Politica globale e sistemi di potere

L’Europa al bivio della storia

Nel Marzo del 1938, la Germania annetteva la Cecoslovacchia. Il pretesto utilizzato per invaderla furono le millantate privazioni sofferte dalla popolazione tedesca residente nella regione dei Sudeti. Un anno dopo, il primo settembre del 1939, con un casus belli costruito ad arte, Hitler, convinto che la

Ritratto storico di Winston Churchill, simbolo della resistenza europea
Davide Baldoni01/03/2025Aggiornato 08/09/20265 min lettura904 parole

Nel Marzo del 1938, la Germania annetteva la Cecoslovacchia. Il pretesto utilizzato per invaderla furono le millantate privazioni sofferte dalla popolazione tedesca residente nella regione dei Sudeti. Un anno dopo, il primo settembre del 1939, con un casus belli costruito ad arte, Hitler, convinto che la paura di una nuova guerra avrebbe nuovamente impedito una reazione alleata, invase la Polonia.

Le analogie, tra quel periodo e l’attuale, sono stridenti. Putin come Hitler ha scommesso sulla vigliaccheria e le paure di noi Europei. Hitler trovò un inglese, Sir Winston Churchill, a sbarrargli la strada. La sua guerra lampo che doveva durare poche settimane si trasformò in una mattanza di 5 anni e milioni di vittime.

Putin ha invece incontrato Volodomyr Zelensky a trasformare i suoi sogni di restaurazione dell’impero Russo, in un incubo lungo 3 anni, con quasi un milione di soldati uccisi o feriti, un arsenale largamente compromesso dove sono i muli le nuove star al fronte.

La Germania perse la guerra tra il 1941 e il 1942 nella disastrosa operazione Barbarossa sul fronte orientale, costata milioni di morti ma gli alleati impiegarono altri 3 anni per arrivare a Berlino e liberare l’Europa dal nazismo.

Putin la guerra l’ha persa in Donbass nel 2022 eppure la sua lunga agonia continua a uccidere.

Mia nonna Teresa aveva 19 anni compiuti da pochi giorni quando l’Europa varcò le porte dell’inferno. Si salvó miracolosamente dal terribile bombardamento alleato di Ancona del ’43 perché destino volle che quando le sirene cominciarono a suonare lei e sua sorella Rosa, non si precipitarono a ripararsi nel rifugio poco lontano da casa. La loro vicina si sentiva poco bene e decisero di rimanerle accanto.

Il rifugio, un lungo tunnel situato sotto il carcere minorile della città, venne colpito contemporaneamente da due bombe al tritolo sganciate da un bombardiere britannico, in prossimità dei due ingressi situati in posizione una opposta all’altra. Morirono tutti, le vittime furono oltre 300 e più di 1000 innocenti persero la vita in un solo giorno nella mia città. Ancona, fondata da una colonia di greci di Siracusa, fu rasa al suolo, 2000 anni di storia, polverizzati in poche ore.

Il palazzo settecentesco dove abitavano nonna e zia fu incredibilmente risparmiato dal furore di quella giornata di cui la mia città porta ancora cicatrici indelebili. Una bomba squarciò il tetto ma incredibilmente non esplose. Nonna e sua sorella risorsero da quelle macerie vive e libere dal nazifascismo.

Gli alleati nel ‘43 non si fermarono, impiegarono due anni a sbarcare in Normandia e ad arrivare a Berlino. Ma non concessero tregue, ne fecero sconti al regime nazista fino a che non crollò definitivamente. Il prezzo pagato da quella generazione di eroi senza volto o da chi come nonna Teresa sopravvisse alle bombe, lo abbiamo goduto noi figli del dopoguerra, generazione x, boomers, millennials.

Ottanta anni di pace, di crescita, di sviluppo che però ci han reso insensibili ed ignavi. Abbiamo dimenticato che la libertà non è scontata ma che al contrario ha un costo altissimo.

L’Ucraina di oggi è la Polonia del ’39. Bakmuth, Mariupol, Bucha, sono le moderne Ancona, Cassino, Sant’Anna di Stazzema di 80 anni fa.

Il re Putin è nudo ma facciamo finta di non vederlo. La paura di una nuova apocalisse ci rende strabici ma non rende cieca la storia che ci guarda e ci giudica. E che ci sta ricordando ancora una volta che l’indifferenza e l’attendismo non fermano la violenza, ma la alimentano. Che la pace non si ottiene chiudendo gli occhi, ma difendendosi con le armi. E, soprattutto, che la storia non perdona chi decide di non decidere.

La decisione di intensificare il sostegno militare a Kiev, l’ipotesi di schierare truppe a fianco dell’esercito ucraino, l’urgenza di incrementare in modo sostanziale la spesa per la difesa in Italia e in Europa – a prescindere dalle mosse di Trump – rappresentano l’unica via che la storia, con il suo sussurro severo, ci indica di seguire. È fondamentale che le nazioni europee colgano l’occasione per abbracciare una visione condivisa in materia di difesa e deterrenza. Contarsi inizialmente per misurare le forze è sacrosanto, ma poi si deve marciare uniti, senza tentennamenti.

Invece l’Europa rimane anche in questo momento un coro pericolosamente stonato, frantumato da troppe voci e ambizioni di protagonismo. La presenza di due ex giganti coloniali, Francia e Regno Unito, alimenta la solita tendenza ad intraprendere iniziative improvvisate e solitarie – si pensi alla visita di Macron e Starmer a Trump, che si rivelano sterili e indispettiscono gli alleati. A complicare il quadro si aggiunge ora Merz, con il suo progetto di rilanciare un asse Berlino-Parigi, destinato inevitabilmente ad approfondire le divisioni già evidenti.

Non è questa, a mio modesto avviso, la rotta da tracciare in un frangente tanto decisivo. Gli egoismi nazionali, come sabbie mobili, soffocano una causa comune che invece invoca soluzioni concertate, audacia, rapidità e un autentico slancio europeo, chiamato a imprimere il proprio sigillo su questo tornante della storia. Che la sconfitta della Russia diventi il trionfo di un’Europa unita, capace di includere l’Ucraina nel suo abbraccio, e non un pericoloso standby, frutto dell’arroganza dei soliti noti.

Questo articolo è stato scritto prima che Trump cacciasse Zelensky dalla Casa Bianca


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