Guerra, sicurezza e difesa
La lezione di Lyman e l’ipocrisia del disarmismo
C’è un’idea che continua a presentare la sconfitta ucraina come inevitabile e la resa come unica via alla pace. Ma la controffensiva di Lyman dimostra che il fronte non è immutabile e che l’esercito russo può essere respinto. La vera questione, allora, riguarda la responsabilità dell’Occidente:

C’è un’idea pigra che circola tra le cancellerie europee e che nel nostro dibattito pubblico è stata elevata quasi a dogma indiscutibile: quella che la guerra d’aggressione russa in Ucraina sia arrivata a un vicolo cieco insuperabile. Il ragionamento è semplice, perfetto per chi osserva le dinamiche belliche dalla distanza rassicurante di un salotto televisivo: la Russia dispone di una massa demografica superiore, di armamenti inesauribili e di un’economia ormai interamente convertita all’industria bellica; l’Ucraina è esausta; l’Occidente è stanco. La conclusione, auspicata a mezza voce o gridata nelle piazze, è sempre la stessa: spingere Kyiv ad accettare il dato di fatto, arrendersi e battezzare questa capitolazione con il nome di pace.
L’operazione psicologica di Mosca
Questa narrazione non è il frutto di un neutrale realismo politico, ma la riuscita applicazione di un’operazione di coercizione psicologica condotta da Mosca. Il Cremlino ha costruito la propria postura su una certezza strategica: convincere le opinioni pubbliche occidentali che la propria vittoria fosse una legge di natura imprescindibile e ineluttabile. Per alimentare questa finzione, i generali russi hanno mandato al massacro migliaia di uomini pur di avanzare di poche decine di metri al giorno, trincea dopo trincea, rudere dopo rudere. L’obiettivo non era militare, ma di pressione politica: far credere che ogni metro occupato dalla Russia fosse perso per sempre, che la resistenza fosse una condanna inutile e che continuare ad aiutare Kyiv servisse soltanto a prolungare l’agonia di un popolo stremato dai bombardamenti indiscriminati e piegato dalle violenze e dalla tracotanza di un esercito invincibile.
La tesi dell’ineluttabilità
Il ricorso alla tesi dell’ineluttabilità della vittoria del più forte e la fretta delle opinioni pubbliche occidentali nel decretare la sconfitta dell’aggredito rappresentano una costante patologica della storia diplomatica europea. Ogni qualvolta un’autocrazia proietta un’immagine di spietata massa d’urto, le democrazie tendono a cedere alla trappola del disfattismo, scambiando la propria riluttanza al rischio per senso della realtà.
Un esempio storico
Un esempio storico lampante di questo corto circuito politico si consumò durante la Guerra Russo-Polacca del 1920. Mentre le armate bolsceviche di Tucha?evskij avanzavano apparentemente inarrestabili verso Varsavia, le reazioni delle cancellerie occidentali e delle classi politiche europee furono improntate al più cinico disimpegno. Il Primo Ministro britannico Lloyd George arrivò a spingere apertamente il governo polacco ad accettare le draconiane condizioni di resa dettate da Mosca, giudicando la causa di Varsavia irrimediabilmente persa. Parallelamente, i movimenti pacifisti e i sindacati di sinistra in Gran Bretagna, Germania e Italia bloccarono le spedizioni di armi destinate alle truppe polacche nei porti, sostenendo che l’invio di aiuti militari serviva solo a prolungare inutilmente le sofferenze e a ritardare una pace inevitabile. Il verdetto delle élite europee era già scritto: la Polonia doveva rassegnarsi. Fu solo la brillante manovra tattica del maresciallo Pi?sudski nella battaglia della Vistola a distruggere il fronte sovietico, ribaltando completamente il quadro militare e smentendo clamorosamente la resa preconizzata dai governi occidentali. Vi ricorda qualche cosa?
Ugualmente istruttiva è la reazione politica delle democrazie occidentali durante la Guerra d’Inverno del 1939 tra Unione Sovietica e Finlandia. Di fronte all’invasione sovietica, la Società delle Nazioni espulse l’URSS e le diplomazie di Londra e Parigi manifestarono una calorosa solidarietà retorica verso Helsinki. Tuttavia, quando si trattò di passare alle decisioni strategiche, i governi francese e britannico si paralizzarono in un estenuante dibattito interno, impauriti dal rischio di escalation globale e bloccati da dispute logistiche e burocratiche. Il sostegno militare arrivò a contagocce e con esasperante lentezza. La timidezza politica dell’Occidente lasciò sola la Finlandia a sostenere un logoramento sproporzionato, costringendola alla fine a firmare il Trattato di Mosca e a cedere l’11% del proprio territorio nazionale: un sacrificio che l’Occidente salutò con sollievo, ma che non fece altro che confermare al Cremlino la debolezza strutturale della volontà democratica. Di nuovo, vi ricorda qualche cosa?
