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Isaac Bashevis Singer, tra i demoni e l’Hudson

Tra la Varsavia chassidica e le caffetterie di New York, Singer interrogò la fede dei padri senza scioglierne le contraddizioni. Demoni, falsi messia e passioni raccontano una libertà inseparabile dalla colpa. Accanto a Bellow, la sua opera difende la complessità dell’individuo e mostra come la metafisica

Isaac Bashevis Singer, tra i demoni e l’Hudson
Massimiliano Pappalardo04/10/2026Aggiornato 17/10/20266 min lettura1.145 parole

Il rapporto di Isaac Bashevis Singer con l’ebraismo non ha mai trovato una formula definitiva, e credo che proprio in questa incompiutezza la sua letteratura abbia trovato la propria energia. Cresciuto nella casa di un rabbino chassidico, scrittore in una lingua che la storia stava per cancellare, testimone tra i più ostinati del mondo yiddish polacco, Singer passò la vita a interrogare la fede dei padri senza giungere a un verdetto.

A volte la sente come una casa da cui uscire, a volte come una lingua materna che si continua a parlare anche quando si vorrebbe tacere, più spesso come un tribunale davanti al quale ogni personaggio sa di dover comparire. Ne nasce una narrativa in cui l’ebraismo agisce insieme da sorgente, da memoria e da problema, e che si lascia leggere come racconto di un mondo perduto, come apologo morale o come romanzo metafisico a seconda del libro.

La lettura elegiaca, la più diffusa dopo la Shoah, coglie una parte di verità e lascia in ombra l’aspetto più inquieto dell’opera, dove al rimpianto subentrano le domande sul male, sul desiderio e sul silenzio di Dio.

La casa di Krochmalna Street

Tutto comincia a Varsavia, in Krochmalna Street, dove il padre teneva il suo tribunale rabbinico di tradizione chassidica. In quelle stanze si discuteva di polli, di eredità e di adulteri, e il bambino ascoltava racconti di spiriti e di castighi ultraterreni.

La madre, figlia del rabbino di Bilgoraj e di temperamento più razionalista, gli lasciò anche il nome, perché Bashevis deriva da Bat-Sheva. Il fratello maggiore, Israel Joshua, imboccò presto la strada della letteratura secolare e più tardi lo aiutò a emigrare.

In My Father’s Court racconta quella casa divisa in due, e credo che Singer l’abbia ricomposta soltanto sulla pagina. Ne ricavò una postura duratura, quella di chi crede e dubita nello stesso momento e presta la voce a entrambe le parti.

Tradizione e secolarizzazione

Lasciata la formazione rabbinica, Singer visse a Varsavia di lavoro redazionale e di traduzioni, portando in yiddish, tra gli altri, Hamsun, Remarque e Thomas Mann. Intorno a lui la cultura yiddish si andava secolarizzando in senso illuminista, socialista e nazionale, e produceva una letteratura di denuncia sociale, molto attenta al realismo.

Singer riconosceva il valore di quel progetto e ne avvertiva anche il limite, perché un’arte tutta rivolta alla società rischia di smarrire il mistero. Trovò nel patrimonio religioso, nella cabala e nel folklore un serbatoio di immagini più adatto a raccontare la libertà e la colpa.

Satan in Goray, pubblicato a puntate sulla rivista “Globus” e in volume nel 1935, è la prima grande prova di questa scelta. Siamo dopo le stragi cosacche del 1648 e il villaggio di Goray si consegna all’attesa di Sabbatai Zevi, il falso messia. L’estasi diventa licenza e la licenza si trasforma in possessione. Il male nasce dal desiderio di redenzione della comunità stessa.

Sarebbe anacronistico parlare di profezia, ma un lettore del secolo dei messianismi laici difficilmente può ignorare quanto quella diagnosi gli somigli.

