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Lo stile nell’epoca del troppo. Gillo Dorfles, la moda e l’autonomia del gusto

Seguire le tendenze non significa avere stile, né il prezzo di un abito ne garantisce l’eleganza. Attraverso le riflessioni di Gillo Dorfles su moda, conformismo e kitsch, emerge una difesa dell’autonomia del gusto. Nell’epoca dell’eccesso di immagini e stimoli, scegliere consapevolmente richiede conoscenza di sé, attenzione

Lo stile nell’epoca del troppo. Gillo Dorfles, la moda e l’autonomia del gusto
Stefano PipernoStefano Piperno09/10/2026Aggiornato 19/10/20264 min lettura761 parole

“L’arte non prescinde dal tempo per esprimere semplicemente lo spirito della Storia universale, bensì è connessa al ruolo delle mode e a tutti gli ambiti del gusto.”

Queste parole delineano il suo modo di osservare la cultura attraverso le relazioni fra arte, società e comportamenti quotidiani.

Nato nel 1910 a Trieste, allora parte dell’Impero austro-ungarico, proveniva da una famiglia ebraica: il padre Carlo, ingegnere navale, era goriziano; la madre, Emilia Treves, genovese. I disegni astratti del padre contribuirono a suscitare il suo interesse per la pittura.

Laureato in Medicina e specializzato in Psichiatria, coltivò parallelamente gli studi artistici e filosofici. Nel 1948 fondò a Milano, con Atanasio Soldati, Bruno Munari e Gianni Monnet, il MAC, Movimento per l’Arte Concreta. Pittore, critico e docente di estetica, estese la sua ricerca dall’arte al design, dall’abbigliamento ai modi di vivere.

Si può seguire ogni tendenza senza avere stile. Si può indossare un abito costoso e risultare banali. Persino il desiderio di distinguersi può produrre una nuova uniformità. Dorfles osservava questi paradossi prendendo sul serio la moda, senza lasciarsi intimidire dal suo prestigio.

Come ricostruisce Clara Pellegris nel saggio Gillo Dorfles. Oltre la moda del 2019, nelle sue riflessioni lo stile risponde a un’esigenza espressiva della realtà sociale e culturale; la moda contribuisce a consacrarlo e a diffonderlo. Il successo di una forma non ne esaurisce dunque il significato.

Da qui una domanda: quanto di ciò che indossiamo esprime una scelta personale? Un marchio riconoscibile comunica appartenenza e disponibilità economica, ma dice poco di chi lo porta. Lo stile emerge nella capacità di scegliere un capo, adattarlo al proprio corpo e alle circostanze, senza affidargli il compito di certificare il proprio valore.

Dorfles non suggeriva di rifugiarsi nel passato. Nella conversazione con Cristina Morozzi, giornalista e critica di design, pubblicata su “Experimenta” e riproposta online, nella seconda parte, il 28 aprile 2011, il dialogo si intreccia con brani dei suoi libri.

Un passo di La moda della moda ricorda che le mode attraversano anche letteratura e filosofia; un altro, tratto da Conformisti, avverte che l’accettazione del gusto dominante può trasformarsi in banalità.

Anche la trasgressione può diventare una divisa. Jeans lacerati, volumi esasperati e accessori ostentati perdono forza quando vengono adottati per imitazione. L’eccentricità è facile da riprodurre; una scelta consapevole richiede conoscenza di sé.

Il kitsch offre un’ulteriore chiave di lettura. Come spiega Anna Zinelli nel suo studio del 2012, per Dorfles non coincide semplicemente con il brutto: riguarda anche l’impoverimento delle forme artistiche attraverso la riproduzione.

Nell’abbigliamento possiamo riconoscerlo nella pretesa di ottenere prestigio accumulandone i segni. Firme, materiali preziosi e decorazioni non garantiscono un insieme riuscito. Il prezzo certifica una spesa, non il gusto.

La riflessione più attuale riguarda però l’eccesso degli stimoli. Nel 2008, a Cagliari, Dorfles ne parlò con il curatore d’arte contemporanea svizzero Hans Ulrich Obrist.

Nell’intervista, ripubblicata il 1° agosto 2022 da “Il Giornale dell’Arte” nella sezione Nova Express, riprende i temi di L’intervallo perduto e Horror pleni: troppe informazioni producono rumore; vedere cento opere può impedire di osservarne davvero una. Per comprendere occorrono pause.

Questa osservazione aiuta a leggere la moda contemporanea. Nel flusso delle immagini, un abito viene superato prima che se ne possano apprezzare taglio, proporzioni e qualità. La stranezza cattura subito lo sguardo; la coerenza richiede attenzione.

La continua ricerca di visibilità rischia così di consumare la novità e di ridurre il passato a un repertorio di effetti da riciclare.

“La persona elegante è al di sopra della moda”, affermava Dorfles in un’intervista del 2005 a “Stilos”, in occasione dell’uscita di Dorfles e dintorni, il libro di conversazioni con la giornalista, docente e traduttrice Flavia Puppo.

La scrittrice e giornalista Daria Bignardi, ricordandolo su “Vanity Fair” il 6 marzo 2018, pochi giorni dopo la sua morte, richiamava un’eleganza estesa al comportamento, al parlare e al pensare.

È questa autonomia il punto decisivo. Avere stile significa riconoscere ciò che ci corrisponde, accogliere una novità quando convince e conservare ciò che mantiene valore. In un’epoca che invita continuamente a mostrarsi, significa anche scegliere che cosa merita di essere mostrato.

Molto in sintesi, questo era il pensiero di un intellettuale libero, cui una vita lunghissima ha permesso di essere testimone acuto e disincantato dell’intero svolgersi del Novecento: un secolo che, in ogni campo, ha segnato una svolta nella storia dell’umanità.

Per approfondire il pensiero di Gillo Dorfles, consiglio Il divenire delle arti (1959), Il kitsch. Antologia del cattivo gusto (1968), Le oscillazioni del gusto (1970), L’intervallo perduto (1980), Il feticcio quotidiano (1988), Horror pleni. La (in)civiltà del rumore (2008) e Conformisti. La morte dell’autenticità (2012).

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