Società, cultura, storia e idee

Francesco Guccini e Bob Dylan o della sopravvalutazione della complessità

Il valore di una canzone non si misura dal numero degli accordi. Da Guccini a Dylan, da Battisti a Beethoven, la semplicità può diventare forma, necessità e memoria, mentre la complessità non garantisce profondità. Un viaggio tra musica, parole e malinconia per capire perché l’opera d’arte

Gustavo MichelettiGustavo Micheletti16/08/2026Aggiornato 08/09/202612 min lettura2.428 parole
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Il valore di una canzone non si misura dal numero degli accordi. Da Guccini a Dylan, da Battisti a Beethoven, la semplicità può diventare forma, necessità e memoria, mentre la complessità non garantisce profondità. Un viaggio tra musica, parole e malinconia per capire perché l’opera d’arte nasce dall’equilibrio dell’insieme, non dalla somma né dal virtuosismo dei suoi singoli elementi.


Dopo la recente scomparsa di Francesco Guccini, qualche giorno fa Alessandro Tedesco ha sollevato su InOltre (Qualche garbato dubbio sulla canonizzazione di Guccini, 9/8/26) una questione che, sotto il profilo estetico, è sicuramente interessante. Secondo Tedesco, infatti, Guccini sarebbe stato un bravo poeta e scrittore di testi, ma non un grande melodista né un innovatore in campo armonico. Non ha avuto, per esempio, la fantasia armonica di Lucio Battisti e neppure, probabilmente, la sensibilità melodica di altri grandi protagonisti della canzone italiana.

Fin qui non c’è niente di controverso: la musica di Guccini, separatamente considerata, non è particolarmente rilevante. Il problema comincia quando da una constatazione tecnica su un aspetto delle sue opere si passa a formulare un giudizio estetico complessivo.

Proponendo un’equazione tra una musica caratterizzata da pochi accordi e da un’armonia elementare e canzoni poco significative si rischia infatti di fare un passo falso, anche perché, se applicassimo questo criterio con una certa coerenza, dovremmo cominciare a sfrattare dal Novecento musicale una quantità imbarazzante di grandi canzoni.

Prendiamo per esempio Blowin’ in the Wind di Bob Dylan, una delle più celebri del secolo: si regge sostanzialmente su pochi accordi; ma anche Knockin’ on Heaven’s Door ne adopera pochissimi, secondo una successione che un ragazzo alle prime lezioni di chitarra può imparare in un pomeriggio. Quel ragazzo, naturalmente, dopo aver imparato gli accordi, non ha ancora scritto Knockin’ on Heaven’s Door, ed è qui che sta la differenza.

Potremmo continuare con Leonard Cohen: Suzanne non è passata alla storia per le sue arditezze armoniche; o con i Beatles, visto che nemmeno Love Me Do pare un brano molto innovativo sotto questo profilo.

In Italia, poi, la situazione non migliora: La canzone del sole di Lucio Battisti, che milioni di italiani hanno imparato a strimpellare proprio perché armonicamente elementare, è costruita sostanzialmente sulla reiterazione di tre accordi. Battisti, che quando voleva sapeva essere armonicamente assai raffinato, in quel caso non ne sentì evidentemente il bisogno. E aveva ragione, perché non è sempre necessario.

De André offre altri esempi: Bocca di rosa, Il pescatore, La guerra di Piero, La canzone di Marinella non devono la loro permanenza nella memoria collettiva a vertiginose modulazioni o a recondite armonie. La musica, in questi casi, fa qualcosa di più difficile da misurare: incontra le parole, le accompagna, qualche volta le precede, dà loro un tempo e un colore e finisce per renderle inseparabili da una determinata successione di suoni.

Provate a leggere «All’ombra dell’ultimo sole» senza sentire nella testa la musica del Pescatore. È difficile, ed è difficile proprio perché è avvenuto quel misterioso matrimonio fra parola e suono che nessun conteggio degli accordi riesce a spiegare.

