Economia, energia e globalizzazione

Il nucleare non è di destra. È la sinistra che gliel’ha regalato

Dalla cultura industriale del PCI alle aperture senza decisioni del presente: la sinistra italiana ha lasciato al centrodestra la bandiera del nucleare. Eppure avrebbe nella propria storia gli strumenti per discuterne come scelta energetica e industriale.

Una mano con manica rossa cede a una mano con manica blu il progetto di una centrale nucleare, collegata a una città da una linea elettrica.
Carlo MinopoliCarlo Minopoli20/10/2026Aggiornato 19/10/20265 min lettura951 parole

Con questo articolo ha inizio la collaborazione di Carlo Minopoli con InOltre. Consulente in KPMG Advisory specializzato in finanza agevolata, fondi europei e PNRR. Esperienza nel settore energetico e nel progetto internazionale ITER. Energia, nucleare e politiche industriali i principali ambiti di interesse. Benvenuto Carlo.

C’era una volta il PCI. Il partito delle fabbriche, dell’industria pubblica, della programmazione economica. Quello che considerava lo sviluppo industriale una condizione del progresso sociale e l’energia una questione strategica per il Paese.

Una tradizione con radici lontane: nel 1920 Lenin arrivò a definire il comunismo come il potere sovietico più l’elettrificazione del Paese; nel 1954 fu proprio l’Unione Sovietica a inaugurare, a Obninsk, la prima centrale nucleare al mondo collegata a una rete elettrica. A quei tempi, l’atomo rappresentava una conquista della scienza, uno strumento di modernizzazione e persino un simbolo della superiorità tecnologica del socialismo.

Il PCI, pur autonomo da Mosca, condivideva quella cultura industriale e vedeva nel nucleare una risposta alla dipendenza energetica italiana. Ancora al XVII Congresso, nell’aprile 1986, Antonio Bassolino e Fabio Mussi presentarono un emendamento per sospendere la costruzione di nuove centrali. Fu respinto per appena diciassette voti: 457 contrari, 440 favorevoli e 59 astenuti.

Dodici giorni dopo, il 26 aprile, sarebbe avvenuto a Chernobyl il più grave incidente della storia del nucleare civile. Proprio nell’Unione Sovietica. Da quel momento, molte cose cambiarono e non soltanto per il PCI. Chernobyl, infatti, alimentò paure, mise in discussione la fiducia nella sicurezza degli impianti e diede nuova forza a un movimento antinucleare che esisteva già da tempo.

Questo movimento culminò nei referendum del 1987, che, insieme alle successive decisioni politiche, portarono all’abbandono del programma nucleare italiano.

C’è però un paradosso che merita attenzione. La battaglia contro il nucleare, diventata progressivamente una delle cause dell’ambientalismo, contribuì a escludere dal sistema elettrico italiano una fonte a zero emissioni di CO₂. Il risultato fu che una battaglia condotta in nome dell’ambiente finì per convivere con una prolungata dipendenza dal gas e dalle altre fonti fossili.

Ma insieme alle centrali, una parte della sinistra ha progressivamente abbandonato anche la disponibilità a discutere del nucleare come di una normale scelta industriale. L’energia atomica oggi, più che una fonte energetica, è diventata un simbolo politico. Da una parte l’ambiente, dall’altra le centrali. Da una parte il progresso sostenibile, dall’altra una tecnologia piena di futuro, ma considerata appartenente al passato.

Una contrapposizione curiosa, se pensiamo che il nucleare produce elettricità a zero emissioni, richiede grandi investimenti, competenze scientifiche, pianificazione di lungo periodo e spesso un intervento decisivo dello Stato. Caratteristiche che, storicamente, difficilmente avrebbero trovato l’opposizione del PCI.

Eppure, nel dibattito italiano, una tecnologia con queste caratteristiche è diventata soprattutto una bandiera del centrodestra. Come ci siamo arrivati?

Non è certamente accaduto ovunque. Nel Regno Unito il governo laburista di Keir Starmer ha approvato nel luglio 2025 l’investimento per Sizewell C, centrale da 3,2 GW. Lo Stato britannico ne è il maggiore azionista, con una quota iniziale del 44,9%. Industria, occupazione, sicurezza energetica, intervento pubblico. Sembra di ritrovare la vecchia sinistra industrialista. Eppure, si parla di nucleare, non di nazionalizzare le ferrovie.

In Italia, invece, la questione è rimasta per anni ostaggio di una divisione politica che poco ha a che vedere con le caratteristiche della tecnologia. Nel 2011, con un nuovo referendum, gli italiani respinsero il tentativo di riaprire la strada all’atomo. Ancora una volta, la discussione energetica si intrecciò con lo scontro politico, mentre altrove il nucleare continuava a essere oggetto di investimenti e decisioni industriali.

Oggi il discorso non è poi così diverso.

Nel luglio scorso Elly Schlein ha dichiarato al Foglio che il Partito Democratico non ha preclusioni ideologiche sul nucleare. Anche Pierluigi Bersani ha espresso una disponibilità al confronto.

Schlein, nel motivare la propria apertura, ha ricordato soprattutto il sostegno alla ricerca sulla fusione nucleare. Una tecnologia promettente, certamente, che non è ancora disponibile per produrre elettricità su scala commerciale. Il nucleare di cui oggi dobbiamo concretamente discutere è invece quello a fissione, che già alimenta le reti elettriche di numerosi Paesi.

La distinzione non è secondaria. Essere favorevoli alla ricerca sulla fusione, infatti, è davvero semplice: non ci sono ancora centrali commerciali da localizzare, investimenti da autorizzare o cantieri da difendere. La fissione, al contrario, impone di confrontarsi con decisioni reali e in politica, si sa, le decisioni portano meno voti delle dichiarazioni.

Lo dimostra anche quanto accaduto poche settimane fa. Il 23 settembre il Senato ha approvato definitivamente la legge delega sul nucleare sostenibile del governo Meloni, entrata in vigore il 15 ottobre. Il Partito Democratico ha votato contro, contestando l’ampiezza della delega, le incertezze sui costi, i tempi di realizzazione e la gestione della sicurezza.

Obiezioni che non possono essere liquidate come pregiudizi. Il nucleare richiede effettivamente grandi investimenti, una regolazione rigorosa e una pianificazione industriale credibile.

Ma allora la domanda è un’altra: se la sinistra italiana non ha più preclusioni ideologiche sul nucleare, come la Schlein dichiara, quali condizioni dovrebbero essere soddisfatte perché possa sostenerne concretamente lo sviluppo?

Perché il rischio è che l’apertura resti sempre possibile in teoria e mai praticabile nella realtà. Si può discutere di nucleare, purché non si debba decidere dove costruirlo, come finanziarlo e soprattutto quale governo debba assumersene il merito politico.

Il paradosso è che proprio la sinistra italiana avrebbe una tradizione culturale e industriale con cui affrontare questa discussione. Non dovrebbe inventarsela, ma soltanto recuperarla.

Dopo quarant’anni di contrapposizioni, sarebbe interessante capire se esista davvero uno spazio politico nel quale la discussione sul nucleare possa sopravvivere all’alternanza dei governi. In fondo, nel 1986, il PCI discuteva se costruire nuove centrali… Oggi, quarant’anni dopo, i suoi eredi si spaventano nel discuterne.

Il nucleare, nel frattempo, non ha cambiato colore. È la politica italiana ad aver deciso di assegnargliene uno.

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