Antisemitismo
“Israele nazista”: mezzo secolo di propaganda antisemita, dall’Urss ai social
Un tweet provocatorio e gli insulti ricevuti aprono una riflessione sull’equiparazione fra Israele e il nazismo. Dalle vignette sovietiche degli anni Settanta ai comunicati della RAF, emerge la storia di una retorica che rovescia la memoria della Shoah contro lo Stato ebraico. Criticare Israele è legittimo;

Il 3 ottobre ho pubblicato un tweet volutamente provocatorio: “Senti l’impulso incontrollabile di accostare il nazismo a Israele? Sei un antisemita. Non riesci proprio a evitare di bestemmiare il genocidio con riferimento a Gaza? Sei un antisemita. Poi discutiamo pure”.
È arrivata una ridda di insulti antisemiti. Avevo contestato un modo di parlare di Israele; mi sono ritrovato a fare i conti con l’odio per gli ebrei. La provocazione poteva essere discussa, smontata, criticata. Gli insulti hanno scelto una strada assai più rivelatrice.
Fra le risposte c’è stato anche uno scambio civile, che merita attenzione proprio perché permette di uscire da quella palude maleodorante. Un interlocutore mi ha osservato che definire antisemita chi critica le politiche israeliane sarebbe una forzatura. Gli ho risposto che certamente lo sarebbe.
A quel punto mi ha chiesto se, dunque, fosse una forzatura anche l’esempio dell’IHRA che indica i paragoni fra le politiche israeliane contemporanee e quelle naziste come una possibile manifestazione di antisemitismo.
In quel “dunque” sta il problema. Avevo riconosciuto la piena legittimità della critica a Israele. Il mio interlocutore ne ricavava la legittimità dell’accostamento al nazismo. Come se fra contestare una decisione del governo israeliano e dipingere lo Stato ebraico come una reincarnazione del Terzo Reich non passasse alcuna differenza.
La definizione operativa dell’IHRA, peraltro, contiene entrambe le indicazioni: la critica a Israele analoga a quella rivolta ad altri Paesi non è antisemitismo; il paragone con i nazisti figura fra gli esempi che possono esserlo, considerando il contesto complessivo.
È uno strumento non vincolante, non una macchina che emette sentenze su ogni frase. Ma la distinzione che suggerisce è chiara: la libertà di criticare uno Stato non rende innocua qualsiasi retorica usata contro di esso.
Anche il mio tweet, nella sua deliberata brutalità, richiede una precisazione. La parola “genocidio”, presa da sola, non basta a diagnosticare l’antisemitismo di chi la pronuncia. Un’accusa va valutata per le prove, gli argomenti e il contesto. La sua eventuale infondatezza non dimostra automaticamente odio antiebraico.
Il punto che intendo discutere è l’uso di quell’accusa come marchio assoluto, specialmente quando si accompagna all’equiparazione fra Israele e il nazismo e alla trasformazione degli ebrei, ovunque vivano, in imputati collettivi.
Questa operazione ha una storia. E conoscerla aiuta a capire quanto poco ci sia di nuovo in certi slogan che si presentano come un risveglio della coscienza.
L’11 marzo 1970 il quotidiano sovietico Ve?ernjaja Moskva pubblicava una vignetta di V. Konstantinov. Un soldato israeliano armato, davanti a un paesaggio devastato, ripeteva la posa di un soldato nazista raffigurato in un quadro sopra di lui. Il messaggio era elementare: Israele proseguiva l’opera del nazismo.
Il 22 gennaio 1972, sulla Sovetskaja Moldavija, A. Zenin rendeva il concetto ancora più esplicito. Un uomo dai tratti della caricatura antisemita impugnava un’ascia insanguinata con la stella di David. La sua ombra era Hitler; nell’ombra, la stella diventava una svastica. Le due immagini, complete di riferimenti originali, sono riprodotte nel rapporto degli esperti su documenta fifteen.
Fra quelle due date, nel 1971, Evgenij Evseev aveva pubblicato a Mosca un libro dal titolo già eloquente: Fascismo sotto la stella azzurra. Come ricostruisce la studiosa Izabella Tabarovsky, l’equiparazione del sionismo al fascismo tedesco era uno dei temi del volume. Il paragone veniva confezionato anche in forma di presunta analisi ideologica.
Nel novembre 1972 ritroviamo quel rovesciamento nella Germania occidentale. Dopo il massacro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco, la RAF diffondeva un documento scritto da Ulrike Meinhof. Il testo parlava di “nazifascismo d’Israele” e definiva Moshe Dayan “Himmler d’Israele”.
Arrivava ad accusare Israele di aver sacrificato i propri atleti come i nazisti avevano sacrificato gli ebrei. L’attacco di Settembre Nero veniva celebrato come un’azione antifascista. Il documento integrale è consultabile nel Social History Portal; lo storico Jeffrey Herf ne ha ricostruito il significato.
Fermiamoci su questo passaggio. Undici israeliani erano stati assassinati. Nel testo della RAF, il loro Stato diventava nazista e l’azione dei terroristi diventava antifascista. Il lessico aveva già disposto i ruoli: chi colpiva gli israeliani poteva rappresentarsi come un resistente; gli israeliani uccisi appartenevano al campo degli oppressori.
Non serve attribuire a ogni manifestante di oggi una lettura dei libri sovietici o dei comunicati della RAF. Il dato documentabile è che questa rappresentazione circolava già oltre mezzo secolo fa. Non è nata con Netanyahu, con la guerra attuale o con le immagini di Gaza. Quegli eventi possono alimentarla, ma non ne spiegano l’origine.
Il suo funzionamento è riconoscibile. Il crimine subito dagli ebrei viene rivolto contro di loro come un’accusa. La memoria della Shoah diventa il materiale con cui costruire la demonizzazione dello Stato ebraico. E chi opera quel rovesciamento può sentirsi investito dell’autorità morale dell’antifascismo.
Si può discutere ogni scelta di Israele. Si possono contestare un governo, una guerra, una decisione militare. Si possono denunciare responsabilità e chiedere accertamenti. Tutto questo comporta il confronto con fatti concreti.
La formula “Israele nazista” offre invece una comoda scorciatoia: assegna al nemico il volto del male assoluto e risparmia a chi la usa la fatica di distinguere.
Gli insulti ricevuti sotto il mio tweet non dimostrano che ogni oppositore di Israele sia antisemita. Dimostrano però quanto facilmente, in quella conversazione, l’ostilità verso Israele abbia trovato sbocco nell’odio antiebraico.
È questo che vorrei discutere con chi si è indignato per la provocazione. Perché, fra tutti gli strumenti disponibili per criticare Israele, sente il bisogno di scegliere proprio Hitler? E perché, quando una persona dal cognome notoriamente ebraico contesta quel paragone, tanti trovano naturale rispondergli con insulti antisemiti?
La libertà di critica non è in discussione. La pretesa che basti invocarla per rendere rispettabile qualsiasi odio, sì.
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