La rottura dell’assedio di Lyman
Per fortuna, a un certo punto è necessario fare i conti con la realtà che manda all’aria i piani di chi cercava una via d’uscita a buon mercato. In Ucraina, in questi giorni stiamo assistendo proprio a questo. La rottura dell’assedio di Lyman, con il contrattacco ucraino che ha cancellato il saliente russo lungo il fiume Zherebets e liberato oltre centosettanta chilometri quadrati, dimostra l’infondatezza della teoria dell’avanzata inevitabile.
Non si tratta soltanto di un’importante boccata d’ossigeno per la tenuta di Slovyansk e Kramatorsk, cuore della fortezza ucraina nel Donbass. È, prima di tutto, un fatto politico enorme. Lyman dimostra che la mappa del conflitto non è una costante immutabile e che la terra pagata a caro prezzo da Mosca in mesi di assalti d’attrito può essere riconquistata in due settimane se le forze ucraine dispongono degli strumenti necessari per colpire la logistica avversaria e manovrare con intelligenza. Il successo di Kyiv svela ciò che l’auto-deterrenza europea finge sistematicamente di ignorare: l’esercito russo è vulnerabile, la sua catena di rifornimento è fragile e, quando perde il vantaggio di poter spianare il territorio con l’artiglieria pesante, la sua macchina bellica va in affanno.
Il cortocircuito italiano
Eppure, mentre attorno a Lyman si combatte casa per casa per riaffermare il diritto internazionale, in Italia assistiamo all’ennesimo corto circuito tra opportunismo politico e vuoto moralismo.
Da un lato, la condotta di Giuseppe Conte e del Movimento 5 Stelle, che continuano a fare dell’abbandono di Kyiv la propria bandiera elettorale, spacciando il disarmo dell’aggredito per pacifismo e ripetendo che la via diplomatica si aprirebbe unicamente smettendo di inviare aiuti militari. Dall’altro, la retorica fiorita attorno alle celebrazioni per l’ottocentenario della morte di San Francesco, trasformate da settori della politica e del mondo cattolico in una rassegna di massime astratte sulla fratellanza, utili a invocare una resa a prescindere dalla giustizia e dalla sovranità del popolo invaso.
Usare il Santo di Assisi come paravento morale per evitare di fare i conti con la realtà del potere e con la natura del regime di Putin è la forma più perversa di disarmismo travestito da purezza d’animo. Invocare la fine del conflitto senza distinguere tra chi spara e chi si difende significa promuovere la pace dei cimiteri: è la riproposizione aggiornata della celebre diagnosi che Tacito metteva in bocca al capo caledone Calgaco: “ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”. Pretendere che l’Ucraina accetti la distruzione della propria sovranità in cambio dell’interruzione dei bombardamenti non significa costruire un equilibrio diplomatico, ma consegnare un intero popolo alla tabula rasa dell’occupante, trasformando la devastazione ideata dal Cremlino nella nuova norma del diritto internazionale.
L’alibi perfetto
Sostenere che il fronte sia bloccato è stato, per molte cancellerie e per troppi commentatori, l’alibi perfetto. Se la situazione fosse davvero immobile per forza d’inerzia, allora il disimpegno non verrebbe percepito come una vigliaccata, ma come un gesto di buonsenso; se l’Ucraina non potesse vincere, lasciarla sola diventerebbe una forma di prudenza umanitaria.
Lyman smonta questo alibi e rimette l’Occidente davanti alle proprie responsabilità. Il fronte si muove a seconda di chi possiede i mezzi tecnologici, le munizioni e la determinazione politica per farlo muovere. L’Ucraina ha dimostrato ancora una volta di saper combattere e di poter ribaltare quadri tattici dati per disperati, a condizione di non essere privata del necessario sostegno logistico e militare.
Forzare oggi l’Ucraina a un congelamento del conflitto privo di reali e vincolanti garanzie di sicurezza significherebbe ripetere i fallimenti politici che portarono alle tragedie del Novecento: da un lato la creazione di uno Stato mutilato e permanente fonte di risentimento nel cuore dell’Europa; dall’altro la condanna dell’Europa orientale a rimanere una zona grigia esposta alle future mire del revanchismo russo.
Un vero tavolo negoziale non nascerà mai dagli appelli alla resa mascherati da purezza evangelica o dai calcoli di convenienza elettorale. Un negoziato reale ed equo esisterà soltanto nel momento in cui al Cremlino sarà chiaro che proseguire la guerra d’aggressione comporta un costo infinitamente superiore rispetto alla cessazione delle ostilità. Chi oggi invoca il blocco della resistenza in nome del realismo sta semplicemente cercando una giustificazione per voltarsi dall’altra parte. La lezione di Lyman è che la sconfitta della libertà non è scritta da nessuna parte e diventa certa soltanto quando le democrazie occidentali decidono di arrendersi alla pigrizia della propria coscienza.
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