Europa e Unione Europea

Perché occorre riarmarsi

Winston Churchill soleva dire che il golf è"uno sport in cui si ambisce a dirigere una pallina molto piccola verso una buca molto piccola, usando strumenti appositamente mal progettati allo scopo". Un’immagine, direi molto efficace, per descrivere le attuali difficoltà dell'Unione Europea e dei suoi Stati

Militari europei sfilano con la bandiera dell’Unione Europea, simbolo del riarmo e della difesa comune europea
Fabio AversaFabio Aversa25/03/2025Aggiornato 08/09/20266 min lettura1.210 parole

Winston Churchill soleva dire che il golf è”uno sport in cui si ambisce a dirigere una pallina molto piccola verso una buca molto piccola, usando strumenti appositamente mal progettati allo scopo”. Un’immagine, direi molto efficace, per descrivere le attuali difficoltà dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri quando si cimentano con questioni di difesa. Strumenti imperfetti, processi burocratizzati e farraginosi e una visione strategica ancora acerba.

Eppure, mai come oggi, la questione della difesa europea si impone come centrale e prioritaria. Questo non perché ce lo dicano i giornali in prima pagina o le aperture dei telegiornali, ma perché la realtà strategica, politica ed economica ci costringe a guardarla in faccia, senza scorciatoie.

Ma serve davvero riarmarsi? La risposta, seppur poco gradita e scomoda, è: sì!

Gli shock geopolitici degli ultimi anni, su tutti la brutale aggressione russa all’Ucraina e l’incertezza sulla continuità degli Stati Uniti –guidati da Donald Trump – a farsi garanti della sicurezza europea, hanno rotto l’incantesimo di una pace continentale che sembrava destinata a durare in eterno. Per decenni, l’Europa ha vissuto al riparo dell’ombrello militare americano, dedicandosi, giustamente, ad altro: al welfare, alla sostenibilità, all’integrazione dei mercati, alla transizione ecologica. Temi fondamentali, ma coltivati, talvolta, nella convinzione o nella presunzione che la guerra fosse un reperto archeologico del Novecento, ormai da relegare ai libri di storia.

Oggi, purtroppo, quella presunzione non è più sostenibile. L’Unione Europea, costretta da eventi drammatici, sembra stia finalmente abbandonando l’ambiguità strategica che, a lungo, l’ha pervasa e caratterizzata. Anche se, a voler ben ragionare, noi europei eravamo già armati fino ai denti, solo che le armi le custodiva (e le possiede) il nostro socio oltre oceano. Come un giovane che si scopre adulto, ora l’Europa è chiamata ad affrontare da sé la propria sicurezza, muovendo da sola i primi passi per imparare in fretta a difendersi da sola.

Di fatto, negli ultimi quarant’anni, la spesa militare europea è diminuita drasticamente, facendoci beneficiare dei cosiddetti “dividendi della pace”. Nonostante i moniti, anche autorevoli, si è preferito, come detto, investire altrove, convinti che la deterrenza fosse un capitolo chiuso della storia europea. Ma la deterrenza è tutt’altro che superflua: è il primo strumento di cui ci si dovrebbe dotare per dissuadere aggressioni o atti ostili, instillando negli avversari il dubbio e il timore di conseguenze insostenibili per loro.

Per questo è fondamentale che l’Europa rafforzi la propria autonomia strategica, sviluppando sistemi d’arma in modo indipendente e garantendosi la sicurezza delle forniture, rompendo o, perlomeno, riducendo, la dipendenza tecnologica da attori esterni. Aumentare la spesa per la difesa è un passaggio obbligato, così come ricostruire una base industriale solida e competitiva. È questa la precondizione per essere padroni delle proprie scelte future, liberi da ricatti e condizionamenti, americani inclusi.

Per riacquistare potere, credibilità e peso politico sulla scena internazionale, i vertici europei sembrano aver compreso – o stanno iniziando a farlo – che il riarmo non è un’opzione, ma una necessità. E questa volta dovrà essere gestito con risorse, industria e tecnologie proprie. Deduzione: il riarmo non ha molto che vedere con la Russia, o, quantomeno, non solo con essa.

Le parole pronunciate dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen sulla necessità di costruire una difesa europea”forte e autonoma” hanno colto di sorpresa molti cittadini europei, cresciuti nell’illusione che la sicurezza fosse un diritto acquisito, non una responsabilità collettiva.

