Società, cultura, storia e idee
Contrordine, compagni. Quando Il Gattopardo era un romanzo “di destra”
Prima di diventare un classico, Il Gattopardo fu rifiutato dagli editori e stroncato da buona parte della cultura comunista. Il romanzo di Tomasi di Lampedusa appariva incompatibile con la lettura gramsciana del Risorgimento e della questione meridionale. Poi dall’estero arrivò il contrordine che avrebbe preparato la



Prima di diventare un classico, Il Gattopardo fu rifiutato dagli editori e stroncato da buona parte della cultura comunista. Il romanzo di Tomasi di Lampedusa appariva incompatibile con la lettura gramsciana del Risorgimento e della questione meridionale. Poi dall’estero arrivò il contrordine che avrebbe preparato la sua prodigiosa riabilitazione.
Su gentile concessione dell’autore, pubblichiamo in due puntate questo testo di Alberto Mingardi, direttore dell’Istituto Bruno Leoni, apparso il 23 agosto sul suo sito “The Curious Task”. Non è soltanto la recensione di un libro dedicato alle vicissitudini del romanzo di Tomasi di Lampedusa e del film che ne trasse Visconti. È il racconto di un dibattito che mise a nudo i tormenti e le contraddizioni che segnarono la cultura di sinistra, in particolare comunista, di un’intera epoca. Da non perdere. Anche perché, come diceva Orazio, “De te fabula narratur”.
Nel suo bel libro sull’egemonia culturale, chi ce l’ha avuta e chi la vorrebbe avere, Andrea Minuz ricorda che «tra i sortilegi dell’egemonia c’era l’abilità di trasformare l’utilità alla causa in bravura, e viceversa» [Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana, S. Berlusconi Editore, 2026].
Si poteva nascere storti e sbagliati e raddrizzarsi dopo, come nel caso celebre del Gattopardo, arrivato come romanzo sospetto e reazionario, poi messo in mano a Visconti dal PCI, quindi trasformato in acclamato film progressivo e di sinistra, il nostro Via col vento gramsciano. Un piccolo capolavoro di egemonia ortopedica.
La storia di quel sortilegio è ricostruita in Operazione Gattopardo, uscito nel 2013 per Le Mani e poi ripubblicato da Feltrinelli, ora nell’Universale economica, dove un libro del genere dev’essere, e non solo perché Il Gattopardo uscì per lo stesso editore.
Le peripezie del romanzo di Tomasi di Lampedusa sono note: il convegno letterario a San Pellegrino, dove accompagna il cugino Lucio Piccolo; un principe e un barone siciliani con tanto di autista al seguito; Montale, che ha ricevuto le poesie di Piccolo ed è pronto a mettergli sul capo il lauro di poeta.
Il principe ammira il mondo della letteratura e va appresso al cugino per vedere da vicino questi titani. S’accorge che sono, quando va bene, di media statura, e gliene viene la spinta a scrivere, attività tornata appannaggio degli esseri umani.
Vince la neghittosità e in un paio d’anni compone uno dei capolavori della nostra letteratura. Lo manda a Mondadori e poi a Einaudi. Elio Vittorini è uno dei lettori sia la prima sia la seconda volta: sono due rifiuti.
Una copia era andata al libraio ed editore palermitano Flaccovio, un’altra a Elena Croce, che non l’aveva nemmeno sfogliata ma a un certo punto pensa di darla a Marguerite Caetani, per la rivista «Botteghe oscure». Uno dei redattori è Giorgio Bassani, che va a recuperare il manoscritto nella portineria della sede romana del Partito repubblicano, dove gli è stato lasciato.
Comincia a leggerlo e chiama l’amico Mario Soldati: guarda che questa è un’opera maestra. Su «Botteghe oscure» andrebbe al massimo un’anticipazione; Bassani riesce a imporlo a Feltrinelli e a procurarsi dalla vedova il materiale per chiudere il volume.
Intanto Tomasi è morto senza pregustare il profumo della gloria letteraria. Giangiacomo Feltrinelli pubblica il romanzo. L’editore dei Tupamaros, che corteggia Fidel Castro per un’intervista e che alla fine si giocherà il collo alla partita della lotta armata, fa i due colpi della vita con due libri «di destra»: un romanzo intriso di rimpianto per il tramonto dell’aristocrazia borbonica e Il dottor Živago – per giunta senza doverne pagare i diritti: Pasternak, che vive nel paradiso del proletariato, che se ne farebbe?
La vicenda è interessante, ma il sapore le viene da come si sono incastrate tante cose diverse, ciascuna delle quali a suo modo prevedibilissima. L’aristocratico siciliano tiratardi anche quando c’è da prendere in mano la penna, le distrazioni di quella consorteria autocentrata che è la repubblica delle lettere, l’entusiasmo di un giovane scrittore ed editor, il naso di un publisher di razza.
Il vero romanzo è quel che capita fra il libro e il film, ricostruito con cura certosina in questo saggio che si può considerare, anch’esso, a suo modo, già un piccolo classico.
Gli autori sono Alberto Anile e Maria Gabriella Giannice, che insieme hanno pure realizzato il documentario I due Gattopardi. Giornalista dell’ANSA e poi romanziera lei, critico cinematografico e già conservatore della Cineteca nazionale lui, autore di lavori su Totò e Orson Welles.
Operazione Gattopardo immerge il lettore prima nelle ossessioni politico-culturali dell’epoca, e poi lo porta nella sartoria di Luchino Visconti, a vedere come è stato possibile cucire un abito cinematografico addosso al libro. La prima cosa è necessaria alla seconda.
