Società, cultura, storia e idee
Storia del sionismo in quattro atti. Un movimento, molte anime
Seconda di quattro puntate dedicate alla storia del sionismo: dalle origini dell’autoemancipazione ebraica alle sue diverse correnti, dalla nascita di Israele ai conflitti e alle controversie che ne accompagnano la storia.

Il sionismo fu una costellazione di progetti, attraversata da contrasti politici, culturali e religiosi. Il rifiuto del progetto dell’Uganda chiarì la centralità del ritorno alla terra d’origine. Prima della Shoah, lo Yishuv aveva già costruito istituzioni, comunità e una lingua quotidiana: lo sterminio non generò quel progetto, ma ne rese tragicamente manifesta la necessità.
Parte seconda di 4. Qui la prima
Il congresso di Basilea non produsse un’ortodossia: produsse un campo di battaglia. Ché parlare del Sionismo al singolare costituisce già un errore: esso fu una costellazione di progetti spesso incompatibili, e la sua storia interna risulta composta di polemiche feroci più che di dogmi.
Ahad Ha’am, padre del Sionismo culturale, diffidava dello Stato herzliano, perché temeva che una sovranità priva di rinascita spirituale generasse “uno Stato di ebrei” e non uno Stato ebraico.
Fu lui, di ritorno dalla Palestina nel 1891, a smontare il mito della terra vuota: “siamo abituati a credere, all’estero, che la Terra d’Israele sia oggi quasi del tutto desolata”, scriveva, e ciò non era del tutto esatto (Ahad Ha’am, Emet me-Eretz Yisrael (“Verità dalla Terra d’Israele”), 1891).
Egli aggiunse che gli arabi non erano affatto ignari di quanto accadeva intorno a loro e, difatti, nel 1907 Yitzhak Epstein portò dinanzi all’opinione sionista quella che denominò la questione nascosta: la sorte dei contadini arabi allontanati dalle terre acquistate (Y. Epstein, She’elah ne’elamah (“La questione nascosta”), in Ha-Shiloah, 1907. Ha-Shiloah era il mensile che Ahad Ha’am aveva fondato nel 1896, prima a Odessa e dal 1902 a Berlino).
La coscienza del conflitto, dunque, non è stata imposta al Sionismo soltanto dai suoi nemici: essa è nata anche al suo interno.
Il Sionismo socialista di Borochov e quello laburista di A. D. Gordon immaginavano invece una differente rigenerazione, attraverso il lavoro manuale: l’ebreo doveva tornare contadino e operaio, rovesciare la piramide sociale che la diaspora gli aveva imposto confinandolo nel commercio e nelle professioni intellettuali.
Da qui nacque il kibbutz, una forma sociale priva di equivalenti nella storia coloniale: nessun colono europeo in Algeria o in Rhodesia fondò comunità egualitarie in cui il lavoro indigeno fosse escluso per principio, poiché il riscatto consisteva nel lavorare con le proprie mani.
Quell’esclusione, il cosiddetto “lavoro ebraico”, ebbe effetti duri sui braccianti arabi, ed è giusto affermarlo. Ma la sua logica risultava opposta a quella coloniale, la quale vive ed è sempre precisamente vissuta dello sfruttamento del lavoro del nativo.
Intorno a questi due assi ruotavano altre anime. Il Sionismo religioso del Movimento Mizrachi, e poi di Rav Kook, leggeva il ritorno come un momento della redenzione, mentre gran parte dell’ortodossia lo respingeva in quanto usurpazione dell’opera messianica.
Il “revisionismo” di Jabotinsky esigeva una forza armata ebraica, laddove, all’estremo opposto, Brit Shalom, con Buber, Scholem, Bergmann e Judah Magnes, proponeva uno Stato binazionale. Hannah Arendt, nel 1944, attaccò la linea maggioritaria muovendo proprio da una cultura sionista.
Va fatto notare, se fosse sfuggito, che un pensiero di potere monolitico non tollera dissensi di tale natura; il Sionismo li ha invece generati, pubblicati, discussi nei propri congressi.
Fra tutte queste dispute ve n’è una che mostra, meglio di qualsiasi teoria, che cosa il Sionismo non fosse. Nel 1903 il governo britannico offrì a Herzl un territorio nell’Africa orientale, nell’area allora indicata genericamente come Uganda, per un insediamento ebraico autonomo; per un movimento coloniale sarebbe stata l’occasione perfetta: una terra concessa dalla maggiore potenza imperiale del tempo, con protezione garantita e senza rivendicazioni storiche concorrenti da gestire.