È questo, forse, il punto sul quale la critica a Guccini permette di allargare il discorso. Esiste nella cultura, e non soltanto in quella musicale, una singolare superstizione della complessità. Ciò che è difficile sembra per ciò stesso profondo; ciò che richiede molte conoscenze per essere decifrato acquista immediatamente un’aura di superiorità rispetto a ciò che appare semplice.

È una tentazione comprensibile soprattutto negli ambienti intellettuali, perché la complessità ha anche il vantaggio di selezionare il pubblico. Se capiamo una cosa in pochi, viene spontaneo pensare che quei pochi abbiano capito qualcosa che gli altri non possono capire.

Qualche volta è vero; e qualche volta no. La complessità può infatti essere una caratteristica di un’opera, ma non un certificato del suo valore. Può essere necessaria, feconda, perfino sublime, ma può anche diventare ridondanza, virtuosismo, esibizione della propria abilità. Esattamente come la semplicità può essere povertà oppure essenzialità.

Bach aveva bisogno della complessità di Bach, ma Mozart poteva ottenere risultati sconvolgenti con una frase apparentemente semplicissima. Schubert ha scritto Lieder di una forza emotiva straordinaria senza trasformare ogni pagina in un trattato di armonia. Beethoven ha edificato il primo movimento della Quinta sinfonia partendo da una cellula di quattro note che chiunque può ripetere battendo le dita sopra un tavolo.

Il problema non è dunque quante cose un artista metta dentro un’opera: è quante gliene servano. E qui torniamo a Guccini. Una canzone come La locomotiva appartiene prima di tutto alla tradizione della ballata narrativa e la musica in questo caso non deve stupirci con delle sorprendenti combinazioni di accordi.

E infatti parte, poi procede, poi sembra prendere velocità. La parola trascina la musica e la musica trascina la parola, mentre quella macchina lanciata contro l’ingiustizia acquista progressivamente una presenza quasi fisica. La relativa reiterazione armonica non è necessariamente il limite della canzone: contribuisce al suo movimento.

Riempire La locomotiva di modulazioni ardite, di accordi che potrebbero distrarre l’attenzione dall’inesorabile cadenza non significherebbe affatto migliorarla.

Come mettere diciassette spezie in una minestra che ne richiede tre. Guccini, del resto, va giudicato soprattutto là dove ha scelto di giocare la sua partita. In Incontro, Canzone delle osterie di fuori porta, Eskimo, Il vecchio e il bambino, la questione interessante non è soltanto quale accordo venga dopo quale altro, ma il rapporto fra la frase parlata e quella cantata, fra il tempo del racconto e quello della musica, fra l’accento della parola e quello della battuta.

Qui compare una dimensione che il pentagramma, preso da solo, non basta a misurare: la prosodia. Guccini possedeva una voce tecnicamente tutt’altro che straordinaria e una scrittura armonica generalmente non avventurosa, ma sapeva far cadere certe parole in certi punti della frase musicale in maniera tale che, una volta ascoltate, fosse difficile immaginarle altrove.

Non è poco, e soprattutto ci ricorda che una musica “semplice” sotto il profilo armonico e melodico non è necessariamente una musica banale. In una canzone questo diventa particolarmente evidente, perché la musica può essere destinata a sostenere la parola; e con la parola arrivano il racconto, l’accento, la respirazione, l’ironia, l’attesa, la sospensione.

Giudicare una canzone isolando il suo impianto musicale sarebbe un po’ come giudicare un romanzo contando la varietà delle costruzioni sintattiche, o giudicarlo comunque facendo una somma delle sue caratteristiche considerandole separatamente una dell’altra.

Se poi la complessità dovesse essere il prevalente criterio di valutazione, Proust ne uscirebbe magnificamente; Hemingway assai di meno e Cechov dovrebbe cominciare a preoccuparsi. E forse Leopardi, davanti a certi campioni contemporanei della complessità teorica, avrebbe qualche difficoltà a ottenere un riconoscimento di qualche tipo.

