Società, cultura, storia e idee
Per una fenomenologia dello Stile (ma qualche suggerimento sarebbe gradito)
Da molte settimane scrivo il mio articolo per la rubrica del weekend sullo stile, ogni martedì inizio a pensarci, senza avere un’idea in mente, poi all‘improvviso qualcosa mi dà lo spunto. Stavolta ho realizzato che in verità più che di stile mi sono occupato di stili,


Da molte settimane scrivo il mio articolo per la rubrica del weekend sullo stile, ogni martedì inizio a pensarci, senza avere un’idea in mente, poi all‘improvviso qualcosa mi dà lo spunto.
Stavolta ho realizzato che in verità più che di stile mi sono occupato di stili, trascurando la definizione semantica del sostantivo.
Sono andato quindi su vari motori di ricerca, l’enciclopedia Treccani, il vocabolario Devoto Oli, il dizionario dei sinonimi e contrari e mi sono rivolto persino all’onnisciente AI per trovare una definizione che aderisse al mio modo di interpretarla, senza trovarne una soddisfacente.
Per cui ho deciso di tentare di darne la mia interpretazione affinché sia chiaro anche per il futuro cosa intendo.
Intanto l’etimologia deriva dal latino “stilus”: lo stilo con cui si incidevano le tavolette di cera per scrivere un testo.
Quindi stile è un significato traslato nel senso che non c’è nulla di più riconoscibile e individuale della calligrafia, una specie di DNA, tanto che i grafologi e i periti calligrafi emettono pareri accettati come prova nei processi e nelle controversie.
Dunque, per logica, un primo indizio è che lo stile dovrebbe essere qualcosa di unico e personale, ma poi verifichiamo che in tutti i campi dello scibile umano nascono delle scuole di pensiero che accomunano molti che seguono lo stesso indirizzo, naturalmente aggiungendovi tratti personali.
C’è però una degenerazione, sempre riferita a molte discipline e modi di essere, che chiamiamo manierismo, pura imitazione di rango inferiore di un caposcuola, insomma che non aggiunge nulla a quello stile.
Riflettendo si possono fare alcune considerazioni:
a) Uno stile nasce dall’intuizione e l’inventiva di un singolo o un gruppo ristretto cui si accodano in molti, è la nascita delle mode.
b) L’evoluzione degli stili è la logica conseguenza della stanchezza per la ripetitività e la ricerca del nuovo, qualcosa che è a metà strada fra la freudiana libido e l’anelito verso il futuro, impulso fondamentale di inventiva e creatività.
c) In generale la società contemporanea sta comprimendo la creatività che è il motore dello stile, vincoli di ogni genere vi si oppongono.
Il marketing in particolare spinge all’omologazione, non sempre riuscendovi, sembrerebbe andar bene solo quello che “funziona”, chi tenta vie nuove e diverse è rapidamente bruciato.
Per fortuna ci sono le eccezioni alla Steve Jobs, ma la corsa alla standardizzazione, obbligata dalle economie di scala, procede vistosamente.
La comunicazione sempre più capillare e generalizzata, soprattutto ad opera dei social, agevola l’appiattimento, facendo sorgere il dubbio che l’attuale modello culturale sia più un pericolo che un vantaggio.
Questo lo verifichiamo ogni giorno in tutto quanto ci circonda, dalla musica trasmessa dalle radio, alle automobili tutte uguali e indistinguibili, al modo di vestire della gente per strada, anche letteratura e cinema procedono per grandi filoni abbastanza standard.
La stanchezza che serpeggia tra gli spettatori nei confronti dei serial televisivi è una prova dell’ipertrofia di un’offerta troppo simile, cioè senza stile.
Intendo dire che non sono alle viste fenomeni come a suo tempo la commedia all’italiana, la nouvelle vague francese e il musical hollywoodiano, portatori di stili riconoscibili, destinati a soddisfare pubblici diversi.
Per finire segnalo un’incongruenza che affligge il giudizio sui vari stili di un certo campo: il vizio di metterli a confronto come se fosse possibile redigere delle classifiche.
Ad esempio, non ha senso comparare la basilica paleocristiana di Santa Sabina col duomo gotico di Ulma o la chiesa barocca di Santa Agnese in Agone di Borromini, tre mirabili esempi di stili diversi di epoche lontane nel tempo.



Come il mondo della moda che si divise fra gli estimatori di Armani o Versace, due stili opposti, ma la preferenza per l’uno o per l’altro era appannaggio del gusto personale.
Infatti, parlando dell’astratto concetto di stile, bisogna astenersi dal definirne il valore estetico, qualche anno fa era venuto di moda lo “shabby chic”!
Ma tentando di definire il concetto, mi accorgo di essere caduto di nuovo sulla sua estrinsecazione, perché non mi soddisfa la semplicistica enumerazione dei suoi attributi riferiti ai comportamenti, ai prodotti, alle arti e via dicendo: originalità, unicità, espressività, uso, costume, classe, raffinatezza, semplicità ecc.
L’unico attributo che mi sembra inscindibile è la riconoscibilità, quindi si torna dove si è partiti: lo stilus dei latini.
Se qualcuno ha in mente una sintesi migliore, accetterei di buon grado il suo parere.
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