresciuto anche nell’Africa meridionale, frequentando una scuola tedesca. Ha ricevuto un’educazione molto rigida, con divise e punizioni corporali, in un ambiente nel quale sopravviveva anche il culto del nazismo.
Quell’educazione ha prodotto in lui una fortissima insofferenza verso il conformismo. Da una parte è cresciuto rifiutando le verità acquisite e i tentativi di ricondurre il pensiero a schemi prestabiliti; dall’altra è rimasto fortemente conservatore, di destra.
Nel 2009 scrive che libertà e democrazia potrebbero non essere più compatibili. Pensa che la libertà degli innovatori sia più importante della democrazia, almeno nella sua forma liberale classica.
Non c’è, da parte sua, una condanna senza se e senza ma dell’apartheid; ne ha anzi difeso l’efficienza economica. È una figura molto sfaccettata.
Quindi è entrambe le cose: un imprenditore geniale e una persona con una forte ispirazione politica. È convinto che il vecchio sistema della democrazia liberale sia arrivato alla fine dei suoi giorni, perché lo considera una forma di conformismo imposto che limita la libertà.
Ha studiato a Stanford e ne è uscito con una critica fortissima a quello che oggi chiamiamo wokismo, al conformismo del politicamente corretto.
Non crede nella democrazia classica, ma crede evidentemente nella cattura del processo politico. La carriera di JD Vance la crea letteralmente: mette 15 milioni di dollari nella campagna per la sua elezione al Senato, una donazione di dimensioni eccezionali per un aspirante parlamentare.
Prende un suo ex dipendente e lo porta in Parlamento. Due anni dopo, quell’ex dipendente diventa vicepresidente.
Attraverso Vance, Thiel colloca nell’amministrazione sette-otto persone provenienti dalle sue imprese, dalle sue fondazioni, dal suo mondo. Alcune poi escono dall’amministrazione e tornano nelle sue aziende.
Il suo profilo pubblico è bassissimo. Non era alla cerimonia di insediamento di Trump e non lo si vede negli appuntamenti più esposti con i grandi nomi della tecnologia. Ma è quello che ha maggiore presa sull’amministrazione, sia dal punto di vista ideologico sia su alcune politiche.
E ne ha sicuramente beneficiato: nel 2025, primo anno della presidenza Trump, il fatturato di Palantir, l’azienda che ha cofondato e di cui è presidente, è cresciuto sensibilmente. Quasi metà del fatturato deriva dai contratti con l’amministrazione.
Questa è l’ambiguità: sono libertari a parole, ma poi si comportano come i vecchi oligarchi russi, catturando il governo a vantaggio dei propri interessi.
Torniamo alla Russia. Dopo la fine dell’Unione Sovietica, la strada verso l’autoritarismo era già segnata? O la personalità di Putin ha fatto la differenza?
Ha pesato molto, ovviamente. Ma è difficile pensare che sia qualcosa di casuale.
Nel libro definisco Putin un sociopatico in senso tecnico: una persona priva di empatia per gli altri e per la loro sofferenza, capace di manipolare il prossimo e le masse e di mentire sistematicamente.
Il punto è che soltanto un sistema malato poteva affidarsi a un leader malato e identificarsi con lui. Una persona che non esita a mandare 350.000 dei suoi a morire per un pezzo del Donbass mostra una totale mancanza di empatia e di umanità.
Mi riferisco anche alla sua idea della Russia: quanto il progetto di restaurarne la potenza imperiale nasce dalla sua esperienza personale?
L’esperienza che definisce la sua vita è la perdita dell’impero. Lo ha detto lui stesso: ha definito il crollo dell’Unione Sovietica la più grande tragedia geopolitica del Novecento. E il Novecento, di tragedie geopolitiche, ne ha avute di ben maggiori.
In questo assomiglia molto, sia psicologicamente sia politicamente, ai dittatori fascisti del ventesimo secolo: Mussolini e Hitler. Entrambi nascono politicamente con l’idea di riscrivere i termini della pace dopo una guerra che i loro Paesi avevano perso, come nel caso della Germania, oppure vinto senza che i frutti della vittoria fossero ritenuti sufficienti, come nel caso italiano della “vittoria mutilata”.
Mussolini e Hitler vogliono riscrivere la sistemazione geopolitica dell’Europa dopo la Prima guerra mondiale. Questo è il loro richiamo ideologico: il revanscismo.
Putin nasce politicamente, e soprattutto cresce nel modo in cui purtroppo è cresciuto, per riscrivere i termini della sistemazione geopolitica dell’Europa dopo la fine dell’impero sovietico.
Di fronte a questa crisi, quali possibilità di reazione vedi nelle democrazie occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti? Esistono ancora anticorpi capaci di invertire la rotta?
Non ho le risposte, ovviamente. Posso fare due osservazioni: la prima incoraggiante, la seconda un po’ meno.
Rispetto alla caduta del Muro di Berlino, c’è una differenza positiva: non abbiamo subito il crollo del potere d’acquisto che colpì le popolazioni del socialismo reale, anche se i contraccolpi economici sono significativi anche da noi.
La differenza negativa è che le popolazioni dell’Europa centro-orientale e dell’ex Unione Sovietica avevano, più o meno, un’idea di dove volessero andare. Volevano qualcosa di simile a ciò che vedevano in noi: società democratiche, economie di mercato, società aperte. Avevano un’idea del proprio futuro.
Noi, invece, un’idea del nostro futuro non l’abbiamo molto chiara. È in questo vuoto che nascono le forze politiche che promettono forme diverse di ritorno al passato.
Questo aspetto mi ha messo in difficoltà durante la scrittura del libro. Mi dicevo: non posso scrivere soltanto di cose che vanno male, devo cercare un punto di luce.
Alla fine mi sono chiesto: dove può ritrovare la propria vitalità la democrazia? Probabilmente al suo livello di base.
Non so come finirà questa guerra, ma l’Ucraina ha resistito fino a oggi perché ha un tessuto sociale molto coeso, con tanta solidarietà alla base della piramide. Forse anche perché è stata a lungo governata dall’alto da poteri non legittimi, o vissuti come tali.
Sono andato a Charkiv e ho visto questa coesione esprimersi nella capacità di salvare le scuole a tutti i costi: portarle sottoterra, nelle metropolitane, ricostruire quelle bombardate grazie all’impegno della comunità locale.
Se vogliamo salvare i valori nei quali crediamo, a partire dalla democrazia, dobbiamo ripartire da lì.
Non può bastare una democrazia sui social, una democrazia verticale. Serve una maggiore coesione tra le persone, alla base della piramide. Altrimenti non se ne esce, perché in questo momento le risposte non arrivano certo dal vertice.
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