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Come i social ci consegnano un nemico su misura

I social premiano l’indignazione, semplificano il conflitto e consegnano a ciascuno un nemico su misura. L’odio “buono”, che si presenta come difesa della Palestina o della patria, permette di odiare sentendosi virtuosi. Gli algoritmi alimentano il meccanismo, ma siamo noi a farlo circolare: la ricompensa digitale

Come i social ci consegnano un nemico su misura
Alessandro TedescoAlessandro Tedesco04/10/2026Aggiornato 17/10/20264 min lettura800 parole

Ho letto un post su X di Carmelo Palma, collega che stimo molto, intitolato L’odio “buono”. Prende spunto dal presidio davanti a Montecitorio contro il ddl sull’antisemitismo. La tesi è che il novanta per cento della sinistra italiana si imbarazzi più a stare accanto a Liliana Segre che a chi sventola le bandiere di Hamas, Hezbollah e dell’Iran.

A destra, aggiunge, il disprezzo per gli stranieri è diventato una patente di patriottismo.

Chiude con una formula che resta in testa: l’Italia bipopulista.

Sul 90 per cento si può discutere. Sul fenomeno, molto meno.

L’odio “buono” esiste e il suo trucco è antico: si presenta sempre come difesa di qualcuno, della Palestina a sinistra, della patria a destra. Chi odia così non si sente un odiatore. Si sente uno che ha preso posizione.

Il ddl, già approvato al Senato e ora alla Camera, ruota proprio intorno a questo: dove finisce la critica a uno Stato e dove comincia l’odio per un popolo. Gli studiosi ne discutono da anni, con due definizioni di antisemitismo in concorrenza, perché la linea è sottile e va tracciata con cura.

In piazza e sul feed arriva già tracciata. Per gli uni, chi difende il ddl vuole imbavagliare il dissenso; per gli altri, chi lo contesta copre l’antisemitismo. La sfumatura non fa numeri.

I numeri, quelli veri, li conosciamo da anni. Nel 2017 Facebook ha cominciato a contare ogni reazione emotiva, rabbia compresa, cinque volte un semplice “mi piace”: lo hanno rivelato documenti interni usciti nel 2021.

Lo stesso anno uno studio ha analizzato quasi tre milioni di post di giornali e politici americani. Ogni parola riferita alla parte avversa aumentava del 67 per cento le probabilità di condivisione. Nessun altro fattore misurato, nemmeno il linguaggio emotivo, rendeva altrettanto.

Il dato che mi colpisce di più è un altro. Sempre nel 2021 un gruppo di ricercatori di Yale ha mostrato che chi riceve like e condivisioni per un post indignato tende a indignarsi di più la volta successiva. È un addestramento, e funziona come tutti gli addestramenti: arriva la ricompensa, il gesto si ripete, finché diventa un riflesso.

Polarizzare, semplificare, trovare un nemico non è una scelta: è ciò che il sistema premia.

Umberto Eco, che di segni se ne intendeva, al bisogno di un nemico ha dedicato un saggio, Costruire il nemico. Il nemico, spiega, ci serve per sapere chi siamo e per misurare i nostri valori, e “quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo”.

Nella sua galleria ci sono l’eretico e la strega. E ci sono, da sempre, l’ebreo e lo straniero: gli stessi bersagli dell’odio “buono” di cui parla il post. L’algoritmo non inventa nemici nuovi. Riscalda i più vecchi che abbiamo e li consegna su misura, a ciascuno il suo, ogni mattina.

Aristotele, quello dell’animale sociale, distingueva la voce dalla parola. La voce ce l’hanno anche gli altri animali e serve a segnalare il piacere e il dolore. La parola serve a dire il giusto e l’ingiusto, e la città nasce quando quel discorso lo si fa insieme.

Ora guardate i pulsanti sotto un post: un pollice, un cuore, una faccina che ride, una che piange, una rossa di rabbia. Piacere e dolore, nient’altro. Il feed ci ha restituito la voce e ci ha tolto la parola.

Chi è cresciuto in un paese sa che il nemico non si poteva bloccare. Lo incontravi al bar, lo incontravi ai funerali, e il buongiorno glielo dovevi comunque. La socialità era anche questo, l’obbligo di convivere con chi non sopporti.

Il feed ci ha sollevati da quell’obbligo. Il nemico ce lo mostra da lontano, senza volto e sempre al plurale: gli ebrei, gli stranieri, i comunisti, i fascisti. Un nemico che non incontri mai è perfetto, perché non ti può smentire.

Siamo così immersi nei social che la nostra socialità è dettata dall’algoritmo. Qualcuno dirà che allora basta spegnerlo. Un esperimento pubblicato su Science nel 2023 ci ha provato: durante le presidenziali americane del 2020, per tre mesi, oltre quarantamila utenti di Facebook e Instagram hanno ricevuto un feed cronologico al posto di quello algoritmico.

La polarizzazione non si è mossa in modo significativo. C’è chi ci ha letto un’assoluzione delle piattaforme. Io ci leggo una cosa più scomoda: la lezione l’abbiamo imparata a memoria, e ormai la recitiamo anche senza suggeritore.

L’odio “buono” è solo il prodotto più riuscito di questo sistema, perché tiene insieme le due cose che il feed premia di più: il nemico e la virtù. Si odia e ci si sente migliori, e in più arriva la ricompensa.

Un prodotto, però, per girare ha bisogno di qualcuno che lo faccia girare. A destra come a sinistra, quel qualcuno siamo noi.

L’animale sociale non esiste più. Resta un animale che reagisce, e un algoritmo che gli dice contro chi.

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