Antisemitismo
7 ottobre 2023: il giorno in cui è tornato rispettabile odiare gli ebrei
Dagli archivi del ghetto di Varsavia alle immagini del 7 ottobre, gli ebrei hanno opposto documenti e testimonianze ad accuse capaci di sopravvivere a ogni smentita. Un percorso nella continuità del pregiudizio antiebraico e nella sua trasformazione: l’odio si riveste di parole nobili, la caccia diventa

Gli ebrei hanno sempre avuto una debolezza per i documenti. Conservavano contratti di matrimonio, ricevute, lettere, cambiali, liste di nomi. Nel ghetto di Varsavia li seppellirono dentro bidoni del latte, mentre sopra la terra scomparivano le persone reali. Li confortava forse l’idea che un giorno qualcuno avrebbe aperto quei bidoni, letto quelle carte e ammesso che sì, erano esistiti e le cose erano andate proprio così.
A forza di essere accusati e di non essere creduti, hanno imparato che la parola dell’ebreo, da sola, non fa molta strada. Così aprono gli archivi, confrontano le date, contano i morti, portano registri, certificati, mappe, fotografie.
Se li accusano di non avere combattuto, mostrano le medaglie. Se li accusano di avere diffuso la peste, mostrano le tombe dei propri figli. Se li accusano di voler sterminare un popolo, ricostruiscono operazioni militari, ordini, avvertimenti, quantità di aiuti, occasioni nelle quali avrebbero potuto uccidere indiscriminatamente e non lo hanno fatto.
Provano a riportare la discussione sui fatti perché continuano a credere che chi li accusa lo faccia sulla base dei fatti.
Pensano che dall’altra parte qualcuno stia ascoltando, che esista una combinazione di parole capace di aprire la serratura, una prova decisiva, un numero definitivo, un documento finalmente incontestabile davanti al quale l’accusatore si fermerà, si toglierà gli occhiali, rileggerà con maggiore attenzione e dirà: forse abbiamo esagerato, forse ci siamo sbagliati.
Ma non c’è errore.
I fatti sono arrivati sempre dopo, convocati uno per volta per dare un’apparenza rispettabile a una colpa che aspettava gli ebrei già da prima. Un bambino cristiano scompariva e la voce sapeva già chi ne avesse raccolto il sangue. Un’ostia veniva sottratta a una chiesa e il racconto l’aveva già portata nella casa di un ebreo, trafitta, bruciata, fatta sanguinare.
Non si è partiti dal pozzo avvelenato per arrivare all’ebreo. Si è partiti dall’ebreo e lo si è visto avvelenare il pozzo. Non si è trovato il corpo del bambino per risalire al colpevole: si è scelto il colpevole e poi gli si è deposto il corpo tra le braccia.
Ma l’ebreo continuava a spiegare. Era quasi un mestiere, ormai. Spiegava che la religione gli proibiva di consumare sangue, che anche gli ebrei morivano durante le epidemie, che non possedevano la terra perché era stato vietato loro di possederla, che prestavano denaro perché ai cristiani non era concesso e perché erano di sovente esclusi da altri mestieri “rispettabili”.
Spiegava di non essere troppo ricco né troppo povero, troppo separato né troppo assimilato, che era illogico che fosse a un tempo il padrone del capitale e il regista della rivoluzione contro il capitale. Spiegava di non poter essere nello stesso momento il cosmopolita senza patria e il dominatore occulto di tutte le patrie.
Ogni spiegazione sembrava ragionevole. Era proprio questo il problema.
La menzogna antiebraica abita altrove. Non deve essere coerente, ma necessaria. C’era una malattia senza rimedio, una guerra perduta, un debito da pagare, una rivoluzione alle porte, una modernità incomprensibile? Da qualche parte, dietro la porta, sotto il pavimento, dentro la banca, accanto al trono o tra i rivoltosi che volevano abbatterlo, c’era certamente un ebreo.
Per duemila anni gli ebrei hanno risposto alle accuse senza comprendere che le accuse cambiavano proprio per sopravvivere alle risposte. Se dimostravano di non avere avvelenato i pozzi, allora diventavano usurai. Se dimostravano di essere cittadini leali, restavano apolidi e cosmopoliti. Se mostravano le medaglie conquistate al fronte, restavano traditori. Se sopravvivevano a un genocidio, prima o poi sarebbe toccato loro di diventare genocidiari.
