Africa

La scommessa della Tunisia contro l’evaporazione del bacino di Kamech

Sul bacino di Kamech, la Tunisia sperimenta una pellicola monomolecolare per ridurre l’evaporazione e proteggere le riserve destinate all’agricoltura. Il progetto, sostenuto dalla FAO, punta a verificarne efficacia, sostenibilità economica e impatto ambientale. Se i risultati saranno positivi, la tecnologia potrebbe essere estesa ad altri invasi

La scommessa della Tunisia contro l’evaporazione del bacino di Kamech
Domenico LetiziaDomenico Letizia08/10/2026Aggiornato 17/10/20265 min lettura1.037 parole

Sotto il sole cocente del Cap Bon, a nord-est di Tunisi, il paesaggio collinare del villaggio di Kamech sembra sospeso in una calma irreale, interrotta soltanto dai riflessi dorati del piccolo bacino idrico artificiale che raccoglie l’acqua piovana per la comunità locale.

Tuttavia, dietro questa apparente serenità, l’acqua di questo lago collinare sta letteralmente svanendo nell’aria, vittima di un nemico invisibile ma spietato che ogni estate prosciuga le riserve idriche di tutto il Nord Africa: l’evaporazione.

In un paese dove la disponibilità idrica annuale è scesa drammaticamente ben al di sotto della soglia critica di scarsità stabilita a livello internazionale, attestandosi attorno ai quattrocento metri cubi per abitante all’anno, e dove l’agricoltura assorbe circa l’ottanta per cento dei prelievi complessivi, la perdita d’acqua per via dell’evapotranspirazione e dell’irraggiamento solare diretto rappresenta una vera e propria emergenza nazionale e sociale.

Proprio per rispondere a questa sfida epocale, la Tunisia ha avviato sul bacino di Kamech un esperimento pilota senza precedenti sul territorio nazionale, nell’ambito del progetto “TEC-Eau”, finanziato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) e promosso in stretta collaborazione con il Ministero dell’Agricoltura, delle Risorse Idrauliche e della Pesca di Tunisi.

La soluzione tecnologica al centro di questo test scientifico consiste nell’applicazione di un film monomolecolare sicuro e conforme alle normative ambientali sulla superficie dello specchio d’acqua: uno strato microscopico, invisibile a occhio nudo, capace di creare una barriera fisica che riduce drasticamente il passaggio delle molecole d’acqua dallo stato liquido a quello gassoso, limitando l’effetto essiccante del vento e delle elevate temperature estive.

Da un punto di vista chimico-fisico, questa tecnologia sfrutta molecole organiche biodegradabili, come l’alcol cetilico o stearico, prive di tossicità, che si dispongono spontaneamente in un unico strato molecolare orientato, formando una membrana galleggiante spessa solo pochi nanometri.

Tale struttura non oppone resistenza meccanica al passaggio di imbarcazioni o fauna acquatica e si rigenera autonomamente di fronte alle turbative create da onde o brezze di modesta intensità.

Come riportato ampiamente dalle principali testate e agenzie della stampa tunisina, tra cui l’agenzia di stampa ufficiale Tunis Afrique Presse (TAP), non si tratta dell’introduzione frettolosa di una nuova moda tecnologica, bensì di un protocollo di sperimentazione in condizioni reali condotto con estremo rigore scientifico per valutare la fattibilità tecnica, l’impatto economico e la sostenibilità ecologica di questa soluzione.

Per garantire il monitoraggio costante e multilivello dell’esperimento, la FAO e il governo tunisino hanno coinvolto una rete articolata di istituzioni nazionali d’eccellenza, tra cui spiccano il Centro di Ricerca e delle Tecnologie delle Acque (CERTE), l’Istituto Nazionale di Meteorologia e i rappresentanti dei ministeri della Sanità, dell’Ambiente e dell’Insegnamento Superiore, a testimonianza di una visione integrata della governance idrica.

