Politica globale e sistemi di potere
Un Nobel applaudito da Hamas e un sistema internazionale da rifondare
Il Nobel a Navi Pillay e le sanzioni annunciate da Rubio contro la Corte penale internazionale mettono a nudo la crisi delle istituzioni dei diritti umani. La prepotenza americana non cancella anni di selettività e doppi standard contro Israele. La risposta deve essere una riforma radicale,

Ieri, nello stesso giorno in cui il Comitato Nobel norvegese ha assegnato il Nobel per la Pace a Navi Pillay, già giudice della Corte penale internazionale ed ex presidente della “Commissione d’inchiesta dell’ONU sul Territorio palestinese occupato e Israele”, Marco Rubio ha annunciato sanzioni contro la Cpi come istituzione.
Le imprese statunitensi avranno sei mesi per interrompere le transazioni con la Corte; banche, assicurazioni e fornitori tecnologici potrebbero essere costretti a cessare ogni collaborazione. “O la Cpi metterà fine alle sue minacce, o noi metteremo fine alla Cpi”, ha dichiarato il segretario di Stato.
La decisione non è stata provocata dal Nobel né improvvisata: Washington la preparava da mesi, dopo che le sanzioni personali contro giudici e procuratori non avevano modificato la condotta della Corte, e punta ora a costringere i 125 Stati aderenti a negoziare prima della venticinquesima Assemblea degli Stati parti dello Statuto di Roma, in programma all’Aia tra il 30 novembre e il 7 dicembre.
Sarebbe comodo scegliere una delle due fazioni: da una parte i difensori della legalità internazionale, dall’altra i picconatori trumpiani. Ma è proprio questa alternativa a nascondere il problema.
La pretesa degli Stati Uniti di paralizzare un tribunale sottoscritto da 125 Paesi sarà anche un atto di prepotenza. Crea inoltre un precedente del quale Russia, Cina e Iran potrebbero servirsi domani contro qualsiasi organismo chiamato a giudicarne i crimini.
Tutto vero. Ma ONU, Corte penale internazionale e buona parte dell’apparato sovranazionale dei diritti umani hanno consumato per anni il proprio patrimonio di credibilità attraverso una selettività diventata prassi.
Israele è l’unico Paese al quale il Consiglio per i diritti umani dell’ONU dedica un punto permanente dell’ordine del giorno: il numero 7. Non l’Iran delle impiccagioni, non la Cina dello Xinjiang, non la Russia dell’invasione dell’Ucraina. Israele.
Nel 2021 lo stesso Consiglio ha istituito una commissione d’inchiesta permanente, presieduta da Pillay fino al 2025, dotandola di un mandato tanto vasto da comprendere non soltanto singoli fatti, ma le “cause profonde” dell’intero conflitto. In pratica, un apparato investigativo senza scadenza costruito attorno a un solo Stato.
I dubbi non riguardano soltanto il mandato della Commissione. Nel 2022 uno dei suoi componenti, Miloon Kothari, sostenne che i social media fossero controllati in larga misura dalla “lobby ebraica” e arrivò a interrogarsi sulla permanenza di Israele nell’ONU.
Pillay lo difese inizialmente sostenendo che le sue parole fossero state estrapolate dal contesto. Kothari dovette poi scusarsi, definendo quell’espressione sbagliata, inappropriata e insensibile; lo stesso presidente del Consiglio per i diritti umani riconobbe che poteva essere ragionevolmente interpretata come una stigmatizzazione degli ebrei.
Il Nobel non premia dunque soltanto la biografia di una giurista sudafricana. Consacra un sistema che si assolve da solo e trasforma le proprie scelte politiche in certificati morali.
Il problema non consiste nel pretendere che Israele sia immune dalla legge. Israele deve rispondere delle proprie decisioni esattamente come ogni altra democrazia e ogni altro Stato.
Il problema nasce quando non viene giudicato dalla stessa legge applicata agli altri, ma attraverso un diritto speciale, amministrato da maggioranze automatiche e organismi nei quali siedono regimi che reprimono donne, oppositori, omosessuali e minoranze religiose.