Il PCI aveva investito su una lettura gramsciana del Risorgimento come «rivoluzione mancata» o «rivoluzione passiva»: incompiuta perché la borghesia non aveva saputo saldarsi alle masse contadine. La questione meridionale era un problema sociale, se non il problema sociale, da risolversi forzando l’accumulazione di capitale e affrancando il Sud dal blocco di potere della proprietà fondiaria.
Per Lampedusa, palermitano come Gaetano Mosca, in politica rivoluzioni e riforme sono la spuma delle onde, che dà l’illusione del cambiamento mentre sotto il mare è sempre uguale. Ancor più importante, la questione meridionale è tutto fuorché materia ascrivibile alla categoria della lotta di classe.
Quando il principe di Salina respinge l’offerta di diventare senatore del Regno, non lo fa solo per un sussulto di dignità: troppe cose sono state fatte, da che Garibaldi è sbarcato in Sicilia, a spese della vecchia classe dirigente, perché ora proviate a coinvolgerci in qualche modo.
Parla del desiderio di «sonno» dei siciliani, della loro «immobilità voluttuosa», ne riconduce il carattere al clima: «questo clima che c’infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi […] questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo».
Per giunta, don Fabrizio raccomanda al suo posto Calogero Sedàra, il padre di Angelica, e non solo per fare un altro favore a Tancredi, ma perché è l’emblema dei ceti emergenti a cui dovrebbe essere aggiogato il carro della Storia.
Questi ceti emergenti, più che tori pronti a spezzare ogni laccio, Lampedusa li racconta come sciacalli e iene, come i garibaldini e i contadini, pronti a menar le mani appena la situazione lo consente.
Chevalley, che si è recato dal principe di Salina per offrirgli il laticlavio, non si smuove dalle sue convinzioni piemontesi. Se ne va pensando: «Questo stato di cose non durerà; la nostra amministrazione, nuova, agile, moderna cambierà tutto».
Il lettore di Tomasi di Lampedusa, alla fine degli anni Cinquanta, come faceva a prenderlo sul serio, questo cuor contento d’invasore a fin di bene?
Il libro viene subito stroncato dai letterati di sinistra, a cominciare da Mario Alicata, che lo dipinge come una lettura caricaturale del Risorgimento. Moravia lo sbertuccia e cerca d’impedirne la candidatura allo Strega, minacciando pure l’amico Soldati.
Leonardo Sciascia dedica al tema una conferenza, nel 1959, e ci si sente un po’ male, perché di Sciascia si tratta, a leggerne la ricostruzione che fanno Anile e Giannice:
Da appassionato marxista, Sciascia non è disponibile a farsi fare la morale da un aristocratico nostalgico, e non esita a consegnare le ambiguità del romanzo al giudizio politico. Non dice mai che il libro sia mal scritto, anzi: Il Gattopardo gli ha regalato “fascino” e “divertimento”, il personaggio di don Fabrizio ha i contorni di un “uomo classico”. Ma sono pregi di secondo piano rispetto a un ritratto dell’isola afflitto da “un vizio di astrazione geografico-climatica”, da exploit di “raffinato qualunquismo” e soprattutto da un atteggiamento – del principe Fabrizio e del principe Tomasi – di “congenita e sublime indifferenza” nei confronti della povera gente. Lampedusa sarebbe troppo “gran signore” per non sentirsi, anche da scrittore, “superiore”.
L’ultima stoccata riguarda la citazione della celebre carrozzina in caduta libera sulla scalinata di Odessa nel capolavoro di Sergej M. Ejzenstejn: “Angelica […] gli sospirò all’orecchio: ‘Zione!’: felicissimo gag, di regia paragonabile in efficacia addirittura alla carrozzella da bambini di Eisenstein”.
Vedere definita gag la “tragica sintesi” eisensteiniana della Corazzata Potemkin (1925) sarebbe per Sciascia la prova di “un estremo, e indicativo, distacco”. In buona sostanza, Il Gattopardo gli “fa venire la voglia di lanciare lo slogan ‘la letteratura ai letterati’ – e la terra ai contadini, s’intende […] ma a patto che i letterati non abbiano riserve sulla terra da dare ai contadini”.
Il dibattito sul Gattopardo, annotano Anile e Giannice, nasce dall’impressione che il pozzo del neorealismo si sia esaurito e in un momento di tensione fra intellettuali e PCI. I carri armati erano entrati a Budapest e Feltrinelli aveva già pubblicato Il dottor Živago, con Pasternak che l’anno successivo prende il Nobel. I miti d’Oltrecortina si stanno appannando.
Se qualcuno guardasse all’Italia di allora con un po’ di realismo, dovrebbe ammettere che il tanto vituperato capitalismo sta facendo il suo mestiere e in pochi anni il Paese vive una straordinaria trasformazione. Come i blue jeans che sono un segno di sinistra ma con la giacca vanno verso destra, i cambiamenti dovrebbero spaventare i conservatori, ma vengono utili per sobillare i rivoluzionari.
Sciascia, sempre lui, scrive che i romanzi storici veri sono «quelle opere in cui gli accadimenti rappresentati sono parte di una “realtà storicizzata”, cioè conosciuta e situata, nel suo valore e nelle sue determinazioni, in rapporto al presente […] E appunto nel Gattopardo accade il contrario: il presente si fa passato».
La letteratura ai letterati, ma per «ridefinire il passato in funzione del presente».
Nella seconda puntata: lo “sdoganamento” comunista, l’intervento di Aragon e l’operazione con cui Visconti trasformò il romanzo “di destra” in una vittoria culturale della sinistra.
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