Italia: politica, istituzioni e società

La sinistra, le tasse e il conto salato dello Stato sociale

La sinistra resta prigioniera del suo riflesso fiscale: più welfare, più tasse, più eguaglianza. Ma la crisi dell’imposta progressiva, l’evasione, il debito pubblico e la sostenibilità dello Stato sociale impongono una domanda politica scomoda: chi avrà il coraggio di tagliare la spesa per ridurre tasse e

Michele MagnoMichele Magno06/07/2026Aggiornato 08/09/20264 min lettura749 parole
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La sinistra resta prigioniera del suo riflesso fiscale: più welfare, più tasse, più eguaglianza. Ma la crisi dell’imposta progressiva, l’evasione, il debito pubblico e la sostenibilità dello Stato sociale impongono una domanda politica scomoda: chi avrà il coraggio di tagliare la spesa per ridurre tasse e debito?


Comunque si chiamerà l’ormai ex campo largo, prima o poi uno straccio di programma dovrà presentarlo agli elettori. Vedremo come riuscirà a comporre le sue divisioni non solo sulla politica internazionale, ma anche sulla questione delle tasse, anch’essa un punto ineludibile per qualsivoglia sedicente coalizione progressista.

Anche l’unica proposta fin qui avanzata da Elly Schlein e Avs, l’imposta sui grandi patrimoni, è stata infatti — saggiamente — respinta dal leader dei 5S.

Storicamente, l’idea-forza della sinistra nel campo fiscale è stata la concentrazione del prelievo su un’unica imposta sul reddito, personale e progressiva. Negli ultimi decenni, però, questa idea-forza è entrata progressivamente in crisi.

A questa crisi, segnalata già a metà degli anni Ottanta del secolo scorso da economisti come Antonio Pedone e Giorgio Fuà, hanno contribuito l’inflazione, con il suo cieco automatismo di drenaggio fiscale, e la crescente complessità della società di massa.

Elusa o evasa in modo massiccio, la sua equità ne è risultata gravemente compromessa. Anche se si deve ammettere che l’infedeltà fiscale diviene obiettivamente irresistibile quando si pretende di caricare il peso dell’imposta con una scala di progressività che induce in tentazione anche i più virtuosi, e che determina fatalmente una resistenza accanita — anzitutto del ceto medio — allo Stato esattore sul terreno politico.

Nel passaggio di secolo, la crisi dell’imposta personale e progressiva non ha scosso, tuttavia, la fiducia granitica della sinistra nell’articolo 53 della Costituzione. Si è aperta, è vero, una riflessione sulle sue contraddizioni e, in alcuni ambienti accademici, sono state formulate ipotesi di riforma radicale, che non sono però mai riuscite a varcare la soglia della provocazione intellettuale.

Mi riferisco, in particolare, alla trasformazione dell’imposta personale sul reddito in un’imposta personale sulla spesa.

Ora, se la sinistra è stata identificata con il “partito delle tasse”, una ragione c’è. La sinistra vuole più Stato sociale. Più Stato sociale significa più tasse. Più tasse significano più eguaglianza.

Alla prova dei fatti, questo pronostico si è rivelato un abbaglio. Basti pensare all’incapacità, anche nelle versioni più interventiste dello Stato sociale — le socialdemocrazie scandinave — di contrastare le forme più dure e mortificanti di povertà.

Si pensi, inoltre, alla formazione di una vera e propria underclass nei Paesi industrializzati: uno strato di soggetti emarginati non solo in termini economici, ma anche etnici.

L’esperienza storica del welfare, quindi, dimostra che libertà ed eguaglianza possono entrare in conflitto tra loro. Senza dimenticare un dato incontrovertibile, occultato nelle pieghe di un debito pubblico abnorme. E cioè che le protezioni sociali dipendono, in misura che non ha confronto con i diritti civili e politici, dalle risorse create dal mercato.

Sfidati dai cambiamenti demografici, della famiglia e del lavoro, i sistemi di welfare sono sulla graticola dei governi da quando non è stato più possibile pagarli aumentando le tasse. Sono stati finanziati indebitandosi. E il debito oggi occorre pagarlo, e domani occorrerà pure restituirlo.

Se le cose stanno così, non basta l’appello alla lealtà e al senso civico dei contribuenti. Non bastano le procedure telematiche o la tracciabilità della moneta. Tutti provvedimenti importanti, beninteso. È necessario che la spesa pubblica corrisponda a un ragionevole costo dello Stato sociale.

Ci sarà un partito o una coalizione di partiti che si presenterà alle prossime elezioni non promettendo di dare agli italiani il reddito di cittadinanza, la pensione anticipata e chi più ne ha più ne metta, ma promettendo di tagliare la spesa assistenziale per finanziare la riduzione delle tasse e del debito pubblico?

Ne dubito. In ogni caso, hic Rhodus, hic salta.


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