Italia: politica, istituzioni e società

16 ottobre: Il dolore degli ebrei, l’arroganza e la miseria morale dell’ANPI

Invitata dalla Comunità ebraica a fare un passo indietro, l’ANPI ha partecipato ugualmente alla commemorazione del rastrellamento del Ghetto, denunciando poi le contestazioni ricevute. Una prova di forza che rivela la pretesa di amministrare la memoria pubblica e l’incapacità di riconoscere che il dolore degli ebrei

16 ottobre: Il dolore degli ebrei, l'arroganza e la miseria morale dell'ANPI
Filippo PipernoFilippo Piperno17/10/2026Aggiornato 19/10/20265 min lettura1.070 parole

La Comunità ebraica di Roma le aveva chiesto di avere “la sensibilità, se non il pudore, di fare un passo indietro” e di non partecipare alla commemorazione del rastrellamento del Ghetto. L’ANPI si è presentata ugualmente, ha provocato uno scontro prevedibile e infine si è proclamata vittima.

Non è arrivata per un equivoco. Non ignorava la richiesta. L’aveva ricevuta e respinta pubblicamente, con un comunicato che assicurava una partecipazione rispettosa della ricorrenza ma che era anche una polemica contro il presidente della Comunità ebraica, Victor Fadlun.

Inevitabilmente, quando la delegazione è comparsa al Portico d’Ottavia, alcuni presenti hanno gridato “fuori”, “vergognatevi”, “ve ne dovete andare”. Per riportare la calma, i rappresentanti dell’ANPI sono stati spostati fuori dal perimetro transennato. Le delegazioni di Aned e Associazione nazionale vittime civili di guerra (ma non della Fiap) li hanno seguiti per solidarietà. La cerimonia, interrotta, è ripresa con l’arrivo del sindaco Roberto Gualtieri.

L’associazione ha immediatamente denunciato un’“aggressione verbale”, definito “grossolane” le dichiarazioni di Fadlun e annunciato che non si farà intimidire e continuerà a presenziare alle commemorazioni.

Due giorni prima, Fadlun aveva ricordato le contestazioni contro le bandiere di Israele e della Brigata Ebraica nei cortei del 25 aprile e quella che ha definito la condiscendenza dell’associazione verso la violenza delle piazze pro-Pal. Non aveva chiesto l’intervento della polizia, né rivendicato il potere di vietare alcunché. Aveva domandato un passo indietro.

Dopo la cerimonia, i toni di Fadlun si sono induriti. Ha rivendicato di avere ottenuto l’allontanamento dell’associazione e ha detto di non volerla neppure nelle altre occasioni dedicate alla Memoria. Ma Fadlun ha anche preso le distanze dagli insulti, dicendo che la Comunità è contraria a qualsiasi forma di violenza, anche solo verbale.

Le dichiarazioni successive non cambiano la sequenza dei fatti: prima c’era stata una richiesta, ed era stata respinta.

L’ANPI aveva tutto il tempo per comprenderne la gravità. Poteva contestarla e contemporaneamente rispettarla. Poteva deporre una corona in un altro momento, inviare una lettera, proporre un incontro successivo.

Poteva soprattutto riconoscere che, nel giorno più doloroso della storia degli ebrei romani, il bisogno della Comunità di raccogliersi senza la sua presenza veniva prima della necessità dell’associazione di dimostrare di avere diritto a esserci.

Ha scelto invece la prova di forza.

Alla vigilia della cerimonia, l’ANPI romana aveva precisato che l’iniziativa era organizzata dal Comune e non dalla Comunità ebraica. Tecnicamente vero, moralmente miserabile. Come se la titolarità amministrativa della manifestazione cancellasse quella storica e umana delle persone che ricordavano i propri familiari deportati.

Gli ebrei catturati nella razzia del 16 ottobre 1943 furono deportati ad Auschwitz due giorni dopo. Su quel convoglio partirono in 1.022. Soltanto sedici tornarono. Intere famiglie vennero prelevate dalle loro case, caricate sui camion, rinchiuse nel Collegio militare di via della Lungara e infine mandate verso lo sterminio.