Naturalmente questo ragionamento non deve trasformarsi in un pretesto per supportare la superstizione opposta. Non c’è alcuna virtù speciale nell’usare tre accordi invece di tredici. Burt Bacharach ha scritto canzoni musicalmente sofisticate e i Beatles hanno progressivamente allargato il loro universo armonico e melodico.

La complessità può dunque essere bellissima e anche molto godibile, ma non bisognerebbe confondere ciò che richiede molto lavoro per essere compreso con ciò che ha richiesto molto talento per essere creato.

Le due cose qualche volta coincidono, ma non sempre è così. Dei versi che sembrano giunti direttamente con fax dal cielo – come ha detto Mogol a proposito della nascita di alcuni suoi testi – possono essere un’invenzione a un tempo semplice e straordinaria. Una frase di dieci parole può dire più di una pagina, così come un disegno di Picasso composto da poche linee può essere più difficile da concepire di un quadro affollato di figure.

E una canzone di tre accordi può restare nella memoria di milioni di persone per mezzo secolo mentre composizioni infinitamente più sofisticate finiscono, pur essendo rispettabilissime, negli scaffali degli specialisti.

Non perché il pubblico abbia sempre ragione. Il pubblico sbaglia spessissimo; ma perché nemmeno gli specialisti hanno sempre ragione. Per questo si può tranquillamente discutere Guccini. Si può trovare Battisti musicalmente più inventivo, Paolo Conte più raffinato, De Gregori più obliquo e Dalla musicalmente più ricco, e probabilmente è così, ma sarebbe curioso sminuire il valore estetico delle canzoni di Guccini perché adoperava pochi accordi, o perché scriveva una musica troppo semplice sotto il profilo armonico.

Alla fine resta una domanda molto semplice: quanti accordi deve conoscere un grande autore? Tutti quelli che gli servono. E quanti deve usarne? Quelli che servono alla canzone: qualche volta venti; qualche volta tre.

Perché un bravo compositore può avere bisogno di venti accordi per dire quello che ha da dire, oppure può riuscire a dirlo con tre. Quello mediocre, invece, qualche volta ne adopera venti proprio perché con tre si accorgerebbero tutti che non ha niente da dire.

Una questione estetica simile a quella che ci stiamo ponendo qui viene affrontata anche in una bella lezione-conversazione, reperibile sul web, da Leonard Bernstein, che parlando dell’Allegretto della Settima sinfonia di Beethoven pone una domanda che riguarda non soltanto quel movimento, ma forse la natura stessa dell’opera d’arte musicale, se non dell’opera d’arte in genere, e che può rivelarsi utile per comprendere il rapporto che in una composizione s’instaura tra le parti e il tutto, tra semplicità e complessità.

Secondo Bernstein, l’Allegretto della Settima non è caratterizzato da una melodia particolarmente significativa, né Beethoven può essere considerato in generale un grande inventore di melodie, o un armonista particolarmente sofisticato; e nemmeno un eccellente orchestratore. Ma allora, potremmo chiederci, cosa resta? E perché quel movimento della Settima può sembrarci tanto bello?

Bernstein risponde con una parola che può suonare enigmatica, ma che in realtà ha un significato piuttosto semplice: la “forma”. Ma “forma” dev’essere intesa qui nel suo senso più profondo: non uno schema astratto e immobile, bensì la “forma complessiva”, la forma di quell’insieme in cui si fondono melodia, armonia e orchestrazione. In certe opere di Beethoven essa nasce dal fatto che ogni nota sembra condurre inevitabilmente alla successiva.

Dopo giorni trascorsi a cercare una soluzione per questo movimento, con il cibo avariato rimasto sul tavolo e il vaso da notte non ancora svuotato sotto il letto, è come se Beethoven avesse ricevuto una telefonata direttamente da Dio.