La magia e le forme della libertà

I demoni di Singer chiamano in causa chi li incontra e portano alla luce ciò che la psicologia descrive con altre parole. In The Last Demon è un diavolo rimasto senza lavoro a raccontare, in un villaggio ormai vuoto, che gli uomini hanno superato i demoni nell’arte di fare il male e che nessuno ha più bisogno di loro. Trovo che sia una delle premesse più agghiaccianti della letteratura sulla Shoah, e Singer la affida a una creatura da fiaba.

Gimpel, lo sciocco di Frampol, crede a tutto e viene beffato da tutti, e la sua credulità finisce per apparire una forma rara di onestà. Yasha Mazur, il mago di Lublino, rappresenta il caso opposto. Illusionista e seduttore, convinto di non dover rendere conto a nessuno, vede la propria libertà trasformarsi in una catena di menzogne e finisce per chiudersi in una cella di penitenza. In entrambi la magia serve a misurare la libertà, quella che sa fidarsi e quella che ha smesso di farlo.

Il tono si fa comico nello “Spinoza di Market Street”. Il dottor Fischelson ha ordinato la propria vita secondo il modello geometrico dell’Etica, e la sua disciplina viene sconvolta dall’arrivo di una vicina, Dobbe, che finisce per sposarlo. Chi ha in mente Herzog e le sue lettere a Spinoza riconosce il gioco, perché anche qui la ragione dimostrativa incontra il corpo e da quell’incontro passa qualcosa che somiglia alla verità.

Dall’altra parte dell’Atlantico, sull’Hudson

Nel 1935 Singer emigra, raggiunge il fratello a New York e comincia a scrivere per il “Forverts”. La sua geografia diventa la West Side di Manhattan, affacciata sull’Hudson, con le caffetterie di Broadway frequentate da profughi, vedove e scrittori yiddish in cerca di lettori. Qui i demoni cambiano lingua e conservano il mestiere.

In Enemies, A Love Story Herman Broder, sopravvissuto grazie a una contadina polacca, vive a Brooklyn tra la moglie che lo nascose, un’amante e una prima moglie creduta morta che riappare. I morti, in queste pagine, sono presenze concrete e camminano sui marciapiedi di New York con l’accento di Varsavia.

Colpisce il pudore teologico con cui Singer si accosta alla Shoah. Rinuncia a ogni teodicea e lascia il suo Dio a un silenzio con cui si litiga da secoli, come già facevano i suoi padri. Nel discorso per il Nobel definì lo yiddish una lingua d’esilio, priva di terra e di governo, e aggiunse che aveva ancora molto da dire. Oggi suona come un congedo, e allora era un’apertura di credito.

Accanto a Bellow

Fu Bellow, nel 1953, a tradurre Gimpel the Fool per la “Partisan Review”, e l’America letteraria scoprì così uno scrittore che scriveva in una lingua data per morente. Il Nobel arrivò a Bellow nel 1976 e a Singer nel 1978, e i due si somigliano soprattutto nel modo di guardare l’uomo.

Bellow parte dall’intellettuale moderno e ne apre l’interiorità alla dimensione metafisica, Singer parte dal metafisico e lo accompagna nelle camere da letto, nelle redazioni e nelle caffetterie. Entrambi difendono la complessità di un io che nessuna funzione sociale riesce a esaurire.

Ciò che resta della metafisica

Se dovessi indicare perché Singer sia ancora necessario, direi che in lui la secolarizzazione trasferisce la metafisica in altri luoghi, il desiderio, l’inconscio, la politica, e ne conserva intatta la forza. Quando il sacro esce dalla porta trova spesso il modo di rientrare dalla finestra, sotto forma di demone, di passione o di falso messia.

Bellow difende la sopravvivenza di un nucleo di coscienza, Singer aggiunge che quel nucleo può anche essere abitato, e non sempre da ospiti graditi. È una lezione scomoda e proprio per questo attuale, che lascia il rapporto con l’ebraismo aperto come lui volle lasciarlo, una domanda a cui ogni libro dà una risposta provvisoria.

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