Ottantatré anni dopo, l’ANPI non è riuscita a fare silenzio neppure davanti a questa memoria. Ha dovuto esserci, mostrarsi, rivendicare il proprio titolo e infine spiegare agli ebrei romani perché non avevano il diritto morale di considerarla indesiderata.

Nessuno discuteva il diritto giuridico dell’ANPI di trovarsi in una piazza pubblica. Si discuteva la capacità morale di capire che non tutti i diritti devono essere esercitati sempre, contro chiunque e a qualunque costo.

Esiste anche il dovere della discrezione. Esiste perfino la possibilità, sconosciuta ai professionisti della superiorità morale, di fare un passo indietro senza che il mondo crolli.

Marina Pierlorenzi, presidente dell’ANPI romana, ha dichiarato: “Siamo a pieno titolo in questa piazza”. È una formula rivelatrice. L’ANPI non si percepisce come una delle organizzazioni che partecipano alla memoria pubblica. Si considera l’incarnazione stessa dell’antifascismo e dunque titolare di una giurisdizione morale permanente su ogni luogo, data e cerimonia riconducibili alla persecuzione nazifascista.

Ogni liturgia ha bisogno di un custode: qualcuno che stabilisca chi possa partecipare, quali simboli siano ammissibili e chi debba essere espulso dal perimetro dei democratici. Da decenni l’ANPI svolge questo ruolo nelle celebrazioni del 25 aprile.

È abituata a distribuire patenti, non a ricevere richieste. Stabilisce chi possa sfilare, quali bandiere turbino la cerimonia, quali presenze siano legittime e quali costituiscano una provocazione.

Quando la Comunità ebraica le ha domandato di fermarsi, non ha saputo concepire che, per una volta, la memoria non fosse sua.

Il problema viene da lontano. L’ANPI non è più soltanto l’associazione che conserva la testimonianza diretta dei partigiani. Quasi tutti coloro che combatterono sono ormai scomparsi. L’organizzazione è diventata un soggetto politico composto in larga parte da persone che la Resistenza non l’hanno vissuta, ma ne amministrano l’eredità e usano l’antifascismo come lente attraverso la quale interpretare il presente.

Interviene su Israele, Gaza, l’Ucraina, la NATO e l’ordine internazionale. Ne ha pieno diritto. Ma associazione di memoria e soggetto politico sono ruoli entrambi legittimi, non identici. Chi sceglie le battaglie del presente non può pretendere che il prestigio dei partigiani renda quelle scelte neutrali, indiscutibili e prive di conseguenze.

Soprattutto non può usare la memoria della Resistenza per combattere battaglie geopolitiche contemporanee e poi rifugiarsi nella propria natura commemorativa quando gli ebrei le contestano quelle posizioni.

Il rapporto con la Brigata Ebraica rende la contraddizione ancora più evidente. Quei soldati combatterono realmente contro il nazismo e contribuirono alla Liberazione dell’Italia. Eppure le loro bandiere sono diventate nei cortei del 25 aprile un corpo estraneo, contestato, confinato, il più delle volte cacciato perché secondo costoro Israele ha modificato retroattivamente perfino la percezione di chi combatté Hitler.

Il 28 luglio scorso, ANPI nazionale e UCEI avevano firmato un comunicato congiunto che riconosceva il diritto della componente ebraica a partecipare in sicurezza alle celebrazioni del 25 aprile. Quell’intesa avrebbe dovuto aprire una stagione di ascolto e rispetto reciproco. Meno di tre mesi dopo, a Roma, l’ANPI romana non ha trovato il modo di rispettare una richiesta che riguardava il raccoglimento della Comunità ebraica nel giorno della sua commemorazione più dolorosa.

Non serve stabilire se l’ANPI sia antisemita. Il punto è più semplice e più grave: gli ebrei romani le hanno detto che le sue posizioni, le sue ambiguità e le sue omissioni hanno incrinato il rapporto di fiducia.

La risposta poteva essere l’ascolto. È stata invece una prova di forza, seguita dalla consueta inversione delle parti: l’associazione che ignora la richiesta diventa la vittima; la comunità ferita diventa l’aggressore.

Ennesimo episodio di arroganza da bulli e miseria morale. Altri ancora ne seguiranno. Continueremo a raccontarli.

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