Economia, energia e globalizzazione

Tutti sul debito americano. Ma la prossima crisi globale potrebbe arrivare dalla Cina

Il gigantesco surplus commerciale cinese, alimentato da sussidi, credito statale e consumi interni compressi, sta avvicinando l’economia mondiale a un punto di rottura. Secondo Michael Froman, la domanda globale non può assorbire indefinitamente la sovrapproduzione di Pechino: quando la diga traboccherà, la crisi potrebbe propagarsi dalle

Valerio SaleValerio Sale28/08/2026Aggiornato 08/09/20265 min lettura994 parole
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Il gigantesco surplus commerciale cinese, alimentato da sussidi, credito statale e consumi interni compressi, sta avvicinando l’economia mondiale a un punto di rottura. Secondo Michael Froman, la domanda globale non può assorbire indefinitamente la sovrapproduzione di Pechino: quando la diga traboccherà, la crisi potrebbe propagarsi dalle fabbriche alle banche e al resto del mondo.


L’attenzione economica di questi giorni si è concentrata sul superamento dei 40.000 miliardi di dollari di debito federale negli Stati Uniti. Il rialzo dei rendimenti riporta al centro la sostenibilità fiscale e alimenta le profezie di un crollo che potrebbe trascinarsi dietro l’economia globale.

C’è però una minaccia altrettanto concreta e sottovalutata che arriva dalla Cina. Ne parla Michael Froman, rappresentante del Commercio USA di vecchia data – con Clinton e poi Obama -, che su Foreign Affairs spiega come sia invece la Cina a minacciare la prossima crisi economica globale.

Negli ultimi due decenni, la Cina ha registrato il più grande surplus commerciale della storia. Nel 2025 ha raggiunto la cifra monstre di 1,2 trilioni di dollari, ovvero 1.200 miliardi di dollari, crescendo a un ritmo tre volte superiore al commercio globale delle merci.

Questo paradigma è stato strategicamente vantaggioso per la Cina e disinflazionista per il resto del mondo nel breve termine, ma è politicamente e strutturalmente insostenibile, creando un rischio crescente per l’intera economia globale. La capacità mondiale di assorbire la sovracapacità cinese si sta avvicinando a un punto di rottura, avverte Froman.

«La Cina non è più solo la fabbrica del mondo. È una diga che sta trattenendo troppa acqua. E quando una diga arriva al limite, il problema non è più quanta acqua contiene. È dove finirà quando tracimerà», gli fa eco Giuliano Noci, economista e professore ordinario del Politecnico di Milano, che ha preso in esame il saggio di Froman dal titolo eloquente: The Next Global Economic Crisis Could Be Made in China.

Il modo più sicuro per evitare questa costosa catena di eventi sarebbe un riequilibrio preventivo e graduale dell’economia cinese verso una crescita più sostenibile. Ad esempio, aumentare i consumi interni e finanziare maggiormente il welfare.

I cinesi sono costretti a elevati livelli di risparmio a causa della scarsa copertura sanitaria e delle pensioni irrisorie. Tuttavia, Pechino è riluttante a cambiare rotta perché il suo modello di crescita guidato dalle esportazioni è una strategia economica che mira alla supremazia geopolitica.

Il surplus manifatturiero riflette una scelta concertata da cui deriva la politica dei sussidi alle imprese. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha stimato che il 60 per cento dei guadagni della Cina in quota di mercato manifatturiero globale sia stato guidato dai sussidi governativi.

Forse il sussidio più significativo, seppur implicito, è l’accesso delle aziende manifatturiere cinesi al sistema finanziario statale di Pechino, che convoglia un vasto credito verso i settori prioritari, permettendo alle imprese cinesi di espandersi senza la preoccupazione per il profitto e il ritorno che hanno invece le aziende del resto del mondo.

Infatti, quasi il 30 per cento delle imprese industriali cinesi opera in perdita. Invece di lasciare uscire dal mercato le imprese fallite, i governi locali sostengono aziende non redditizie per preservare occupazione ed entrate fiscali. Le banche statali rifinanziano il debito dei debitori insolventi.

Questo sistema, oltre a un renminbi costantemente sottovalutato che rende le esportazioni competitive, permette alle aziende cinesi di applicare prezzi fino al 30-40 per cento inferiori rispetto a quelli dei loro concorrenti internazionali.

La leadership di Pechino ha evidenziato il problema, almeno sulla carta. Nel 2025 il Partito comunista cinese ha adottato una campagna denominata “anti-involuzione” e il suo 15° Piano quinquennale, per il 2026-2030, promuove il consumo, in particolare nelle aree rurali.

Il documento prevede l’adozione di modesti passi per rafforzare la propria rete di sicurezza sociale, con l’obiettivo di ridurre l’incentivo delle famiglie a risparmiare invece che a spendere. Ma Xi Jinping rimane riluttante a compiere il cambiamento.

Pechino ha, in generale, continuato a sopprimere il consumo interno, con l’obiettivo di massimizzare la produzione industriale sia nei settori strategici sia in quelli a basso valore.

Il risultato è quella che l’economista del MIT Yasheng Huang definisce un’economia a “vantaggio assoluto”: un Paese che compete contemporaneamente con gli Stati Uniti in materia di intelligenza artificiale, veicoli elettrici ed elettronica e, allo stesso tempo, con le nazioni più povere d’Africa per quanto riguarda la produzione di tessuti e abbigliamento.

La contraddizione economica e la manipolazione politica del “vantaggio assoluto” sono ormai manifeste e sono le leggi dell’aritmetica a rappresentarne l’esaurimento.

Nei primi due mesi del 2026, il surplus commerciale della Cina è cresciuto di oltre il 20 per cento su base annua. Nel frattempo, il Fondo monetario internazionale ha previsto che l’economia globale crescerà solo del 3,1 per cento quest’anno.

La tesi di Froman dimostra che questa tendenza è insostenibile: la domanda globale non cresce abbastanza rapidamente da assorbire le esportazioni cinesi a questo ritmo, né in settori chiave né in modo aggregato.

Il dossier, dal titolo imprevedibile, è sul tavolo dell’imminente incontro USA-Cina che si terrà il 26 settembre a Washington.

Se il mercato delle fabbriche cinesi subisse un arresto, così come è avvenuto per il mercato immobiliare, le perdite industriali potrebbero trasformarsi in fallimenti, poi in perdite bancarie, poi in una crisi delle finanze locali. Con il rischio di trascinarsi dietro l’economia globale.


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