Politica globale e sistemi di potere
I negoziati tra Mosca e Kyiv smentiscono tutte, dicasi tutte, le tesi pacifiste
Se ho capito l'attuale situazione in Ucraina, le trattative di pace sono ferme a questo: Zelensky chiede il cessate il fuoco come precondizione per iniziare i colloqui; Putin, invece, prima pretende alcune “garanzie” come base per concedere la tregua: tra queste la penisola di Crimea annessa


Se ho capito l’attuale situazione in Ucraina, le trattative di pace sono ferme a questo: Zelensky chiede il cessate il fuoco come precondizione per iniziare i colloqui; Putin, invece, prima pretende alcune “garanzie” come base per concedere la tregua: tra queste la penisola di Crimea annessa nel 2014, le quattro regioni di Donetsk, Zaporizhia, Kherson e Luhansk, il ritiro delle truppe internazionali dai territori ucraini e la futura neutralità di Kyiv.
Forse i dettagli possono essere un po’ diversi – scusate non mi occupo di questioni internazionali – ma la sostanza è questa. Le trattative vanno avanti a singhiozzo: Mosca è tanto vaga nel dialogo quanto decisa sul campo di battaglia, continuando a colpire Kyiv incurante degli appelli e dei toni tendenzialmente amichevoli utilizzati da Trump. Anche il Vaticano si è offerto, come già in passato, come mediatore tra le parti. Vedremo come si svilupperà la situazione.
Per guardare un po’ di più in casa nostra, però, non vorrei che in tutta questa storia si perdesse un aspetto importante: quanto si sta verificando nei negoziati tra Mosca e Kyiv smentisce clamorosamente tutte, dicasi tutte, le tesi pacifiste. Su queste, ogni tanto, serve una ricognizione. Ne raccolgo alcune in ordine sparso. L’idea che l’apertura di una linea di dialogo con Putin potesse portare a un immediato cessate il fuoco.
L’idea che l’ostacolo alla tregua fosse la furiosa intransigenza ucraina. L’idea che a Putin interessassero solo alcuni territori di confine, non lo status dell’intera Ucraina. L’idea che si dovesse chiudere in fretta la contesa altrimenti Mosca avrebbe utilizzato le armi nucleari. L’idea che bisognasse “tempestare Putin” di telefonate (la più bislacca l’ho lasciata per ultima).
C’è pure un altro elemento. Da più di tre anni, il fronte pacifista, composto da leader politici, giornalisti, accademici, commentatori di varia estrazione, non è riuscito a produrre nessuna proposta concretamente percorribile, da presentare perlomeno sul piano simbolico. Le trattative sono in corso da mesi: sia a livello italiano che europeo, non esiste una cartella word, scritta in Times New Roman, Arial o in qualsiasi altro carattere, in cui leggere dieci righe programmatiche.
La grande massa critica che si è coagulata nel nostro sistema politico e mediatico attorno alle ragioni pacifiste (non della pace, teniamo ben distinti i concetti), non è riuscita a elaborare nulla in termini propositivi. Non fanno fatto un webinar, una tavola rotonda, uno studio, una raccolta di pareri tra esperti. Non c’è nulla. Editoriali, proteste, cortei, libri, interventi televisivi: niente è andato oltre i generici richiami ai negoziati, la condanna “senza se e senza ma” delle armi o la geopolitica più o meno creativa.
Se la forza di un pensiero si valuta dalla capacità di farsi carico delle contraddizioni reali anziché riposare placido nelle distinzioni astratte, allora il bilancio pacifista risulta abbastanza magro. Se la forza di un pensiero si pesa dalla capacità di muovere i fatti, allora il bilancio pacifista è del tutto deficitario.
Come mettere insieme il sacro anelito alla pace col diritto di una nazione all’autodeterminazione? Come coniugare la necessità di vivere senza conflitti con la prepotenza imperialista dei dittatori? Queste ed altre domande scomode sono state semplicemente ignorate: il risultato è stato la vuota profondità. Certo, chi ha puntato tatticamente sul pacifismo platonico (teniamo da parte chi è “in buona fede”) ha visto in qualche caso aumentare il proprio bacino elettorale o il numero dei lettori.
Se esiste un’industria della guerra – ed è indubbio che esista – c’è infatti pure un mercato del pacifismo, fatto da banditori di parole dolci a chi chiede rassicurazioni facili, di parole falsamente “antagoniste” (in realtà allineate ai rapporti di forza dati) per chi vive di nemici fissi (l’Occidente, l’Europa ecc.), di verità “alternative” da vendere agli eroinomani delle cospirazioni, di ricette semplici da agitare sotto il naso degli ultimi della società.
Forse quest’ultimo punto è il più problematico. Una parte degli imprenditori del pacifismo, infatti, ha presentato e continua a presentare la difesa di Kyiv anche come contraria agli interessi dei nostri ceti meno abbienti. Lo ha fatto in modi spesso poco espliciti, in misura del maggiore o minore pudore personale. Tuttavia questa idea è stata suggerita, promossa, sussurrata all’inconscio della gente.
Nella matematica della solidarietà, la famiglia ucraina che continua a resistere nel proprio bunker, scampando a un missile pure grazie a uno zero virgola del nostro Pil, sta sottraendo un po’ di welfare ai nostri poveri. I pacifisti “in buona fede” non hanno avuto il minimo dubbio nel mettersi in casa chi promuoveva e promuove questa logica da “pacifismo sovranista”, che arretra pure rispetto al già ipocrita slogan “aiutiamoli a casa loro” utilizzato per i migranti.
Era inevitabile che questo guazzabuglio non producesse nulla di culturalmente rilevante e politicamente significativo. A meno che non si confonda l’audience con la cultura e il consenso con la politica, vale a dire il successo con la fecondità, il pacifismo con la pace, i buoni principi col bene, la buona coscienza con la giustizia.
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