Italia: politica, istituzioni e società

Intellettuali acrobati del circo equestre nazionale

Nomi non ne faccio, perché Gustavo Zagrebelsky, Luciano Canfora, Massimo Cacciari, Tomaso Montanari, Alessandro Barbero, Carlo Rovelli e compagnia cantando non hanno bisogno di essere menzionati. Ma da noi ci sono intellettuali talmente di sinistra per i quali la sinistra che c’è non è mai la"loro"

Michele MagnoMichele Magno22/11/2025Aggiornato 08/09/20262 min lettura387 parole

Nomi non ne faccio, perché Gustavo Zagrebelsky, Luciano Canfora, Massimo Cacciari, Tomaso Montanari, Alessandro Barbero, Carlo Rovelli e compagnia cantando non hanno bisogno di essere menzionati. Ma da noi ci sono intellettuali talmente di sinistra per i quali la sinistra che c’è non è mai la”loro” sinistra. Hanno speso una vita a demolire il craxismo, il berlusconismo, il prodismo, il renzismo, il draghismo e, oggi, il melonismo (solo il contismo, curiosamente, è stato esentato dalle loro invettive).

Sempre dalla parte degli oppressi, hanno scritto articoli e libri vibranti di indignazione contro l’eterna vocazione autoritaria, compromissoria, subalterna, trasformistica, premoderna, delle italiche classi dirigenti. La domenica predicano nuovi modelli di sviluppo, naturalmente alternativi a un capitalismo cieco e disumano. Nei giorni feriali ci spiegano che tra democrazia e mercato esiste una contraddizione insanabile. Negli anni bisestili è il turno delle grandi utopie: dalla liberazione dal lavoro alla kantiana pace perpetua.

Severi custodi della Costituzione più bella del mondo e inflessibili guardiani di ogni immobilismo istituzionale, si sono poi convertiti all’etica della responsabilità. Hanno quindi cominciato a corteggiare quelli che volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno. E ora, pur di salvare la propria verginità, si scagliano contro la separazione delle carriere in magistratura. Alla faccia del bicarbonato di sodio, direbbe Totò. Infatti, la cosa è di una comicità grottesca.

Ma la storia è piena di eterogenesi dei fini. Poco prima della sua morte, Eric Hobsbawm osservava con una punta di nostalgia che l’epoca in cui gli intellettuali erano un credibile volto pubblico dell’opposizione al potere apparteneva ormai al passato. Lo storico britannico del “secolo breve” descriveva così il declino di una delle figure centrali del Novecento, fosse al servizio delle élite dominanti, organico a un partito, un cane sciolto.

Ma l’intellettuale è sempre stato una bestia strana. Qual è infatti il suo mestiere? Secondo Luciano Bianciardi, insofferente a ogni establishment culturale, era indefinibile. Per l’autore della Vita agra il vero intellettuale, in fondo, è – o dovrebbe essere – schiavo di tutti e servo di nessuno. Di sicuro non un acrobata del circo equestre nazionale.


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