Israele

A 3 anni dal 7 ottobre. Intervista a Fiamma Nirenstein

A tre anni dal massacro, Fiamma Nirenstein legge il 7 ottobre come un processo ancora aperto: alla violenza contro Israele si accompagna l’esclusione degli ebrei dalla vita pubblica in Occidente. Nell’intervista affronta il ritorno all’identità ebraica, le responsabilità politiche e militari e il rapporto fra Israele

A 3 anni dal 7 ottobre. Intervista a Fiamma Nirenstein
Filippo PipernoFilippo Piperno07/10/2026Aggiornato 17/10/20265 min lettura1.086 parole

Il 7 ottobre non è ancora una memoria: per Fiamma Nirenstein è un processo che continua nell’antisemitismo e nella trasformazione della coscienza ebraica. Giornalista e scrittrice, italiana e israeliana (e fiorentina con fierezza), distingue il massacro da ciò che lo ha seguito, ma li considera parte di una stessa crisi.

A tre anni dal massacro, possiamo già parlare del 7 ottobre come di una memoria?

“No, non lo è ancora. Il 7 ottobre è un processo nel quale stiamo vivendo, e che sta attraversando tutto il mondo. Per il popolo ebraico contiene due esperienze: ciò che è accaduto quel giorno e ciò che è accaduto dopo. Nella nostra storia non ci sono mai novità assolute: da migliaia di anni la lotta per sopravvivere segna il nostro cammino. Eppure nessuno di noi si aspettava questo.

Sono nata nel dopoguerra, ho avuto la fortuna di vivere decenni di “fortuna ebraica”. Ora ci troviamo davanti a due grandi svolte: nell’esperienza dello Stato di Israele e nella vita degli ebrei nel mondo”.

Lei ha raccontato per anni gli attentati contro Israele. Che cosa distingue il 7 ottobre dalla violenza che aveva già conosciuto?

“Ho vissuto tutta la seconda Intifada, giorno per giorno. Ho visto gli autobus saltare in aria, morire i ragazzi che andavano a scuola, ho visto il Dolphinarium e altri attentati terribili. Ma il 7 ottobre aveva una caratteristica diversa: la distruzione totale.

La crudeltà, il fare a pezzi, il fuoco, i rapimenti rispondevano a questa intenzione: terrorizzare una popolazione fino a paralizzarla nell’orrore. Non si può separare quello che è accaduto dall’idea di annientamento che lo ha guidato.

E pensiamo a chi è stato colpito: i ragazzi che ballavano al festival, la popolazione dei kibbutz al confine, gente laica, di sinistra, che aveva sperato per tutta la vita nella possibilità della pace”.

Come collega quel massacro all’ondata di antisemitismo che ha investito l’Occidente?

“Dal 7 ottobre si concretizza il tema della sparizione degli ebrei. Farli sparire dalle scuole e dalle università, terrorizzandoli; dalle mostre d’arte, espellendoli; dai premi letterari, dai campi di calcio, dai campionati. Mentre si cerca di distruggere lo Stato di Israele, si cacciano gli ebrei dagli spazi della vita pubblica. È questa la seconda parte del 7 ottobre.

Il mondo sta attraversando anche una perdita dei principi fondamentali sui quali ha costruito la propria cultura: la logica, la conoscenza, la verifica, la ragionevolezza. Quando diventa incapace di conoscere, valutare e capire, il problema riguarda tutti, ebrei e non ebrei”.

Che cosa rende questa ostilità accettabile anche agli occhi di persone che si considerano colte e rispettose dei diritti?

“È una cosa impressionante. Persone decenti, civilizzate, educate hanno incorporato una narrazione rovesciata. Nel palestinismo hanno trasferito tutto ciò che era stato insegnato loro come buono: i diritti umani, la difesa dell’oppresso, la giustizia. È un trasferimento quasi psicanalitico.

In televisione si dice che Israele ha fatto un genocidio con la naturalezza con cui si direbbe che qualcuno è andato a comprare le caramelle. Chi lo dice talvolta non sa neppure più di stare pronunciando un’accusa antisemita.

