Russia e spazio post-sovietico
Resoconto non autorizzato di una recente telefonata tra Trump e Putin
Una telefonata immaginaria tra Trump e Putin dopo il raid russo sulla Cattedrale della Dormizione di Kyiv diventa una satira feroce sul cinismo diplomatico, sulle finzioni del G7 e sull’imbarazzo di un’America che vorrebbe congelare la guerra senza pagare il conto politico della resa. — Pronto,


Una telefonata immaginaria tra Trump e Putin dopo il raid russo sulla Cattedrale della Dormizione di Kyiv diventa una satira feroce sul cinismo diplomatico, sulle finzioni del G7 e sull’imbarazzo di un’America che vorrebbe congelare la guerra senza pagare il conto politico della resa.
— Pronto, sei tu Vlad? Ma che mi combini? Adesso ti metti a bombardare anche i simboli della religione ortodossa? Gli ucraini sono incazzati come turchi. Sono al G7 di Évian. Quel rompicoglioni di Zelensky mi sta tallonando per avere un incontro e non so cosa dirgli. Tu sai quanto ti stimo e quanto ho fatto per te. Ma non devi esagerare con l’escalation contro gli obiettivi civili. Così diventa sempre più difficile fargli ingoiare ogni proposta di resa. Devo dargli un contentino: dirò che devi fare un accordo con lui e magari gli prometto di reintrodurre qualche sanzione sul tuo petrolio. Ma non ti preoccupare: saranno solo chiacchiere per i gonzi di Macron, Merz e Starmer. Con Giorgia ho fatto pace. Per finta. Tanto so che gli hai messo alle costole Giuseppi, Salvino e Vannaccio.
— Ciao Donald, tranquillo. Ti devi fidare di me. Il lavoro è a buon punto. Lasciami solo qualche mese per completarlo. Sto per lanciare una mobilitazione generale contro i neonazisti di Kyiv. L’Europa, in cui ho ottimi amici, se la fa sotto. Non è lontano il tempo in cui potrai dire all’ebreo cocainomane: o mangi questa minestra, o salti dalla finestra.
— Non sono affatto tranquillo, Vlad. I miei servizi di intelligence mi dicono che gli ucraini ti stanno dando molto filo da torcere. Del resto, dovevi risolvere il problema in poche settimane e siamo già al quinto anno di guerra, nonostante gli aiuti del mio amico Kim, della Cina e dell’Iran. Attenzione a diventare schiavo di Xi Jinping, però. Mi metteresti in serio imbarazzo. A proposito dell’Iran, so che l’accordo farlocco che ho firmato con i pasdaran ti può danneggiare. Il prezzo del petrolio sta scendendo rapidamente e i tuoi introiti sono destinati a calare. Ma cosa potevo fare? Anche io ho i cazzi miei, e a novembre rischio di perdere il Congresso. Senza contare quello scassacabbasisi di Netanyahu, un pazzo capace di mandare tutto a puttana.
— Caro Donald, sappi che ti sarò eternamente grato per gli onori che mi hai riservato ad Anchorage. Ma dal patto che abbiamo siglato in quel vertice non posso tornare indietro. O vinco, o sono finito.
— Ti capisco, Vlad. Ma il conflitto con l’Ucraina è a un punto morto. Io più che congelare gli aiuti militari per ora non posso fare. Risentiamoci presto per trovare una via d’uscita dal tunnel in cui ti sei cacciato.
— Ok, Donald. Alla prossima.
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