Negli anni Venti del Novecento gli ebrei tedeschi avevano documenti perfetti. Conservavano le fotografie in uniforme, le decorazioni militari, le lettere spedite dalle trincee. I caduti non potevano presentarsi a testimoniare, naturalmente, ma i loro nomi erano incisi sulla pietra, in ordine alfabetico, tra quelli degli altri tedeschi morti per la stessa Germania.
C’erano il medico ebreo che aveva curato i feriti, il professore ebreo che insegnava Goethe, il commerciante ebreo che teneva sulla scrivania il ritratto del Kaiser, l’ex soldato ebreo che aveva lasciato una gamba nelle Fiandre e pensava che una gamba tedesca, perduta in una guerra tedesca, fosse una prova sufficiente della propria appartenenza.
C’era l’ebreo convertito, quello assimilato, quello patriottico, quello che parlava yiddish e quello che dello yiddish si vergognava, l’ebreo di Berlino che guardava con sospetto l’ebreo appena arrivato dall’Est. Perché anche gli ebrei, quando hanno paura, possono illudersi che la disgrazia distingua tra chi è entrato prima e chi è entrato dopo.
La Germania aveva perso la guerra. Ma la sconfitta era troppo vasta e troppo umiliante per rimanere solo una sconfitta. Doveva essere opera di qualcuno. Se la Germania era stata battuta sul campo, bisognava guardare i generali, gli eserciti nemici, gli errori, la sproporzione delle forze. Ma se invece era stata pugnalata alle spalle, tutto diventava più semplice e persino più dignitoso: la nazione non era debole, era innocente; non aveva perduto, era stata tradita.
Restava soltanto da individuare il traditore. E il traditore era lì.
Non erano ancora gli anni Trenta. L’antisemitismo non era ancora diventato legge dello Stato, espulsione dagli impieghi, cittadinanza revocata, proprietà confiscata. Negli anni Venti era ancora un rumore sociale, un abbassarsi di voci, una caricatura passata di mano in mano, il nome di un albergo che non desiderava ospiti ebrei, una panchina sulla quale sarebbe stato meglio non sedersi, una domanda sull’autentica lealtà di uomini che avevano lasciato i fratelli nelle trincee.
Prima delle leggi vennero gli sguardi. Prima delle leggi venne il permesso che la società concedeva a sé stessa: il permesso di sospettare gli ebrei senza prove, di escluderli dalla società senza alcun motivo.
Poi le leggi arrivarono davvero, e il vecchio amore ebraico per i documenti conobbe la sua beffa più feroce. I registri non servirono più a dimostrare che un ebreo era stato un buon tedesco, ma a stabilire che era un ebreo. Non contavano la conversione, la medaglia, la gamba lasciata nelle Fiandre: da qualche parte un certificato conservava il nome di un nonno e tanto bastava.
La burocrazia che avrebbe dovuto riconoscerli li trovò, li trasportò, li contò, li marchiò come bestiame e li accompagnò fino alle camere a gas.
Quando tutto fu finito, restavano ancora i documenti. Elenchi di deportati, registri ferroviari, ordini firmati, inventari di case svuotate, fotografie di persone che nessuno sarebbe venuto a reclamare.
Per una generazione quelle carte bastarono a rendere l’accusa indecente. Invero, gli ebrei non erano riusciti a confutarla, ma i milioni di ebrei sterminati avevano mostrato dove conduceva.
Il tempo si portò via chi aveva visto, e con i testimoni anche una parte della vergogna e del pudore.
Poi arrivò Israele. Per duemila anni l’ebreo era stato riconoscibile perché era indifeso: senza terra, senza esercito, errante e inerme. Ora aveva uno Stato, dei confini, dei soldati.
Il mondo, che aveva appena imparato a onorare l’ebreo morto, sembrò non gradire l’ebreo vivo quando lo vide armato. Si era abituato a deporre corone davanti alla sua impotenza, a leggere con commozione la memorialistica della giovane ebrea sommersa e quella dell’ebreo salvato.
Aveva costruito monumenti per persone che non avevano potuto reagire, ma cominciò a diffidare dell’ebreo che non intendeva più trasformarsi in una lapide. La scintilla non scoccò.
Fu allora che due rancori, arrivati da secoli diversi, si riconobbero. L’odio antico vide Israele e riconobbe l’ebreo che si era sottratto al destino assegnatogli. L’odio più giovane contro l’Occidente vide un confine difeso, un esercito, città moderne, tecnologia, ricchezza, legami con l’America: tutto ciò che aveva imparato a chiamare oppressione.
