Economia, energia e globalizzazione

L’Italia delle rendite e la concorrenza che resta sulla carta

Il risiko bancario è solo il volto più visibile di un problema più ampio: la distanza tra concorrenza prevista dalle norme e concorrenza reale. Dalle banche all’energia, dalle concessioni ai servizi pubblici locali, l’Italia resta frenata da rendite e barriere d’ingresso. La sfida non è scegliere

Valerio SaleValerio Sale31/08/2026Aggiornato 05/10/20265 min lettura1.092 parole
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Il risiko bancario è solo il volto più visibile di un problema più ampio: la distanza tra concorrenza prevista dalle norme e concorrenza reale. Dalle banche all’energia, dalle concessioni ai servizi pubblici locali, l’Italia resta frenata da rendite e barriere d’ingresso. La sfida non è scegliere tra imprese grandi o piccole, ma capire se cresceranno grazie al mercato o alla protezione.


Il risiko bancario italiano è molto più di una partita tra Intesa e MPS. È un test concreto di quanto il mercato italiano sia davvero contendibile e di quanto la politica industriale possa conciliarsi con la libera concorrenza.

Al dibattito in corso si è sovrapposta la questione degli extraprofitti, che mostra le due facce di una stessa medaglia, tutta italiana. Banche ed energia sono al centro, ma c’è un intero sistema economico nel quale la concorrenza dovrebbe essere presidio della libertà di mercato e argine alle rendite di posizione.

Va da sé che, per determinare un concreto riposizionamento, le aperture di mercato devono essere praticate nei grandi settori strategici: energia, banche, aeroporti e infrastrutture.

Ma a ostacolare lo sviluppo di uno spirito imprenditoriale nel Paese è anche il persistere di rendite di posizione, indipendentemente dalla loro entità, alimentate da clientele e frammentazioni territoriali.

Serve un sistema nel quale entrare sia facile, crescere sia possibile, innovare sia conveniente e uscire dal mercato non sia una tragedia economica o politica. Qui si gioca la partita del futuro, decisiva tanto per attrarre gli investitori esteri quanto per contrastare la fuga dei cervelli.

Intendiamoci: il problema delle barriere d’ingresso esiste anche in altri Paesi europei. La Germania lo ha dimostrato di recente nel caso UniCredit-Commerzbank, così come il colosso energetico EDF resta campione di posizione dominante sulla sponda francese.

Nel 2024 il Rapporto Draghi segnalava che le barriere d’ingresso sono tra le principali ragioni per cui il mercato dell’UE rimane troppo frammentato, regolamentato e poco capace di competere con Stati Uniti e Cina.

A distanza di due anni da quell’analisi, lucida quanto, per certi versi, impietosa, la questione riguarda in modo particolare l’Italia.

Il nostro Paese continua a scontare procedure amministrative complesse e ostacoli che legittimano una significativa presenza di rendite consolidate. Il problema non è tanto l’assenza di regole antitrust, quanto la distanza tra la concorrenza prevista dalle norme e quella effettivamente praticata nei mercati.

Un dato su tutti è quello degli appalti pubblici. Nel 2024 il 34 per cento delle procedure italiane ha registrato un solo offerente, contro il 28 per cento della media UE.

Ancora più significativa è la differenza nei tempi: in Italia una procedura richiede mediamente 123 giorni per arrivare alla decisione, contro i 74 della media europea. Anche la percentuale di procedure suddivise in lotti è inferiore alla media UE, riducendo le possibilità di partecipazione delle imprese più piccole.

Questi numeri raccontano un problema che va oltre la burocrazia. Non basta avere un mercato formalmente aperto se i costi per entrarvi o per crescere al suo interno rimangono troppo elevati.

Prendiamo le concessioni pubbliche: idroelettriche, balneari, autostradali e relative ai servizi pubblici locali. Il problema non è tecnicamente riconducibile al monopolio. È che un bene pubblico viene assegnato a un operatore e, spesso, la possibilità di contendere quella posizione è stata storicamente molto limitata.

La riforma della concorrenza del 2022 avrebbe dovuto introdurre aste competitive alla scadenza delle concessioni, ma poi sono fioccate le proroghe. Il caso eclatante, tutto italiano, di balneari e taxi si presta più all’analisi storica e antropologica che alla teoria economica e al suo concetto di «rendita».

Scendendo di un altro gradino nella classifica italiana della libertà di mercato, troviamo il settore dei servizi pubblici locali: rifiuti, acqua, trasporto pubblico e altri servizi comunali.

La combinazione qui diventa alchemica, perché possiamo avere contemporaneamente un mercato frammentato e poca concorrenza.

L’OCSE rileva che, in molti casi, gli enti locali affidano direttamente il servizio a società partecipate totalmente o parzialmente, le cosiddette municipalizzate, invece di contendere il mercato attraverso gare.

Questo favorisce gli operatori già presenti e impedisce l’ingresso di imprese potenzialmente più efficienti. Non serve avere una gigantesca azienda monopolista per avere un mercato poco competitivo: può bastare una miriade di piccoli monopoli locali protetti dall’amministrazione.

Sul fronte delle imprese, il paradosso italiano della competitività è rappresentato dalla divergenza tra l’elevato numero di aziende e la loro scarsa crescita dimensionale.

Il mantra della produttività suona purtroppo come un disco rotto: secondo i dati della Commissione europea, nel 2025 la produttività oraria italiana risultava pari al 96,1 per cento della media UE, contro il 102,8 per cento del 2021.

Questo dato è importante perché consente di evitare un equivoco. Difendere la concorrenza non significa necessariamente impedire alle imprese di diventare grandi.

Al contrario: il problema europeo – come indica il Rapporto Draghi – è proprio la difficoltà di trasformare imprese innovative in grandi operatori capaci di competere a livello globale.

La vera domanda, dunque, non è «meglio grande o piccolo?», ma «diventare grande grazie alla concorrenza o grazie alla protezione?».

Ma torniamo al risiko bancario. Dal 2025 il settore italiano è attraversato da una straordinaria sequenza di operazioni: l’acquisizione di Mediobanca da parte di MPS, l’operazione di BPER su Banca Popolare di Sondrio, le iniziative di UniCredit su Banco BPM e Commerzbank e, soprattutto, la partita aperta tra Intesa Sanpaolo e MPS.

Il fenomeno dovrebbe avere una logica economica evidente: un sistema bancario più consolidato può generare economie di scala, ridurre i costi, aumentare la capacità di investimento nella tecnologia e consentire agli istituti italiani di competere meglio con i grandi gruppi europei.

Ma è lecito chiedersi se le fusioni serviranno prevalentemente a ridisegnare gli equilibri di potere all’interno del mercato delle «cento città d’Italia». In questo caso avremmo semplicemente sostituito alcune rendite con altre.

Il risiko bancario rappresenta quindi un banco di prova. La domanda decisiva non è chi vincerà, bensì se il mercato italiano diventerà più competitivo a livello globale e se famiglie e imprese ne trarranno vantaggio.


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