Stati Uniti e spazio atlantico
Andrà a finire che Trump manderà i marines a difendere le raffinerie russe?
Prima l’accordo sul gasolio russo e l’allentamento delle sanzioni, poi la richiesta a Zelensky di fermare gli attacchi alle raffinerie e lasciare la presidenza. Trump subordina il sostegno al paese invaso alla promessa di carburante meno caro in vista delle elezioni di metà mandato. Putin trova


Prima l’accordo con Putin sul gasolio, poi l’invito agli ucraini a cambiare presidente. È questa sequenza a misurare l’ennesima sconcezza di Donald Trump. Washington allenta la pressione economica sull’aggressore e, quando il presidente del paese aggredito protesta, gli indica la porta.
“È giunto il momento che l’Ucraina abbia un nuovo presidente”, ha dichiarato Trump, suggerendo un leader capace di raggiungere un accordo con gli invasori russi. Nello stesso intervento ha intimato a Zelensky di smettere di colpire le raffinerie russe.
Putin può continuare a essere l’interlocutore con cui concludere affari. Zelensky diventa il presidente da sostituire perché rifiuta di adeguarsi. La resistenza ucraina è tollerata finché non interferisce con il prezzo del carburante americano.
L’intesa annunciata ieri prevede oltre 300.000 tonnellate di gasolio russo subito, altre 500.000 a novembre e un milione immediatamente dopo. Washington ha accompagnato l’annuncio con un allentamento temporaneo delle sanzioni. Trump promette prezzi più bassi mentre si avvicinano le elezioni di metà mandato del 3 novembre.
Il verbo “fornire”, osserva Steven L. Taylor su Outside the Beltway, rischia di far sembrare l’operazione una generosa assistenza russa agli americani. Mosca venderà quel carburante e incasserà il ricavato. Putin ottiene un’apertura commerciale che cercava; Trump può presentarlo come il fornitore venuto in soccorso di agricoltori e autotrasportatori.
Peccato che le restrizioni sul settore energetico russo avessero uno scopo preciso: ridurre le risorse con cui il Cremlino finanzia la propria guerra. Kyiv, colpendo le raffinerie, cerca di esercitare una pressione materiale sulla stessa economia.
Trump interviene su entrambi i fronti: offre nuove opportunità di vendita alla Russia e pretende che gli ucraini smettano di danneggiarne gli impianti.
È qui che l’accordo commerciale rivela la sua portata politica. La Casa Bianca lega la promessa di carburante meno caro alla capacità produttiva russa. Preservare quella capacità diventa quindi un interesse del presidente americano; colpirla, un ostacolo al risultato che vuole esibire agli elettori.
Un successo della resistenza ucraina viene trasformato in un problema per Washington. Gli impianti che Kyiv cerca di mettere fuori uso sono gli stessi da cui Trump aspetta il gasolio. Putin ha così la possibilità di usare le forniture come leva: per mantenere la promessa americana, bisogna frenare gli ucraini.
Il costo di questa convergenza viene scaricato interamente sul paese invaso. L’Ucraina dovrebbe rinunciare a uno strumento di pressione sul proprio aggressore perché un alleato ha concluso un affare con lui. E il suo presidente dovrebbe accettarlo senza protestare, pena l’invito pubblico a farsi da parte.
Il tempismo è altrettanto eloquente. L’annuncio dell’intesa è arrivato mentre gli emissari americani incontravano una delegazione ucraina a Miami per discutere della fine della guerra. Zelensky ha denunciato il rischio che quei colloqui servissero da copertura all’operazione. Agli ucraini si parla di pace; con Putin si conclude un accordo economico.
Le Grand Continent evidenzia la sproporzione dello scambio: l’apertura sul gasolio può normalizzare ulteriormente le relazioni tra Washington e Mosca e aumentare la pressione su Kyiv, mentre Putin, secondo la ricostruzione, non si sarebbe impegnato a riprendere i negoziati.
La rivista solleva anche dubbi sulla capacità delle raffinerie russe di produrre i quantitativi annunciati. La concessione americana è concreta; le forniture restano da verificare.
Persino il beneficio promesso ai consumatori è incerto. Gli esperti interpellati dall’Associated Press dubitano che l’intesa possa abbassare i prezzi in misura significativa e duratura. Clayton Seigle, del Center for Strategic and International Studies, osserva invece che può alleviare la pressione sulle entrate russe.
Mosca potrebbe dunque ottenere un vantaggio economico senza che gli americani ricevano il risparmio annunciato.
David Frum, su The Atlantic, legge l’operazione come un espediente elettorale che sacrifica l’Ucraina e avvicina Washington al Cremlino. Il rischio è che Putin riesca a trasformare gli affari offerti agli americani in strumenti per indebolire il sostegno a Kyiv: ogni interesse economico creato durante la guerra diventa un possibile argomento contro chi continua a combatterla.
L’attacco a Zelensky completa questo rovesciamento. Trump gli rimprovera di non raggiungere un accordo e ne auspica la sostituzione dopo avergli chiesto di interrompere gli attacchi alle raffinerie. La disponibilità ad accettare le condizioni americane diventa il metro con cui giudicare chi debba governare l’Ucraina.
Per l’Europa la questione riguarda direttamente la propria sicurezza. Il sostegno a Kyiv deve poter resistere alle convenienze elettorali della Casa Bianca. E ogni alleato degli Stati Uniti dovrebbe chiedersi quanto valgano gli impegni di Washington se possono essere subordinati alla promessa di carburante meno caro.
Putin invade, vende e incassa. Zelensky resiste e deve andarsene. È la pace secondo Trump.
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