Guerra ibrida e disinformazione
Geopolitica digitale e guerra ibrida nel Baltico
Il taglio di due cavi sottomarini in fibra ottica nel Mar Baltico, con ogni probabilità un sabotaggio, è l'ultimo episodio della guerra ibrida che si sta combattendo in quell'area tra la Russia e i paesi di"frontiera" della Nato. La questione è assai seria, anche se i

Il taglio di due cavi sottomarini in fibra ottica nel Mar Baltico, con ogni probabilità un sabotaggio, è l’ultimo episodio della guerra ibrida che si sta combattendo in quell’area tra la Russia e i paesi di”frontiera” della Nato. La questione è assai seria, anche se i suoi termini sono forse ignoti al grande pubblico.
Infatti, quando pensiamo a Internet siamo abituati ad alzare lo sguardo verso il cielo, a immaginare scambi istantanei di informazioni tra satelliti. Invece dovremmo guardare molto più in basso, negli abissi degli oceani. Una commissione dell’Onu ha stimato che”la stragrande maggioranza dei dati globali viaggia all’interno di cavi sottomarini in fibra ottica, e solo una piccola parte tramite collegamenti satellitari” (Antonio Deruda,”Geopolitica digitale. La competizione globale per il controllo della Rete”, Carocci, 2024). Sono questi tubi, alcuni dei quali giacciono a oltre seimila metri di profondità, che ci permettono di inviare un sms su WhatsApp, di fare un bonifico online, di comprare un prodotto su Amazon, di postare una foto su Instagram o di vedere una fiction su Netflix.
Internet, insomma, è molto più materiale di quanto crediamo. Traccia rotte in fibra ottica sotto i mari, attribuisce un valore cruciale ai luoghi dove i cavi emergono, occupa rilevanti spazi fisici con i suoi data center, ridefinisce le priorità della sicurezza nazionale, disegna le mappe di una vera e propria geopolitica digitale in grado di influenzare le scelte di politica economica e di politica estera degli stati. Chi controlla i mari controlla il mondo: un vecchio adagio che non è stato scalfito dall’avvento dell’aviazione. Le arterie in fibra ottica sono la versione digitale delle antiche rotte commerciali per la conquista dei mercati. Includere o escludere dal tracciato di un cavo un paese può determinarne l’integrazione o l’isolamento in un mondo che corre alla velocità della luce.
Il primo cavo in fibra ottica nasce nel 1988. È AT&AT, allora la società statunitense leader mondiale nel settore delle telecomunicazioni, a guidare il consorzio di aziende nordamericane e europee che lo realizzano. Fino al passaggio di secolo, saranno gli azionisti di imprese pubbliche, o legate in qualche modo al potere statale, a detenere il monopolio degli investimenti nel mercato dei cavi sottomarini. Nella nuova età dell’oro digitale i giganti del web hanno conquistato il primato in questo campo, prima alleandosi con altre aziende di Internet e in seguito cominciando a fabbricare e installare cavi di loro proprietà. Nel 2019 Google annuncia che il suo cavo”Curie” è stato testato con successo. Il cavo parte da Los Angeles e, dopo un percorso di diecimilacinquecento chilometri, riemerge a Valparaiso, sulle coste del Cile. Da lì si diramano le infrastrutture terrestri che servono tutto il continente sudamericano.Essere proprietario dei cavi consente quindi al colosso informatico fondato da Larry Page e Sergey Brin di posarli direttamente fino ai suoi data center e di controllarli in assoluta autonomia
Il dominio tecnologico e il controllo delle infrastrutture dell’Internet planetario sono da sempre i pilastri del primato geopolitico degli Stati Uniti. Ma entrambi sono da tempo sotto assedio da parte della Cina e di altre potenze emergenti. La posta in gioco è assai alta, e per questo Washington ha bisogno di un rapporto collaborativo tra la Silicon Valley e il dipartimento della Difesa. Un rapporto che prende forma nell’ultimo decennio del secolo scorso e si consolida nei primi anni del Duemila, grazie a una convergenza di interessi che argina le differenze politiche. La prima generazione di imprenditori digitali aveva una forte inclinazione libertaria, e diffidava dei politici in giacca e cravatta che ignoravano i garage californiani nei quali si stavano gettando le basi di un impero mediatico. Per altro verso, i giovani nerd in felpa che si esprimevano in codici binari erano visti con diffidenza dalle élite politiche.
Sotto tale profilo, che lo sviluppo dell’IA sia guidato da aziende private e, in buona misura, dal settore della difesa non è una novità. Ma pone diversi interrogativi sui quali governi, organizzazioni internazionali e opinione pubblica (almeno quella occidentale) si stanno interrogando con inquietudine. I sistemi operativi dei computer e dei dispositivi mobili, i browser, i software professionali, i social media, le piattaforme di e-commerce e i principali motori di ricerca sono tutti in mano a cinque aziende: Microsoft, Google, Meta, Apple e Amazon. Per altro verso, nel continente asiatico si erge ormai la”grande muraglia digitale” cinese. All’estero viene chiamata”Great Firewall”. È un sistema di censura online sempre più pervasivo e capillare.”Se apri la finestra per prendere aria fresca, devi aspettarti che alcune mosche entrino dentro”. Questa frase attribuita a Deng
Xiaoping, il grande architetto della rivoluzione economica del Dragone (1978-1992), riassume in modo eloquente le preoccupazioni del suo odierno establishment.
Di qui le frontiere virtuali, il controllo rigido dei contenuti online, la stretta vigilanza sulle scelte delle aziende più competitive: sono i principali ingredienti del tecnonazionalismo cinese, che riflette l’obiettivo dichiarato di sfidare l’egemonia statunitense nello spazio cibernetico. In questo scenario, la lotta per il predominio sui mari aggiunge altre tensioni nell’Indo-Pacifico, dove già oggi si respira un clima da guerra fredda e dove, tanto più con la presidenza Trump, Stati Uniti e Cina entreranno inevitabilmente in conflitto nei prossimi anni. Nel frattempo l’Europa continua a brancolare nel buio, come sottolinea Mario Draghi nel suo Rapporto più citato che letto a Bruxelles come a Strasburgo. Un quadro critico dei futuri assetti internazionali che non induce all’ottimismo.
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