Antisemitismo

Il 16 ottobre e i nuovi tamburini dell’antisemitismo

Nel ricordo di nonno Pio, sopravvissuto con la famiglia all’occupazione nazista di Roma, un ammonimento per il presente: anche mentre gli eventi precipitano, la vita quotidiana può continuare come se nulla stesse accadendo. A ottantatré anni dal rastrellamento del 16 ottobre 1943, quelle parole interrogano la

Il 16 ottobre e i nuovi tamburini dell’antisemitismo
Stefano PipernoStefano Piperno17/10/2026Aggiornato 17/10/20263 min lettura469 parole

Ho scritto un’altra volta di mio nonno Pellegrino (Gershon in ebraico, con la G dura), detto Pio.

Gli debbo molto sotto il profilo fisionomico, ma anche per la scuola di vita.

Era nato nel 1894, sua madre Matilde nel 1870, esattamente nell’anno della fine del potere temporale dei papi e della definitiva emancipazione degli ebrei romani, finalmente assurti a cittadini con pari diritti nel Regno d’Italia.

Pio era stato allievo del prestigioso liceo Visconti, ufficiale del Regio Esercito durante la Prima guerra mondiale e tra i primi ebrei della sua famiglia a potersi laureare.

Ieri era il 16 ottobre 2026 e a ottantatré anni dallo stesso giorno del 1943, non voglio raccontare la vicenda del rastrellamento, ad opera delle SS tedesche tra le 5.30 e le 14, e della deportazione di oltre mille ebrei, compresi anziani, donne e centinaia di bambini.

Oggi desidero fare la mia parte riportando un ammonimento di mio nonno Pio, alla luce dei tempi che stiamo vivendo.

È il compendio di varie occasioni di racconto che metto in forma compiuta, sintetizzando le sue parole, perché è quello che concede lo spazio di un articolo.

“Già durante la visita di Hitler a Roma nel maggio del ’38, e ancor più dopo il discorso del 18 settembre di Mussolini sulla razza, in piazza Unità d’Italia a Trieste, ebbi la certezza che fosse il momento non solo di temere, ma anche di fare qualcosa.

Dalla Germania arrivavano notizie di vessazioni e sparizioni di persone e, nel novembre dello stesso anno, giunse l’eco della Notte dei cristalli. Chi aveva parenti e amici in quel Paese metteva in guardia, ma noi in Italia facevamo spallucce, convinti di essere al sicuro.

Decisi così di tramutare i modesti risparmi che avevo in banca in brillanti, di facile e immediato smercio, che hanno consentito di sopravvivere e salvare tutta la famiglia durante i terribili nove mesi dell’occupazione nazista, dal settembre del ’43 al 4 giugno del ’44, quando tu avevi due mesi.

Feci l’operazione appena in tempo. Vittorio Emanuele III aveva già firmato il primo decreto delle leggi razziali riguardante la scuola, il 5 settembre.

In verità, i fatti presero molti di sorpresa. Solo da quel momento tanti iniziarono a fuggire all’estero, soprattutto in America.

Quello che avvenne, caro nipote, lo sai. Quello che è difficile da spiegare è come, pur vedendo giorno per giorno precipitare gli eventi, continuavamo a fare la nostra vita, seguendo il tran tran quotidiano, senza realizzare la catastrofe che si stava abbattendo su di noi”.

Mi fermo qui con due riferimenti.

Il primo è alla banalità del male teorizzata da Hannah Arendt, che mi richiama, per analogia, anche il suo sopraggiungere nella quotidianità, senza clamore.

Il secondo è un richiamo, per contrasto, a Mr. Tambourine Man, il celebre brano di Bob Dylan.

Oggi troppi tamburini sono seguiti da una schiera sempre più numerosa, mentre spacciano il veleno dell’antisemitismo.

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