Società, cultura, storia e idee
Perché i bistrattati “revisionisti” sono i veri socialisti
Da Bernstein a Popper, il nodo resta lo stesso: quando la politica si crede investita di una verità storica assoluta, la violenza smette di apparire un’eccezione e diventa metodo. Il socialismo riformista nasce precisamente da questo rifiuto, e per questo è stato a lungo scomunicato dai


Da Bernstein a Popper, il nodo resta lo stesso: quando la politica si crede investita di una verità storica assoluta, la violenza smette di apparire un’eccezione e diventa metodo. Il socialismo riformista nasce precisamente da questo rifiuto, e per questo è stato a lungo scomunicato dai suoi cugini più feroci.
Quando Eduard Bernstein pubblica, nel 1899, I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, introduce una frattura destinata a segnare profondamente tutta la storia del socialismo. La sua tesi, dissenziente rispetto alle correnti predominanti nell’ambito della II Internazionale, ha inoltre implicazioni politiche decisive nella storia delle democrazie occidentali.
Bernstein sostiene infatti che il socialismo non è il risultato necessario di un processo storico inevitabile, ma un progetto che è possibile costruire attraverso riforme graduali in un contesto democratico. La celebre formula secondo cui “il fine ultimo, qualunque esso sia, non è nulla; il movimento è tutto” sintetizza una presa di distanza da ogni teleologia storica forte: in essa è implicita una critica alla pretesa di conoscere il corso della storia e di anticiparne l’esito.
Questa posizione entra in conflitto con il marxismo rivoluzionario, che trova una formulazione politica coerente nell’opera e nell’azione di Vladimir Ilic Lenin. In Stato e rivoluzione (1917), Lenin scrive che «la sostituzione dello Stato borghese con lo Stato proletario è impossibile senza una rivoluzione violenta». La divergenza rispetto al modo in cui Bernstein intende il socialismo si manifesta qui in modo evidente, perché mentre per Bernstein la politica è un processo aperto e rivedibile, e il socialismo dovrebbe essere instaurato in primo luogo nelle coscienze dei cittadini, per Lenin è il luogo di attuazione di una necessità storica e implica la distruzione delle forme politiche esistenti, ovvero dello Stato liberaldemocratico borghese.
Questa differenza teorica si traduce in due modelli opposti di azione politica. Il problema è stato chiarito con particolare lucidità da Karl Popper ne La società aperta e i suoi nemici (1945) e in Miseria dello storicismo (1957). Popper osserva che «se crediamo di possedere la chiave della storia, allora siamo tentati di imporre il nostro progetto agli altri», e se pensiamo di poter realizzare, come i marxisti ortodossi pensano di poter fare, una sorta di paradiso in terra, dovremmo tener ben presente che «il tentativo di realizzare il paradiso in terra produce invariabilmente l’inferno».
In tesi come queste si può cogliere il nesso tra storicismo e violenza: quando il fine è ritenuto a un tempo razionale, necessario e in sé etico, i mezzi cessano di essere moralmente limitati. Ogni mezzo diventa legittimo per realizzare la società per eccellenza razionale e giusta.
Le ricerche storiche hanno dato consistenza empirica a questa intuizione. Robert Conquest, ne Il Grande terrore (1968), descrive le purghe staliniane come «un sistema di governo fondato sulla paura», e poi, in Harvest of Sorrow (1986), ricostruisce la carestia ucraina come conseguenza di politiche deliberate di requisizione e di sterminio. Qualche anno dopo, Anne Applebaum, in Gulag (2003), scrive che il sistema dei campi «non era un incidente, ma una parte integrante dell’Unione Sovietica»; mentre, a proposito della situazione in Cina, Frank Dikotter, in Mao’s Great Famine (2010), sostiene che «la carestia fu il risultato diretto delle politiche del partito», non di eventi naturali.
Naturalmente, l’esempio più evidente e famoso di questa relazione in Occidente rimane il regime instaurato da Stalin, su direttive già di Lenin, in Unione Sovietica, che non fu una deviazione erronea del marxismo, ma una sua conseguente attuazione. Colse già bene questa relazione un giovane Bernard-Henri Levy durante il convegno Sessualità e politica, che si tenne nel 1975 a Milano, dove nel suo intervento sostenne senza mezzi termini due tesi complementari e chiarificatrici: il marxismo è stalinismo; e lo stalinismo è marxismo, tesi che, per disgrazia dei marxisti ritenuti ortodossi dai più, non sono mai state smentite dalla storia.
Eduard Bernstein invece, pur continuando a professarsi marxista, criticò la teoria del valore-lavoro – e cioè il cuore della teoria di Marx – e insieme la teoria secondo cui la società capitalistica avrebbe potuto essere superata solo rovesciandone radicalmente i rapporti di produzione. Per Bernstein la si poteva trasformare in modo graduale, migliorando la distribuzione della ricchezza prodotta, consentendo a tutti i lavoratori di partecipare agli utili delle aziende, sviluppando il sistema cooperativistico, ma conservando le cosiddette “libertà borghesi”.
In pratica, indicava la strada poi seguita dalla sinistra democratica occidentale nel secolo successivo, pur con l’ostinata opposizione dei comunisti, che anche in Italia continuarono a non volersi definire socialdemocratici, parlando astrusamente di un’immaginaria e strumentale terza via al socialismo, ancora al tempo della segreteria Berlinguer.