Per l’uno Israele era l’ebreo diventato Stato. Per l’altro era l’Occidente concentrato in una striscia di terra. Le due figure coincidevano: l’ebreo e l’Occidente riuniti nello stesso corpo, abbastanza vicino da poter essere colpito, abbastanza piccolo da poter essere circondato, abbastanza forte da essere dichiarato responsabile di ogni guerra.
Non occorreva che quei rancori raccontassero la stessa storia. Bastava che, al momento di indicare il colpevole, il loro dito cadesse nello stesso punto della mappa.
Intorno a Israele il pregiudizio imparò così a vestirsi dei valori che un tempo lo condannavano. Le stanze sono luminose, le pareti tappezzate di dichiarazioni contro il razzismo, gli scaffali pieni di libri sui diritti delle minoranze. Le persone conoscono le parole appropriate, firmano appelli contro l’odio, correggono il linguaggio degli altri.
Nessuno desidera passare per antisemita. È una parola vecchia, sporca, compromettente; evoca immagini dalle quali ogni persona perbene ha imparato a prendere le distanze.
Il 7 ottobre gli ebrei non dovettero nemmeno procurarsi tutti i documenti. Una parte del lavoro la fecero quelli che erano venuti a ucciderli. Portavano telecamere, riprendevano, lasciavano immagini. Questa volta non sarebbe stato necessario dissotterrare un bidone del latte. Le prove uscivano dalle case insieme agli assassini.
Si poteva pensare che almeno questo avrebbe risparmiato ai morti la fatica di giustificarsi.
Quella mattina si era tornati a cercare gli ebrei nelle case. A inseguirli mentre fuggivano, a stanarli nei luoghi in cui avevano cercato riparo. Per qualche ora lo Stato, l’esercito, i confini erano scomparsi dalla loro vita. Restavano una porta da tenere chiusa, una stanza nella quale non fare rumore, qualcuno da proteggere con il proprio corpo. L’ebreo che aveva creduto di essersi sottratto alla storia si ritrovava dentro una delle sue stanze più antiche.
Fuori da quelle stanze, intanto, cominciava il lavoro delle parole.
Chi aveva ucciso lasciava le immagini. Altri trovavano loro un posto nel discorso.
Nelle stanze luminose, per giustificare un uomo che entrava in una casa ad ammazzare una famiglia ebrea, bisognava prima allontanare la casa, togliere i nomi, guardare da un’altezza alla quale le persone diventavano figure di una”causa”.
La madre diventava una presenza coloniale. Il ragazzo un occupante. La porta sfondata un confine finalmente abbattuto.
Quando il racconto era pronto, si poteva tornare a guardare. Le immagini erano le stesse. Ora qualcuno riusciva ad applaudirle.
C’era chi chiamava quella caccia “resistenza”. La parola arrivava con un passato onorevole, pieno di uomini che avevano combattuto i nazisti. Ora veniva posata sulle immagini di altri uomini, entrati nelle case per uccidere ebrei.
Il permesso prendeva forma così. Nessuno doveva scrivere che fosse lecito dare la caccia agli ebrei. Bastava trovare una ragione abbastanza nobile perché chi lo aveva fatto potesse essere applaudito, giustificato, compreso. E perché a chi era sopravvissuto si chiedesse, prima ancora di ascoltarlo, di rendere conto delle proprie colpe.
L’ebreo poteva dunque uscire dal nascondiglio. Il banco dell’imputato era già pronto.
È questa, forse, la sua colpa imperdonabile: l’ebreo che non attende più mansuetamente i roghi dell’Inquisizione, gli stupri dei cosacchi, le camere a gas delle SS, l’ebreo che possiede un esercito, l’ebreo che risponde alla violenza con una forza sufficientemente efficace per far capire che non ci saranno più docili file sul ciglio di una fossa comune, che con gli ebrei non si scherza più, che la violenza agli ebrei non resterà impunita. Non più.
“Ecco, ti ricordi il povero garzone che la mattina ci portava il pane a casa e bussava garbatamente alla nostra porta con ossequio e deferenza? Papà gli concedeva sempre una mancetta extra, a quel povero cristo. E lui ringraziava levandosi il cappello”.
“Ora dovete sapere che il figlio di quel brav’uomo è diventato ricchissimo e, a dispetto delle sue origini e di quel bravo padre, oggi ha osato comprarsi una casa più bella della nostra e quando ci incontra per strada non si degna neanche di salutarci. Quanta arroganza! Quanto era meglio il padre”.
