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Storia del sionismo in quattro atti. Le origini dell’autoemancipazione ebraica

Prima di quattro puntate dedicate alla storia del sionismo: dalle origini dell’autoemancipazione ebraica alle sue diverse correnti, dalla nascita di Israele ai conflitti e alle controversie che ne accompagnano la storia.

Storia del sionismo in quattro atti. Le origini dell’autoemancipazione ebraica
Gianni Morelenbaum GualbertoGianni Morelenbaum Gualberto08/10/2026Aggiornato 17/10/20268 min lettura1.642 parole

Dalle prime formulazioni cristiane del ritorno in Palestina al sionismo politico di Herzl, la storia di un progetto di autoemancipazione nato dal fallimento delle promesse europee. Hess e Pinsker riconobbero nella condizione ebraica una questione nazionale che né l’assimilazione né la liberazione sociale avrebbero risolto. Herzl trasformò quell’intuizione in un movimento organizzato.

Parte prima di 4


Anche nella povertà un ebreo è un principe
Che sia schiavo o vagabondo
Sei stato creato figlio di re
Incoronato con il diadema di Davide
Sia nella luce che nell’oscurità
Ricorda sempre la corona
La corona dell’orgoglio e del Tagar

(Zeev Jabotinski, Shir Betar)

Ben pochi sono i termini politici del Novecento che abbiano conosciuto una torsione semantica paragonabile a quella subìta dalla parola “Sionismo”. Esso costituiva la denominazione che un popolo disperso aveva attribuito al proprio processo di autoemancipazione. Oggi, in numerosi ambienti, tale vocabolo opera alla stregua di un verdetto emesso anteriormente al dibattimento: non assolve più una funzione descrittiva nei confronti di un’idea, bensì la condanna.

Chi ne fa un simile impiego raramente è a conoscenza di chi fossero Pinsker, Ahad Ha’am, Gordon, Buber o Jabotinsky. Ancor meno egli sa quanto quegli uomini si siano reciprocamente combattuti proprio intorno alle questioni che oggi si presumono rivolte al Sionismo dall’esterno: il diritto degli arabi di Palestina, il rapporto con le potenze, il costo morale della sovranità.

Non si tratta di fare un’apologia del Sionismo: non è necessaria, ma è necessario sapere che la propaganda antiebraica e giudeofoba da tempo sfrutta il fatto che il termine Sionismo sia artatamente diffuso in modo diffamatorio, senza che si abbiano le necessarie nozioni su di esso.

La categoria di colonialismo, qualora applicata al Sionismo, produce un oscuramento superiore al chiarimento che consente, non già perché il Sionismo sia stato esente da colpe, posto che nessun movimento nazionale ne è stato privo: la ragione risiede nel fatto che la sua struttura profonda si configura come quella di un ritorno e di una rivolta, non di un’espansione.

Trattasi di un nazionalismo privo di metropoli, scaturito da una minoranza priva di Stato, la quale ha dovuto risvegliare la propria lingua prima ancora di disporre di un territorio, e che ha conseguito la sovranità combattendo contro l’impero che ne amministrava la terra.

Esiste tuttavia un secondo filo, meno frequentato, che si dipanerà al di sotto del primo. Il Sionismo fu sin dalle origini anche un atto d’accusa che gli ebrei indirizzarono a se stessi, un’autoanalisi talora spietata della condizione diasporica; chi vi scorge unicamente volontà di potenza non percepisce quale porzione di quella volontà costituisse in realtà la risposta a una ferita interiore.

Il primo avversario del Sionismo non fu l’arabo, né l’inglese: fu l’immagine che l’ebreo europeo era giunto ad accettare di sé, e per comprenderlo occorre risalire al momento in cui una promessa si rivelò priva di contenuto.

Come tutte le rivoluzioni, anche il Sionismo è stato ispirato da alcune idee. Tuttavia, queste sono state formulate per la prima volta da teologi protestanti a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo e sono rimaste appannaggio esclusivo di pensatori, attivisti e politici cristiani per i primi trecento anni.