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Purtroppo, per i molti comunisti che ancora prendono parte, sebbene spesso con altre etichette politiche, alle manifestazioni in supporto di regimi totalitari e criminali – da quello gestito da Hamas a quello, fino a poco tempo fa, sotto la dittatura di Maduro, o a quello cubano – nessun partito comunista al potere è mai riuscito a governare il proprio Paese se non in modo violento, incarcerando o eliminando i dissidenti politici, oltre che, naturalmente, senza consentire regolari elezioni democratiche.
La violenza non è stata una deviazione temporanea, ma si è rivelata una necessità persistente, derivata dalla struttura stessa di un progetto politico che pretendeva di rifondare integralmente la società, prima sulla dittatura del proletariato e poi sull’immaginaria autogestione di una società senza classi, dando vita a un sogno che suonava tanto giusto ed equo da giustificare qualsiasi tipo di sistematica violenza.
Non a caso, il numero dei crimini perpetrati dai regimi comunisti supera persino quelli del regime nazista, anche se questo rimane il tipo di regime totalitario che ne ha compiuti di più e di più atroci nel ristretto lasso di tempo di una decina di anni. Come è accaduto per molti regimi comunisti, anche il regime di Adolf Hitler sviluppò dinamiche di violenza crescente, e Ian Kershaw ha mostrato come il sistema nazista funzionasse attraverso una radicalizzazione progressiva, in cui gli apparati lavoravano “scientificamente” per il Fuhrer, anticipandone spesso le intenzioni.
Tuttavia, sebbene forse meno “scientifica”, la violenza esercitata dai regimi totalitari comunisti sui propri cittadini in tempo di pace – e cioè al di fuori di contesti bellici, in cui tutti o quasi i Paesi belligeranti, chi più chi meno, sono troppo spesso portati a compiere crimini verso le popolazioni dei Paesi nemici – è stata maggiore sia rispetto a quella del fascismo sia rispetto a quella del nazismo.
Se il fascismo italiano esercitò infatti una repressione sistematica che determinò alcune centinaia di omicidi, e se il nazismo uccise migliaia di tedeschi prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale, i regimi comunisti svilupparono invece politiche repressive che investirono l’intera società e produssero decine di milioni di morti in tempo di pace tra i loro cittadini.
A questo quadro si aggiunge un elemento ulteriore. Nei regimi comunisti, la repressione colpisce anche lo stesso campo socialista. Le correnti non bolsceviche vengono eliminate già dopo la rivoluzione, e in seguito la violenza si estende agli stessi protagonisti del movimento. Figure come Lev Trotsky, Nikolai Bukharin, Grigory Zinoviev e Lev Kamenev vengono eliminate, mentre centinaia di migliaia di militanti subiscono la stessa sorte. Dopo il 1945, nei Paesi dell’Europa orientale, i partiti socialdemocratici vengono sciolti o assorbiti forzatamente.
In Cina, durante l’era maoista, la situazione non fu certo migliore, e questo dato, nel suo insieme, ha un significato politico preciso: la violenza omicida del totalitarismo comunista, più di quanto si sia verificato in altri regimi totalitari, non si dirige soltanto contro un nemico esterno, ma anche contro nemici interni, che in molti casi sono solo immaginari.
Il dissenso diventa errore da correggere o deviazione da eliminare attraverso la carcerazione, e il sospetto di un tradimento virtuale può portare all’eliminazione fisica con largo anticipo anche rispetto alle reali intenzioni del malcapitato supposto traditore.
Alla luce di questo percorso, il cosiddetto revisionismo di Bernstein appare sotto una luce completamente diversa. Rinunciando all’idea di un piano razionale e, a suo modo, provvidenziale, destinato a realizzarsi nella storia, egli introduce implicitamente un principio che Popper renderà esplicito: qualsiasi progetto politico è fallibile e deve essere sempre esposto alla critica e alla possibile falsificazione da parte della storia.
Si può procedere con un metodo “a spizzico” – come lui lo definisce – a riforme graduali anche profonde, ma bisogna saper riconoscere quando non funzionano ed eventualmente tornare sui propri passi.
La distinzione tra socialismo democratico e comunismo appare così come una distinzione filosofica prima ancora che politica. Da una parte una concezione della storia come processo aperto; dall’altra una concezione della storia come necessità ineludibile in cui si realizza una sorta di destino giusto, o di provvidenza terrena, che poi è uno dei motivi per cui John Maynard Keynes equiparava il marxismo a una religione.
È in questo secondo orizzonte che la violenza diventa strutturale, perché per realizzare ciò che è sommamente giusto tutto è permesso, e il male che si fa per realizzare un piano tanto razionale può essere interpretato sempre come un male minore necessario.
Dato che rischiava di ostacolare la sua realizzazione, il progetto politico socialdemocratico fu a lungo etichettato dai comunisti come revisionismo e poi, sprezzantemente, come socialfascismo. In realtà, si è rivelato l’unica forma di socialismo che abbia dato buona prova di sé riducendo le ingiustizie e salvaguardando i diritti dei più deboli, e dimostrandosi, alla luce dell’esperienza storica del Novecento, ben più democratico, giusto e lungimirante di quello auspicato dai suoi detrattori, di ieri e di oggi, nella sinistra europea e mondiale, che poi sono gli stessi che troppo spesso e per troppo tempo sono stati in maggioranza in quella italiana.
Se poi questi assumeranno le tinte dell’islam-comunismo piuttosto che del nazi-comunismo putiniano, o di entrambe a seconda delle convenienze del momento, potrà raccontarcelo solo la storia dei prossimi anni, che potrebbe essere già iniziata qualche giorno fa con la conservazione, per scelta popolare, di una norma fascista in uso in tutti i sistemi totalitari del mondo.

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