A una parte del mondo gli ebrei piacciono ancora così: poveri, riconoscenti, inermi e spesso morti. Israele ha commesso il torto imperdonabile di conservare la memoria del garzone ma senza ereditarne l’inchino.
Quell’arroganza è insopportabile. L’insolenza del figlio del garzone, ormai arricchito, va sanzionata con la massima severità. Non basta rimproverargli di avere dimenticato le buone maniere. Bisogna dimostrare che la sua ricchezza è un furto, la sua casa un’usurpazione, il suo rifiuto di inchinarsi una minaccia costante. Bisogna trovargli una colpa tanto grande da restituire dignità al nostro disprezzo.
Non basta accusare Israele di errori, brutalità, eccessi, crimini di guerra. Sono accuse gravi, ma ancora limitate; hanno bisogno di responsabili, fatti, intenzioni, prove. Possono condurre a una condanna, ma conservano la possibilità di un’assoluzione.
Occorre qualcosa di tremendo e definitivo.
Genocidio. Una parola che non descrive soltanto un crimine: ridistribuisce le parti.
Del resto, agli ebrei non sono mai state attribuite colpe modeste. Un bambino dissanguato per un rito. Una nazione pugnalata alle spalle. Oggi una guerra senza quartiere contro un nemico feroce che non conosce riguardi per la vita umana diventa lo sterminio di un popolo che resiste.
L’accusa deve essere enorme perché enorme è il sollievo che deve procurare. Una colpa comune richiederebbe prove, responsabilità, circostanze; una colpa assoluta permette a chi la pronuncia di sentirsi finalmente assolto.
Per decenni la Shoah aveva lasciato il mondo nella posizione poco confortevole del debitore. Si potevano costruire musei, pronunciare discorsi, deporre corone, promettere che non sarebbe accaduto mai più. Il conto, però, restava aperto e troppo spesso la notte toglieva il sonno.
Ma se Israele commette un genocidio, i conti finalmente ricominciano a tornare. Se i figli delle vittime commettono lo stesso crimine dei carnefici dei loro padri, se gli ebrei sono diventati i nuovi nazisti, allora il peso della memoria può finalmente dirsi espiato.
Anche il figlio del garzone acquista, visto da questa nuova prospettiva, un’aria diversa. Non è soltanto un arricchito che ha dimenticato di salutare. È uno che ha certamente costruito la propria fortuna sulla disgrazia di qualcun altro. L’arroganza, da sola, provocava irritazione; il delitto restituisce all’irritazione una dignità morale.
A quel punto l’ebreo può tornare con i suoi documenti. Può spiegare, distinguere, riempire il tavolo di carte. Ma il conto è stato chiuso e la sua contabilità da strapazzo non interessa più a nessuno. La volontà di sterminio degli israeliani è oggi un fatto assodato e indiscutibile come assodate e indiscutibili furono le altre colpe degli ebrei nei secoli precedenti.
E intorno al banco dell’imputato si ricompone una coalizione che altrove sembrerebbe impossibile. Persone che non condividerebbero un’idea, una patria, una preghiera, forse neppure lo stesso marciapiede, scoprono di avere qualcosa da dirsi.
Il nostalgico della razza e il teorico della decolonizzazione, l’islamista e l’ateo rivoluzionario, quello che detesta gli ebrei perché sarebbero stranieri ovunque e quello che li detesta perché hanno osato non esserlo più. Ciascuno arriva con la propria storia, la propria ferita, il proprio lessico, il proprio nemico.
Saranno meglio preparati gli ebrei questa volta? Forse sì. Riconoscono il rumore, persino quella particolare allegria che si diffonde quando l’accusa diventa quasi unanime. Hanno istituzioni, memoria, strumenti per rispondere. Esiste Israele, un luogo che non deve attendere l’autorizzazione altrui per difenderli.
Eppure tracce dell’antica impotenza sopravvivono.
Israele può intercettare un missile, ma non l’immagine che milioni di persone hanno già deciso di vedere nel cielo. Può distruggere un tunnel pieno di armi, ma non il racconto che lo trasforma in una forma giustificabile di resistenza. Può vincere sul terreno e scoprire che la battaglia per il significato era stata perduta prima ancora di cominciare.
La forza può forse fermare chi vuole ucciderti; non può persuadere chi ha già deciso che sei colpevole.
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