Politica globale e sistemi di potere

L’ombra delle atomiche

di Ugo Mangini Notizia di questi giorni è un’intervista a Radoslaw Sikorsky durante la quale il Ministro degli Esteri polacco ha esplicitamente ventilato l’ipotesi che alcune nazioni (la Polonia?) decidano di dotarsi di un arsenale nucleare indipendente in ambito NATO. https://www.youtube.com/watch?v=8wKzNjY5Olk Quest’affermazione fa eco ad un

InOltre06/03/2024Aggiornato 06/03/20244 min lettura873 parole

di Ugo Mangini

Notizia di questi giorni è un’intervista a Radoslaw Sikorsky durante la quale il Ministro degli Esteri polacco ha esplicitamente ventilato l’ipotesi che alcune nazioni (la Polonia?) decidano di dotarsi di un arsenale nucleare indipendente in ambito NATO.

Quest’affermazione fa eco ad un recente comizio del candidato alle elezioni presidenziali americane Donald Trump che ha letteralmente specificato, qualora eletto, di non avere intenzione di proteggere gli alleati che non siano disposti a fare la loro parte anche sul piano economico e che anzi, avrebbe incoraggiato la Russia a fare “ciò che le aggrada” a qualsiasi paese NATO che non paga la sua parte.

Non è bastata evidentemente la successiva rassicurazione di Stoltenberg, Segretario Generale della NATO, a tranquillizzare la Polonia, paese che ha conoscenza diretta fin dai tempi del Molotov-Ribbentrop dei metodi e dell’affidabilità del vicino “invadente” da cui la separa solo la poco amichevole Bielorussia. Quest’ultima a sua volta ha ricevuto l’anno scorso dalla Russia una dotazione di testate atomiche tattiche controllate direttamente da Mosca. Infine, la Polonia si trova a confinare direttamente con l’enclave russa di Kaliningrad, fornita a sua volta di una sessantina di armi nucleari.

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La Polonia, tuttavia, è tra i paesi che, come l’Italia, hanno firmato e ratificato il Trattato di Non Proliferazione nucleare (TNP) del 1968, anche se non il successivo Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons del 2017.

Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons

Il TNP, in breve, proibisce agli Stati firmatari”non-nucleari” al momento della stipula di procurarsi tali armamenti in qualsiasi modo e agli Stati”nucleari” (al momento della stipula Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica, con l’adesione successiva di Francia e Cina) di trasferire armi nucleari a terzi.

L’ipotesi, dunque, che la Polonia possa ambire ad un suo programma nucleare, ritirandosi dal TNP, è preoccupante nell’ottica di quel lungo sforzo che da decenni il mondo intero compie nel tentativo di ridurre numero e disponibilità dei più distruttivi ordigni inventati dall’umanità. Il possibile allargamento degli stati nucleari, oltre al “club dei 5” e agli stati non firmatari noti per il possesso di armi atomiche (India, Pakistan, Israele, Nord Corea e, probabilmente, in breve tempo Iran) pone molti interrogativi sulla deriva che la pressione delle aggressioni russe di questi anni stanno imponendo al mondo libero.

L’arma atomica ha tuttavia giocato e gioca anche altri ruoli nell’ambito delle vicende precedenti e seguenti all’invasione Russa dell’Ucraina.

In primo luogo perché quest’ultima rinunciò alla propria dotazione nucleare (circa 1800 testate, che ne facevano all’epoca la terza potenza nucleare al mondo, dopo Russia e Stati Uniti) e alla quota di bombardieri strategici lasciatole in eredità dallo scioglimento dell’URSS, con la firma del Memorandum di Budapest del 1994.

In cambio, è bene ricordarlo, ebbe una precisa garanzia, controfirmata dagli altri tre partecipanti alla trattativa, Stati Uniti, Regno Unito e Federazione Russa, di rispetto della propria sovranità e dei propri confini. Naturalmente, Crimea compresa.

Il Memorandum è molto esplicito in tal senso e, pur non possedendo la forza giuridica di un vero e proprio trattato, è stato rispettato integralmente da parte dell’Ucraina, all’epoca impossibilitata anche sul piano economico a mantenere un tale arsenale atomico.

Senza voler cadere nel racconto ucronico, è difficile non osservare come il mantenimento anche solo di una piccola parte di tale arsenale avrebbe probabilmente risparmiato non solo all’Ucraina di Zelensky l’invasione del febbraio 2022, ma anche la violazione dei suoi confini nel 2014, prima in Crimea e poi con l’infiltrazione degli uomini del FSB in Donbass.

C’è però un terzo aspetto della crisi Ucraina su cui si riflettono le ombre dell’atomica ed è quello costituito dalle quasi 6000 testate operative in possesso della Federazione Russa.

Quest’ultima ha condotto nei mesi scorsi esercitazioni con l’uso di missili Iskander dotati di testate nucleari tattiche nelle sue regioni orientali, nell’ipotesi di dover fronteggiare un ipotetico attacco cinese ai suoi confini, segno che, dietro alla facciata dei prestiti e degli accordi commerciali, il paese non ha troppa fiducia nell’amicizia dell’alleato orientale.

Il controllo di tanti armamenti nucleari si riflette tuttavia anche su un altro aspetto che impatta direttamente la guerra in Ucraina: il rapporto degli alleati occidentali e in particolare degli Stati Uniti con le tattiche operative e la fornitura di particolari categorie di armi a Kiev. Non è un segreto che l’Ucraina non sia mai stata fornita di armi missilistiche con gittata adeguata a colpire in profondità la Crimea per timore che queste ultime venissero utilizzate direttamente su obiettivi posti in Russia, né che l’aiuto occidentale sia risultato sempre frenato dal timore di uno stravolgimento dell’establishment di governo della Federazione Russa.

Il rischio che, caduto Putin, la Federazione Russa debba affrontare un nuovo processo disgregativo, analogo e forse addirittura più profondo di quello che colpì l’Unione Sovietica all’inizio degli anni ’90, preoccupa molto in occidente proprio in funzione di quelle 6000 testate nucleari disseminate nel paese e di cui si teme si possa perdere il controllo.

Peggio, molto peggio, di una Polonia che straccia il TNP, sarebbe senz’altro qualche decina di testate atomiche che passano di mano verso stati canaglia od organizzazioni terroristiche poco inclini a tenerle sottochiave.

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