Il primo libro a proporre un reinsediamento degli ebrei in Palestina fu pubblicato nel 1585 da un sacerdote anglicano, Francis Kett (1547-1589). Al fine di accelerare la seconda venuta di Cristo, questo libro poneva l’accento sul “raduno degli ebrei” come mezzo per adempiere alle profezie bibliche. Per aver proposto “il concetto di ritorno nazionale ebraico in Palestina”, un’eresia per l’epoca, fu rapidamente bruciato sul rogo.

Isaac Newton scrisse, in Observations upon the Prophecies of Daniel, and the Apocalypse of St. John (pubblicato postumo nel 1733): “Si dice che coloro che riposano nella polvere risorgeranno, alcuni per ricevere una ricompensa e altri per subire una punizione, e lo stesso Daniele è indicato come uno di coloro che allora risorgeranno. In quel momento è prevista anche la fine del Re del Nord, la caduta della grande apostasia, il ritorno dalla cattività ebraica e la grande tribolazione”.

Come il chimico e filosofo inglese Joseph Priestley, Newton nutriva convinzioni religiose che prevedevano un “imminente ritorno degli ebrei in Terra Santa”. Come la maggior parte dei sionisti cristiani, anch’egli credeva nella conversione degli ebrei.

Benjamin Disraeli pubblicò The Wondrous Tale of Alroy nel 1833. Non fu una coincidenza che il libro fosse pubblicato poco dopo la visita di Disraeli a Gerusalemme. David Alroy, il protagonista del romanzo dell’inglese, era un ebreo curdo che guidò un movimento messianico fallito contro i turchi selgiuchidi nel XII secolo.

Ciò che rende il romanzo di Disraeli così toccante e profetico è il fatto che, da giovane, pur essendo nato ebreo, suo padre lo fece battezzare come membro in regola della Chiesa d’Inghilterra. Nonostante la conversione, tuttavia, Disraeli non abbandonò mai né si vergognò mai della propria identità e delle proprie origini ebraiche. Anzi, se ne vantava con chiunque in Parlamento o in Inghilterra volesse ascoltarlo.

Perché il messia fallito di Alroy era un soggetto così affascinante per il romanzo di Disraeli? Il poeta e critico letterario Adam Kirsch, nel suo studio sul romanziere e statista (Benjamin Disraeli, Schocken Books, Random House, NY 2008), descrive un convertito con scarsa conoscenza della cultura ebraica che “non considerava la Palestina in chiave religiosa, come teatro di un sogno messianico di esilio e redenzione”.

Alroy, in quanto ebreo che sfidò un impero musulmano, “rappresentava una possibilità fino ad allora inimmaginabile: che un ebreo potesse rivendicare il potere politico in quanto ebreo”. Questo sogno di sovranità ebraica nella Terra d’Israele, ben prima di Herzl, “attirò Disraeli verso l’Oriente”.

La secolarizzazione e il fermento intellettuale dell’Europa della metà del XIX secolo hanno dato origine a diversi autori ebrei che hanno “nazionalizzato” l’identità ebraica e immaginato un futuro nazionale per gli ebrei. In altre parole, si trattava di immaginare e costituire una comunità nazionale, in questo caso più che in molti altri.

L’attivismo politico alla ricerca di soluzioni collettive era nell’aria. Alcuni erano nazionalisti, altri cercavano la liberazione nell’unità della classe operaia delle diverse nazioni. Il Sionismo fu concepito da europei per gli europei, e il modo migliore per comprenderlo è ricollocarlo nel contesto della storia politica dell’Europa.

Il Sionismo politico non trae origine dalla Bibbia, sebbene dalla Bibbia derivi il proprio orizzonte: esso nasce dal fallimento dell’emancipazione. L’Europa liberale aveva prospettato agli ebrei un patto implicito: rinunciate alla vostra particolarità collettiva e sarete cittadini al pari degli altri.