Il movimento si spaccò e, nel 1905, rifiutò. A opporsi con maggiore forza furono i delegati dell’Europa orientale, vale a dire coloro che più soffrivano i pogrom e che avrebbero avuto le ragioni più pratiche per accettare qualunque rifugio, ma il punto non era trovare una terra qualsiasi, ma tornare a una terra.
Una colonizzazione sceglie il territorio più conveniente, il Sionismo invece rifiutò quello conveniente in nome di quello carico di memoria: conteso, povero e sotto sovranità ottomana.
Se si esamina tale rifiuto, più evidente si rivela il nucleo dell’idea: per diciotto secoli la liturgia ebraica aveva pregato in direzione di Gerusalemme; il calendario delle feste aveva seguito le stagioni agricole di un paese lontano e ogni Pesach si era chiuso con la formula “l’anno prossimo a Gerusalemme”.
La presenza ebraica nel paese, del resto, non si era mai interrotta del tutto: Safed, Tiberiade, Hebron, Gerusalemme, dove nella seconda metà dell’Ottocento gli ebrei erano già il gruppo più numeroso.
Il colonialismo è un rapporto con un altrove; il Sionismo è un rapporto con un’origine. Si può discutere il diritto che ne deriva, ma non confondere la natura dei due legami. E fu proprio questo legame a mettere radici, nel senso letterale, molto prima che l’Europa precipitasse nell’abisso.
L’idea, spesso sventolata come un’arma dagli “antisionisti” della domenica, che Israele sia stato un risarcimento, offerto dalle potenze vincitrici agli ebrei dopo lo sterminio, è cronologicamente insostenibile: quando la Shoah ebbe inizio, il focolare nazionale ebraico esisteva già come società compiuta.
Tel Aviv era stata fondata nel 1909, Degania, il primo kibbutz, nel 1910. Nel 1917 la Dichiarazione Balfour annunciava che il governo britannico “vede con favore lo stabilimento in Palestina di una sede nazionale per il popolo ebraico” (Lettera di Arthur J. Balfour a Lord Rothschild, 2 novembre 1917), e nel 1922 il Mandato della Società delle Nazioni ne recepì il principio.
Negli anni Venti nacquero la Histadrut, sindacato e insieme ossatura economica di una nazione in formazione, l’Università Ebraica, il Technion, la Haganah, un sistema scolastico, partiti, giornali, un’assemblea elettiva. Alla vigilia della guerra lo Yishuv contava circa mezzo milione di persone e istituzioni che erano già, in nuce, quelle di uno Stato.
La più singolare conquista di quella generazione fu, tuttavia, di ordine linguistico: a nessun altro nazionalismo moderno è toccato in sorte di restituire a una lingua la funzione di lingua materna.
L’ebraico costituiva lingua di preghiera, di studio e di poesia colta, non già l’idioma nel quale una madre si rivolge al figlio o un operaio discute la propria retribuzione. Eliezer Ben Yehuda e i pionieri ne fecero, nell’arco di pochi decenni, una lingua d’uso quotidiano.
Altrove la nazione si edificava elevando una lingua viva al rango di lingua di Stato; in questo caso si dovette invece risvegliare una lingua dormiente per conferire corpo alla nazione.
Gershom Scholem, in una lettera a Rosenzweig del 1926, ne colse l’inquietudine: “Questo paese è un vulcano, e vi abita la lingua” (G. Scholem, lettera a F. Rosenzweig del 26 dicembre 1926, Bekenntnis über unsere Sprache).
Secolarizzare una lingua sacra significava, egli temeva, liberarne una carica apocalittica destinata prima o poi a rivolgersi contro i suoi stessi parlanti. Anche tale conquista, dunque, fu vissuta dai suoi interpreti più profondi con angoscia anziché con trionfo.
La Shoah non diede origine a Israele. Mai. Piuttosto, ne rese tragicamente manifesta la necessità e ne accelerò il riconoscimento.
Non è una distinzione da poco, sia chiaro, ché un risarcimento costituisce una concessione esterna, mentre ciò che si verificò fu che un popolo, il quale aveva già edificato la propria casa, vide sterminata la parte maggiore di coloro per i quali l’aveva costruita.
E le porte di quella casa, nel frattempo, erano state chiuse dall’impero che l’amministrava.
Fine della seconda parte.
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