A questo si aggiunge il convergere di una cultura universalista, che abbandona i propri fondamenti, con una cultura religiosa suprematista. Questa confluenza riempie le piazze e alimenta la rappresentazione di Israele come una colonia, cancellando la storia del popolo ebraico in quella terra. Non solo ci siamo nati e cresciuti prima di esserne cacciati: una presenza ebraica è sempre rimasta”.

Nel corso della nostra conversazione ho parlato di un ritorno alla precarietà per gli ebrei della diaspora. Lei mi ha risposto: è un ritorno alla solidità dell’identità. Perché?

“Perché abbiamo un’identità d’acciaio. Anche gli ebrei della diaspora sono cambiati: c’è più sentimento per il proprio ebraismo, si cerca di saperne di più, di conoscere la storia di Israele. L’effetto del 7 ottobre è stato anche un ritorno complessivo all’ebraismo.

In Israele si discute, ci si scontra, ci sono divisioni politiche e religiose. Ma rimane un dato: siamo parte dello stesso popolo. La terra e il libro appartengono a tutti, qualunque cosa pensino. Davanti alla necessità di salvare la vita, quelle differenze non cambiano la condizione comune. Se ti vogliono uccidere, devi vivere: da qui comincia il ripensamento delle convinzioni precedenti”.

Gli israeliani combattono per la propria sopravvivenza, gli ebrei europei si confrontano con la delegittimazione. Sono due battaglie che rischiano di allontanarsi?

“Sì, gli ebrei della diaspora e quelli di Israele devono avvicinarsi, perché gestiscono due battaglie troppo distanti. Per farlo devono decidere che gli argomenti dell’antisemita sono una sua responsabilità. L’antisemitismo non è responsabilità degli ebrei.

Dobbiamo raccontare la nostra verità, assumere le nostre responsabilità, senza continuare a mettere al centro gli argomenti del nemico. È questo atteggiamento che cerco di suggerire anche agli ebrei della diaspora, perché darebbe loro forza”.

Questa fermezza lascia spazio alla discussione sulle responsabilità israeliane del 7 ottobre?

“Certamente Netanyahu condivide la responsabilità con gli apparati di sicurezza e soprattutto con l’esercito che non c’era. Purché non si cerchi di attribuirla tutta a lui, come fanno oggi molti, mentre ci sono numerose testimonianze della pluralità delle mancanze. Ci sono tante cose da raccontare e da accertare, e ciascuno dovrà assumersi la propria responsabilità.

Netanyahu ha però avuto anche il merito, insieme all’esercito, allo Shabak e al Mossad, di condurre molto bene la nostra ripresa su sette fronti diversi, compreso quello difficilissimo dell’Iran sulla strada del nucleare. Qui non ci si rende abbastanza conto di quanto sia difficile una guerra, soprattutto su sette fronti e cercando di risparmiare i civili, come fa l’esercito israeliano.

La discussione sulle responsabilità non cancella la necessità della difesa. A me interessa che non vengano ammazzati il figlio della mia vicina, il maestro di Torah del mio bambino, i ragazzi che conosco. È un principio elementare, concreto”.

Che cosa risponde a chi sostiene che la condotta di Israele mette in pericolo gli ebrei della diaspora?

“Che la responsabilità dell’antisemitismo è sempre degli antisemiti. Israele deve difendersi. Ma ho anche una richiesta da rivolgergli: deve esserci di più per gli ebrei della diaspora. Se afferma che oggi, grazie alla sua esistenza, gli ebrei del mondo hanno uno scudo, deve dimostrarlo. Deve reagire, rispondere anche sul piano politico e delle sanzioni quando viene attaccato. Gli ebrei della diaspora devono sentire che Israele è con loro.

In Europa questa presenza si sente troppo poco, meno che in America. E invece l’Europa è importantissima: qui nasce il sionismo nella sua forma politica, qui è avvenuta la Shoah, qui batte una parte del nostro cuore. Non possiamo tirarci indietro. La mia commemorazione del 7 ottobre vuole dire questo: rimbocchiamoci le maniche. Niente subalternità”.

Supporto editoriale

Sostieni questo progetto editoriale

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico oppure scegliendo una delle opzioni di donazione disponibili. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!