La prima risposta è già sotto gli occhi di tutti: l’aumento delle spese militari, non solo a livello nazionale, ma anche attraverso strumenti comuni europei. La Commissione ha proposto infatti un piano di riarmo da 800 miliardi di euro nei prossimi quattro anni. Di questi, 650 miliardi dovrebbero provenire dai bilanci degli Stati membri – esclusi dal conteggio del deficit, secondo le nuove regole fiscali – e 150 miliardi sarebbero prestiti diretti della Commissione, nell’ambito dell’iniziativa SAFE (Security Action For Europe).

Parallelamente, i governi europei stanno iniziando ad adottare varie misure per rafforzare le industrie della difesa: semplificazione burocratica, riduzione del costo dell’energia e incanalamento dei risparmi privati verso l’innovazione. Una strategia mirata a ridurre queste dipendenze esterne e rendere il sistema difensivo europeo più solido, affidabile e resiliente, anche se servirà del tempo.

L’Europa deve muoversi su tre direttrici: approvviggionarsi dei migliori sistemi d’arma disponibili – comprese le “high end armament technologies” –, fare tutto il possibile per ritardare il più che probabile disimpegno strategico americano e, soprattutto, ricostruire un’industria della difesa robusta e sovrana. Magari anche integrando capacità britanniche e turche, laddove queste portino un vantaggio concreto ed un’alleanza lungimirante.

Difatti, se la situazione dovesse deteriorarsi ulteriormente, l’Unione potrebbe sempre rinvigorire la cooperazione industriale con il Regno Unito e la Turchia. Entrambi i Paesi dispongono di settori industriali avanzati e rispettivamente: UK, nel comparto aeronavale e nella produzione di sistemi d’arma all’avanguardia; Turchia, nella consistenza e capacità operative del proprio esercito. Un loro coinvolgimento nella “coalizione dei volenterosi” a guida europea non solo avrebbe senso strategico, ma potrebbe rivelarsi un giorno necessario.

Il Regno Unito, nonostante la Brexit, continua a essere un attore centrale per la sicurezza europea, come dimostrano il suo impegno nella NATO e il sostegno militare a Kiev. Escluderlo dai programmi di difesa rischierebbe di indebolire l’intera architettura di sicurezza occidentale. Accordi specifici, come una partecipazione selettiva al Fondo Europeo per la Difesa (EDF), potrebbero rappresentare un buon compromesso tra le priorità dell’UE e le esigenze britanniche.

Tuttavia, ogni forma di cooperazione dovrà essere attentamente valutata e bilanciata per evitare che standard, appalti o tecnologie esterne minaccino l’obiettivo primario: costruire un’industria della difesa europea forte, coesa e competitiva.

Riteniamo non sia il momento delle illusioni. Chi ancora si oppone ideologicamente al riarmo europeo, gridando allo scandalo nei talk show o sui social, forse lo fa per ignoranza o malafede, o per entrambe. E ci costa dover confessare che, in alcuni Paesi del nord Europa, c’è addirittura chi asserisce di respirare un clima da anni ’30 del secolo scorso, ma noi lo scongiuriamo in fretta.

Oggi non esistono alternative altrettanto credibili: il mondo è cambiato, e l’Europa deve cambiare con esso, occorre farsene una ragione. L’autonomia politica e strategica europea passa, inevitabilmente, da una forte Difesa comune. Altrimenti il negozio UE può chiudere.

Ma proviamo ad andare oltre, ponendoci anche questi dilemmi: e se, pur tenendo ben chiaro e fermo il “rearmEurope”, fosse invece molto più comodo, semplice, conveniente, sicuro, rapido, efficace e indolore portare i 27 Paesi UE tutti assieme dentro una NATO europeizzata? Esiste poi una chiave per evitare duplicazioni e ridondanze tra il sistema di comando e controllo “in place” alla NATO e quello di possibile configurazione all’UE? Inoltre, trasformando ed adattando la NATO, si potrebbero convincere gli USA a farne ancora parte, liberandoli dall’abbraccio “mortale” dell’attuale disallineamento strategico?

Come diceva von Clausewitz – riprendendo la sua famosa e abusata frase – la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Senza la forza, anche la politica perde il suo genuino significato.

Stay tuned, more to follow…


Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.


Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice Iban: IT55A0306909606100000404908

Supporto editoriale

Sostieni questo progetto editoriale

Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico oppure scegliendo una delle opzioni di donazione disponibili. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.

Grazie per il vostro supporto!

Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.

Codice IBAN: IT55A0306909606100000404908

PayPalOffrici un caffèDona con Satispay