Molti vi acconsentirono con un entusiasmo che, a rileggerlo oggi, suscita persino commozione, ma due generazioni più tardi risultò evidente che il patto non era stato onorato. L’antisemitismo moderno, ormai di natura razziale e non più religiosa, colpiva precisamente l’ebreo che aveva cessato di distinguersi, e lo colpiva in ragione di ciò che egli era e non di ciò che egli credeva.

Moses Hess aveva intuito tutto ciò con decenni di anticipo. Già compagno di Marx, in “Roma e Gerusalemme” (1862), egli scoprì che la questione ebraica non si sarebbe dissolta nella questione sociale, e lesse nel Risorgimento italiano il modello di una rinascita nazionale ebraica (M. Hess, Rom und Jerusalem. Die letzte Nationalitätsfrage, Leipzig 1862):

Con la fine dell’ostilità del cristianesimo nei confronti della cultura, cesserà anche la sua ostilità verso l’ebraismo; con la liberazione della Città Eterna sulle rive del Tevere, ha inizio la liberazione della Città Eterna sul Moriah; con la rinascita dell’Italia si preannuncia l’ascesa di Giuda. – Anche i bambini orfani di Gerusalemme potranno partecipare alla grande rigenerazione delle nazioni, al risveglio dal letargo simile alla morte del Medioevo con i suoi incubi.

L’accostamento a Mazzini non riveste carattere ornamentale, anzi esso colloca il Sionismo entro la famiglia dei nazionalismi romantici delle nazioni prive di Stato, accanto a quello italiano, polacco, ungherese, ceco: movimenti che rivendicavano una patria contro gli imperi, non già per conto di essi.

Dopo i pogrom del 1881 fu un medico di Odessa, Leon Pinsker, a conferire a quell’intuizione la forma di una diagnosi. “Autoemancipazione!” descrive l’ebreo come una figura che esiste senza esistere politicamente: “per i vivi l’ebreo è un morto, per gli indigeni uno straniero e un vagabondo, per i possidenti un mendicante, per i poveri uno sfruttatore e un milionario, per i patrioti un uomo senza patria”.

Difatti, l’ostilità che lo circonda non costituisce un errore da confutare: “la giudeofobia è una psicosi; in quanto psicosi è ereditaria, e in quanto malattia trasmessa da duemila anni è incurabile” (L. Pinsker, Autoemancipation! Mahnruf an seine Stammesgenossen von einem russischen Juden, Berlin 1882).

Se il male non si cura mediante argomenti, la liberazione non può essere concessa da altri, ma soltanto presa da sé: trattasi, a ben vedere, di una formula anticoloniale ante litteram, poiché nega che l’emancipazione possa provenire da un potere esterno.

Theodor Herzl giunse per ultimo e apportò l’organizzazione. Giornalista viennese assimilato, testimone a Parigi della degradazione di Dreyfus, egli scrisse “Lo Stato ebraico” (1896) con una frase che ne riassume l’intero programma: “Siamo un popolo, un popolo solo” (Th. Herzl, Der Judenstaat, Leipzig-Wien 1896).

L’anno successivo egli convocò a Basilea il primo Congresso sionista e annotò nel diario: “A Basilea ho fondato lo Stato ebraico. Se lo dicessi oggi ad alta voce, mi risponderebbe una risata universale. Forse fra cinque anni, certamente fra cinquanta, tutti lo vedranno” (Th. Herzl, “Diari”, annotazione del 3 settembre 1897). Lo Stato nacque cinquantun anni dopo.

Herzl ricercò protettori fra le potenze, il sultano, il kaiser, Londra, e ciò viene spesso addotto come prova di una vocazione imperiale, ma trattasi di una lettura del tutto anacronistica: nell’Europa del 1900 nessun movimento nazionale privo di Stato poteva concepirsi al di fuori del sistema degli imperi; lo stesso fecero i nazionalisti arabi del 1916, alleandosi con Londra contro gli ottomani. Ricercare un garante, d’altronde, non implica necessariamente rendersi un suo strumento.

Fine della prima parte.

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