Elisha Wiesel, figlio di Elie Wiesel, sopravvissuto alla Shoah e premio Nobel per la Pace nel 1986, ha riassunto questo meccanismo con una formula particolarmente precisa: “L’antisemitismo oggi assomiglia meno all’odio che a uno scrutinio con un unico imputato permanente, condotto nel linguaggio della giustizia”. Il problema non è dunque l’assenza di regole, ma la trasformazione del diritto in un processo senza fine contro un solo Stato.
Così una teocrazia sanguinaria come l’Iran diventa una delle voci del Sud globale; Hezbollah, esercito privato che tiene in ostaggio il Libano, viene trasformato in movimento di liberazione; Hamas può massacrare famiglie, rapire bambini e usare Gaza come infrastruttura militare continuando a essere raccontato come il prodotto, quasi impersonale, dell’oppressione israeliana.
Non serve approvarne esplicitamente i crimini: basta costruire un linguaggio nel quale essi scompaiano dietro le “cause profonde”.
L’Unione europea partecipa a questa ipocrisia con particolare furbizia. Condanna le sanzioni americane, promette di proteggere la Corte e proclama il proprio “incrollabile sostegno” alla legalità internazionale. Ma evita accuratamente di chiedere agli organismi che difende una verifica seria delle loro asimmetrie.
Vuole apparire custode del diritto senza pagare il prezzo politico di riformare le istituzioni che lo hanno trasformato in militanza. E, mentre impartisce lezioni a Washington, continua a dipendere in larga misura dagli Stati Uniti per la propria sicurezza.
Il plauso di Hamas al Nobel assegnato a Pillay dovrebbe almeno produrre qualche domanda in coloro che celebrano la vincitrice come una “bussola morale”.
Se un’organizzazione responsabile del 7 ottobre riconosce in quel premio la conferma della propria narrazione, limitarsi a liquidare il fatto come propaganda significa rifiutare di vedere l’effetto politico delle proprie scelte.
Il Nobel a Pillay ha piuttosto il valore di un’autocertificazione: un sistema istituzionale premia una delle figure che meglio ne incarnano l’orientamento e presenta poi quel riconoscimento come prova della bontà del sistema stesso.
È un circuito chiuso di legittimazione, nel quale le commissioni confermano i tribunali, i tribunali alimentano i rapporti dell’ONU e l’ONU fornisce alle commissioni l’autorità morale per proclamarsi imparziali.
Ma un premio non trasforma una tesi in verità, così come una risoluzione approvata da una maggioranza di regimi autoritari non diventa per questo giustizia. Il prestigio istituzionale non è una fonte autonoma di moralità: può essere dissipato, manipolato e impiegato per rivestire di diritto gli equilibri politici del momento.
Proprio per questo non basta aspettare che Trump abbatta tutto. La sua ruspa eliminerebbe insieme gli abusi e gli strumenti che potrebbero ancora servire alle vittime autentiche.
Occorre invece dire con chiarezza che queste istituzioni devono essere radicalmente riformate, liberate dalle maggioranze automatiche, dalle commissioni ideologiche e dalla presunzione che soltanto Israele debba vivere sotto un’inchiesta permanente.
Ci si accuserà allora di teorizzare a nostra volta un doppio standard. Ebbene sì, se per doppio standard si intende rifiutare l’equivalenza morale tra una democrazia imperfetta, contraddittoria e giudicabile come Israele e le dittature o le organizzazioni terroristiche che ne perseguono la distruzione.
L’universalità del diritto non impone la cecità davanti alle differenze. Non obbliga a mettere sullo stesso piano chi può essere contestato, processato e sostituito dagli elettori e chi impicca gli oppositori, cancella le libertà e usa deliberatamente i civili come bersagli o scudi.
Quando la scelta è tra la democrazia e la dittatura, la neutralità non è imparzialità: è complicità ammantata d’ipocrisia.
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