Durante le fasi di avvio del progetto, il coordinatore della FAO per l’Africa del Nord e rappresentante in Tunisia, Nabil Assaf, ha sottolineato come la priorità assoluta dell’organizzazione sia quella di affiancare le nazioni più esposte alla crisi climatica fornendo soluzioni basate sulla scienza e sulla cooperazione tecnica.

Verificando preventivamente e in modo inoppugnabile che la pellicola monomolecolare non alteri la qualità dell’acqua potabile o irrigua, né disturbi gli ecosistemi acquatici e la biodiversità locale, mantenendo inalterati gli scambi gassosi essenziali come l’ossigenazione del bacino.

Dalle colonne dei giornali tunisini risuonano anche le parole accorate del ministro dell’Agricoltura, il quale ha ricordato che, nell’attuale congiuntura climatica caratterizzata da anni consecutivi di siccità e da un’imprevedibilità meteorologica sempre più marcata, ogni singolo metro cubo d’acqua risparmiato si traduce direttamente in una garanzia di sussistenza per le comunità agricole e in un tassello fondamentale per la sovranità alimentare del paese.

I media locali ricordano come la crisi idrica tunisina abbia già costretto le autorità ad adottare misure draconiane durante i periodi estivi, tra cui il razionamento notturno dell’acqua potabile nelle grandi città e il divieto d’uso dell’acqua di rete per l’irrigazione di determinate colture e per lavaggi stradali, evidenziando che il ripristino dell’efficienza negli invasi rurali è l’unico modo sostenibile per evitare un collasso economico e sociale nelle campagne.

I bacini collinari e i piccoli invasi d’irrigazione rappresentano infatti la spina dorsale dell’agricoltura rurale tunisina, ma la loro ampia superficie esposta a fronte di una profondità ridotta li rende particolarmente vulnerabili alle dispersioni atmosferiche durante i lunghi mesi caldi.

Catturare l’acqua piovana durante le brevi precipitazioni invernali non serve a nulla se poi il caldo estivo ne riassorbe una quota rilevante prima che possa raggiungere i campi di agrumi, olive o ortaggi.

Le stime preliminari condotte dagli idrologi suggeriscono che l’applicazione sistematica di barriere monomolecolari possa abbattere il tasso di evaporazione diretta di una percentuale compresa tra il venti e il quaranta per cento, una massa idrica recuperata che equivale, su scala nazionale, al fabbisogno d’irrigazione stagionale di migliaia di ettari di colture ad alto valore aggiunto.

Questa sperimentazione condotta sul lago di Kamech viene dunque osservata con enorme interesse da parte degli esperti di idrologia e agronomia di tutto il bacino del Mediterraneo: territori che condividono con la Tunisia le medesime criticità legate allo stress idrico, all’avanzare della desertificazione e all’innalzamento delle temperature medie.

Se i dati raccolti sul campo dagli esperti del Centro di Ricerca e delle Tecnologie delle Acque e dai tecnici della FAO confermeranno l’efficacia del film monomolecolare e la sua totale innocuità ecologica, questa tecnologia invisibile potrebbe presto essere estesa su larga scala agli oltre mille bacini collinari sparsi su tutto il territorio tunisino e diventare un modello d’avanguardia replicabile anche nelle regioni aride del sud Europa, compresa l’Italia meridionale e le isole.

Nel complesso scacchiere dell’adattamento al cambiamento climatico, l’iniziativa di Kamech dimostra che la protezione delle risorse idriche non passa soltanto dalla costruzione di imponenti opere infrastrutturali o dai costosi impianti di desalinizzazione, ma anche e soprattutto dall’innovazione scientifica e tecnologica applicata alla gestione e alla tutela quotidiana della natura, dove una micropellicola invisibile può trasformarsi nello scudo cruciale che difende il futuro dell’agricoltura e la vita delle comunità locali dei paesi del Sud del Mediterraneo.

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