Società, cultura, storia e idee

Il popolo di Gioachino Belli: miseria, fede e sacrilegio al tramonto del potere temporale

Nei più di duemila sonetti romaneschi Giuseppe Gioachino Belli consegnò alla letteratura la voce della plebe di Roma, ritraendone miseria, vitalità, fede e sacrilegio al tramonto del potere temporale. Michele Magno ripercorre la parabola del poeta: dall’ammirazione europea alla svolta reazionaria, fino al silenzio degli ultimi

Michele MagnoMichele Magno21/08/2026Aggiornato 08/09/20265 min lettura923 parole
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Nei più di duemila sonetti romaneschi Giuseppe Gioachino Belli consegnò alla letteratura la voce della plebe di Roma, ritraendone miseria, vitalità, fede e sacrilegio al tramonto del potere temporale. Michele Magno ripercorre la parabola del poeta: dall’ammirazione europea alla svolta reazionaria, fino al silenzio degli ultimi anni e al desiderio di distruggere la propria opera.


Il monumento (nel significato etimologico di «testimonianza») della plebe di Roma edificato da Giuseppe Gioachino Belli (1791-1863) nei duemila e più sonetti romaneschi, secondo Pietro Gibellini – con Giorgio Vigolo curatore dell’edizione critica per i Meridiani Mondadori – trova un termine di paragone adeguato solo con Dante.

Nel senso che, se la Divina Commedia immortala la civiltà medievale al tramonto, il poema di Belli è un affresco indelebile del crepuscolo dell’Antico regime nell’ultima terra del potere temporale della Chiesa.

Insieme, dà per la prima volta la voce a un mondo popolare, erede di un’antropologia millenaria ma destinata a sparire in pochi decenni.

Un «Commedione» romano, come lo ha definito lo storico Antonio Baldini, dove l’inferno della corruzione e il purgatorio della miseria prevalgono sui pochi squarci di paradiso: qualche rara gioia nell’aldiquà (il sesso, il vino, gli affetti), un’incerta speranza nell’aldilà.

Se si preferisce, una «Comédie humaine» alla Balzac, ma con il miracolo di un realismo che si esprime in versi i quali mai forzano la naturalezza del parlato dei Renzo e Lucia di Trastevere, nel solco del venerato Manzoni e di un altro suo ideale maestro milanese, Carlo Porta.

Un precursore della poetica dell’impersonalità, teorizzata dai naturalisti e dai veristi (Verga fu un suo lettore precoce). Un cronista severo, che nulla perdona a quei prelati, osti, fruttaroli, becchini, «ricattieri», «caffettieri» e «calzettai» descritti con un’infinità di toni: allegro, dolente, casto, sensuale, bigotto, sacrilego, castigato, osceno.

Un solo ispiratore: «il Dio dell’Abbibbia». Una sola scena: un vicolo o un cortile dell’Urbe, «stalla e chiavica der monno». Un solo protagonista: la vita.

Quella vita che inizia «Nove mesi a la puzza…» e «Poi comincia er tormento della scola, / l’abbeccè, le frustate, li ggeloni, / la rosalía, la cacca a la ssediola, / e un po’ de scarlattina e vvormijoni. / Poi viè l’arte, er diggiuno, la fatica, / la piggione, le carcere, er governo, / lo spedale, li debbiti, la fica, / er zol d’istate, la neve d’inverno… / E pper urtimo, Iddio sce bbenedica, / viè la Morte, e ffinissce co l’inferno» («La vita dell’Omo»).

Nell’aprile 1838 Nikolaj Gogol’ scrive all’amica Balàbina: «Vi è mai capitato di leggere i sonetti del poeta romano d’oggi, il Belli, che peraltro vanno ascoltati quando egli stesso li recita? In essi c’è tanto sale […] che quella pesante nube che spesso piomba sulla vostra testa volerebbe via […]».

E Charles Augustin de Sainte-Beuve sul suo «Carnet de voyage» aggiunge: «Straordinario! Un grande poeta a Roma, un poeta originale. Si chiama Belli. […] Non pubblica, e le sue opere restano manoscritte. Sui quaranta, piuttosto malinconico, poco estroverso […]».

Paradossalmente, proprio mentre grandi esponenti della cultura europea esaltavano l’originalità del suo romanesco, Belli si accingeva a preferirgli la lingua toscana. Solo nel 1846 riprenderà la produzione dei sonetti dialettali, fra cui spiccano tre capolavori: «L’affari de Stato», «La morte co la coda» e «Er vicario vero de Ggesucristo».

Tutta l’Italia guardava con simpatia a questo vicario, al Pio IX «pascioccone» che aveva abolito l’atto di sottomissione, il famigerato «calcio», che i rappresentanti dell’Università degli Ebrei dovevano subire pubblicamente davanti al Magistrato dei Conservatori in Campidoglio.

In realtà, il fuoco ardeva sotto «la pignatta». Il mito del Papa liberale era destinato a tramontare rapidamente.

Nel 1849 Roma diventa una Repubblica. Dopo l’assedio delle milizie austriache, spagnole e francesi, nel 1850 Pio IX può varcare nuovamente l’ingresso del Quirinale.

Belli si trasforma nel «vendicatore» del cattolicesimo umiliato e offeso. Nelle ottave «Le età dell’oro» attacca apertamente le idee e la propaganda dei giacobini, «digiuni di valor come di fede / poveri di pietà, ricchi d’orgoglio […]».

Divenuto collaboratore della censura pontificia, quando il direttore di polizia gli chiede un parere sul «Viscardello» (cioè il «Rigoletto») di Verdi, la sua stroncatura è feroce: «Dal putrido dramma di Victor Hugo […] non potea generarsi che fetida contraffattura quale è questa sconcezza».

Completata la «volgarizzazione» degli «Inni ecclesiastici» del Breviario Romano, Belli termina nel 1859 la sua eccezionale esperienza di artefice del sonetto.

Un silenzio cupo e doloroso coprirà gli ultimi anni della sua esistenza, lacerata dalla scomparsa prematura dell’amatissima figlia Cristina. Intristito dallo smembramento dello Stato pontificio e demoralizzato dall’affermazione del moto risorgimentale, si spegne la sera del 21 dicembre 1863 colpito da un ictus cerebrale.

Da vivo Belli aveva pubblicato un unico sonetto romanesco, «Er padre e la fija». Nell’imminenza della morte, avrebbe voluto bruciarli tutti. Ma er fijo Ciro, per fortuna, non lo fece.


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