Società, cultura, storia e idee
Professori di stile, o lo stile dei professori
Quello che seguirà rientra nel concetto di stile in senso mediato, ma la storia è interessante. Ho frequentato il Virgilio per otto anni, dalla prima media alla terza liceo classico, l’istituto romano tra via Giulia e lungotevere dei Tebaldi, che solo di recente ho appreso essere


Quello che seguirà rientra nel concetto di stile in senso mediato, ma la storia è interessante.
Ho frequentato il Virgilio per otto anni, dalla prima media alla terza liceo classico, l’istituto romano tra via Giulia e lungotevere dei Tebaldi, che solo di recente ho appreso essere stato progettato da Marcello Piacentini, uno dei massimi esponenti del razionalismo italiano.
Contendeva il primato al più famoso Visconti. Era una scuola pubblica, gratuita, certo elitaria, nel senso che il diploma non aveva sbocchi professionali: apriva solo la strada a tutte le facoltà universitarie, percorso lungo e costoso non alla portata di tutte le famiglie. Ma era assolutamente interclassista: i miei compagni provenivano dagli ambienti più disparati, figli della borghesia imprenditoriale e professionale, di grandi commis dello Stato, ma anche del ceto impiegatizio e popolare.
L’esempio più eclatante fu Ettore, penultimo figlio di un falegname della borgata Primavalle, la cui moglie, geniale e risoluta, impose all’intera prole studi di alto livello a costo di immani sacrifici. Ettore è stato il primo laureato italiano in informatica a Pisa, concludendo la sua carriera come dirigente del centro per il censimento e l’informatizzazione del patrimonio artistico italiano, mentre suo fratello minore è stato sovrintendente della Pinacoteca di Brera.
Di quegli anni, dall’autunno ’54 all’estate ’62, voglio ricordare tre professori, non per un nostalgico Amarcord o per fare il trito discorso dei “miei tempi”, ma per rendere tributo alla mia fortuna e alle circostanze che portarono in cattedra insegnanti di valore raro. Sono stato uno studente pelandrone, dedito più agli svaghi adolescenziali che allo studio, ma quei professori mi hanno ficcato nella zucca nozioni che alla mia età consentono, tra l’ilarità di figli e nipoti, di citare a memoria l’incipit dell’Anabasi di Senofonte in greco o il XXVI canto dell’Inferno della Divina Commedia, quello di Ulisse per intenderci.
Il professore di italiano era Vincenzo Verginelli, detto “Vinci”, perché così fu soprannominato da Gabriele D’Annunzio durante la sua scriteriata partecipazione giovanile all’impresa di Fiume, al costo di una ferita che determinò una zoppia assistita da un bastone.
Era scapolo, spesso indossava una giacca di tweed viola e sempre un basco blu; non assegnava voti sul registro e non bocciava nessuno. Era anche pigro, ma durante alcune sue lezioni su Dante o quella indimenticabile sullo Sturm und Drang, introduzione al Romanticismo, non volava una mosca.
Aveva istituito una libreria circolante custodita in un armadio nella nostra classe: eravamo invitati ad alimentarla ed obbligati a prelevare un libro al mese, con relazione scritta alla restituzione.
Il primo giorno di lezione in prima liceo disegnò un cerchio alla lavagna che rappresentava la pianta di Roma, tracciò due diametri perpendicolari che lo divisero in quattro spicchi: il centro era piazza Venezia, gli spicchi i vari quartieri. Poi ci divise in squadre e ci assegnò il compito di visitare le zone una per una e presentare relazioni scritte su monumenti e musei, corredate di foto.
Ogni lunedì dovevamo presentare la parafrasi del canto della Divina Commedia studiato nella settimana e imparare a memoria alcune terzine, in modo che tutta la classe fosse in grado di recitare l’intero canto passandosi il testimone di banco in banco.
Colpito dalla triste storia di un neonato abbandonato, se ne prese cura pur non potendolo adottare. Si chiamava Michelino ed era presso un istituto di suore a Fiumicino, dove spesso ci recavamo a trovarlo la domenica in compagnia del Vinci; chi mancava troppe volte veniva notato e rimproverato.
La sua camera in subaffitto aveva la finestra che si apriva sul Colosseo ed era meta di visite pomeridiane dei suoi allievi, me compreso.
Grande esperto e cultore di esoterismo, considerò per sempre D’Annunzio un “maestro di stile”. Assidua la sua frequentazione con il Futurismo romano: Giacomo Balla, Fortunato Depero, Enrico Prampolini, Ivo Pannaggi.
Ma il suo sodale per la vita fu Nino Rota, per il quale scrisse vari libretti per opere del maestro, tra cui la più famosa è La lampada di Aladino.
Laura Bianchini era la professoressa di storia, bresciana, nubile, alta, corpulenta, con una folta chioma di capelli bianchi spesso raccolti in uno chignon. Partigiana, delegata democristiana alla Costituente e deputata nella prima legislatura.
Mi spostava dal mio posto in prima fila, si sedeva sullo scrittoio del banco con i piedi appoggiati al sedile e, da quella posizione rialzata, faceva lezione dominando la classe. Solo ripensandoci da adulto ho realizzato che il suo approccio da ex politica affrontava la storia non in modo annalistico, ma infarcendo la spiegazione degli eventi di notazioni socioeconomiche.
Spesso, nel breve intervallo tra una materia e l’altra, la si vedeva polemizzare aspramente con il nostro professore di latino e greco, cultore di ricerche sui frammenti dei lirici greci e comunista convinto, con una copia de l’Unità sempre ripiegata nella tasca della giacca.
Anche lei non amava interrogare ed era indulgente. Per coloro che volessero rimediare a un’insufficienza o andare volontari, si rendeva disponibile alcune domeniche mattina in un appartamento nei pressi della Chiesa Nuova, dove, durante l’occupazione nazista, aveva trovato rifugio ospite di due sorelle, in compagnia di Amintore Fanfani, coordinando la pubblicazione del foglio clandestino Il Ribelle.
Lina Mancini Proia era invece la professoressa di matematica: piccola, svelta, determinata, a volte ironica e tagliente, chiusa nei suoi cappotti di mohair che non toglieva mai, con un atteggiamento di rigore enfatizzato dagli occhiali da professoressa. Entrava in classe senza rumore e senza preliminari, scriveva due simboli alla lavagna e la lezione iniziava come se fossimo già nel mezzo di un percorso. Non amava enfasi né discorsi motivazionali: credeva che la matematica parlasse da sé, purché la si affrontasse con disciplina.
Non si accontentava del risultato di un’espressione algebrica o di un’equazione, ma del perché dei passaggi. Dopo la maturità organizzò a casa sua un corso per i futuri iscritti a facoltà scientifiche: l’introduzione al “limite della funzione”, concetto propedeutico a integrali e derivate, argomenti estranei alla didattica del liceo classico.
Scoprii solo più tardi che era stata allieva dei formidabili matematici Guido Castelnuovo e Federico Enriques, che le conferirono l’autorevolezza che le consentì di redigere un noto manuale con l’illustre Lucio Lombardo Radice.
Era sua l’affermazione che capire è più importante che ricordare e ripetere a memoria, indispensabile in matematica ma altrettanto utile in ogni campo.
Questo è quanto. Ognuno ne tragga gli spunti che vuole: ogni epoca è diversa da un’altra. Per quanto mi riguarda, ribadisco di essere stato molto fortunato.
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