Pensando alla tormentosa fatica con cui componeva – i manoscritti coperti di cancellature, le giornate trascorse quasi dimenticandosi del mondo intorno a sé – l’esito finale appare a Bernstein tanto semplice che avrebbe potuto scriverlo un bambino, e non scaturisce da una somma di specifiche caratteristiche melodiche, o armoniche, o legate all’orchestrazione, ma da una sintesi che sembra giunta direttamente attraverso una telefonata dal cielo.

In quell’Allegretto, infatti, all’inizio c’è pochissimo: poche note ripetute e una figura ritmica elementare, qualcosa che anche un bambino avrebbe potuto inventare. Ogni opera d’arte, infatti, non è la somma dei suoi ingredienti: è ciò che accade quando quegli elementi, nel loro svolgersi, diventano un tutto e ciascuno acquista il proprio senso soltanto nella relazione con gli altri.

Viene in mente Picasso: «Io non cerco, trovo»; o, ancora, la sua famosa affermazione secondo cui aveva dovuto studiare una vita per imparare a dipingere come un bambino, e forse è anche da questa prospettiva che bisogna guardare a una bella canzone, di Guccini come di chiunque altro.

Possiamo isolare tre accordi, una melodia elementare, una voce tecnicamente imperfetta, parole talvolta quotidiane, e chiederci dove stia, in ciascuno di questi elementi, la grandezza.

Ma la domanda sarebbe mal posta, perché l’opera non abita in nessuno di essi separatamente: abita nella forma dell’insieme nel suo divenire, nel momento in cui proprio quelle parole incontrano proprio quella voce, quella melodia, quel ritmo, quel silenzio, e tutto finisce per sembrarci inevitabile.

Forse è proprio questa una delle manifestazioni più alte della semplicità nell’arte: farci apparire a un tempo necessario e unico ciò che poco prima non esisteva affatto.

Quanto poi al rimprovero rivolto da Tedesco alle canzoni di Guccini di essere “tristi”, non si può non osservare che la maggior parte dei capolavori letterari e musicali contiene grandi vene di tristezza, per quanto questo termine sia poco idoneo a individuare qualche tratto significativo in una qualsiasi opera d’arte, sia perché troppo generico sia perché ciò che viene spesso percepito come tristezza è in realtà una sorta di malinconia diffusa che ammicca quasi sempre al suo opposto lasciandolo intravedere all’orizzonte come ciò che conta davvero.

Se parlare ancora oggi di bellezza ha un senso, potrebbe essere proprio perché essa c’insegna ancora a riconciliare stati d’animo opposti. Nella sua Estetica, per spiegare quest’idea Guido Calogero prende come esempio la stele funeraria di Hegeso: di fronte all’immagine di quella giovane donna che osserva un monile lo spettatore avverte contemporaneamente sia «la malinconia della morte» che il suo «superamento estetico» e viene condotto a una «sospensione d’animo», a un «equilibrio del dolore e della gioia». Il risultato non è né amarezza né allegria, ma quella che Calogero chiama la «divina quiete dell’arte».

Per Calogero, infatti, l’arte non elimina uno dei due termini. Non dice: il dolore viene cancellato dalla bellezza. Al contrario, il dolore deve restare dolore, altrimenti l’opera perde la propria forza; ma, entrando nell’esperienza estetica complessiva, quel dolore viene contemporaneamente contemplato, dominato, trasfigurato. Le lacrime, dice con una bellissima immagine, possono ancora cadere, «ma non bruciano sulle guance».

Quel riconciliato contrasto cui fa riferimento Calogero è in effetti presente in molte opere di genere diverso, e se anche le canzoni di Guccini possono essere salvate dal cestino delle cose tristi è proprio perché quella diffusa malinconia che emana da certi suoi versi non è mai disgiunta dallo sguardo sul suo opposto, da qualcosa di vivo e a suo modo luminoso, come per esempio in Incontro, dove i ricordi possono riconciliarsi con la nostalgia nella luce obliqua del raccontar cantando, e ciò anche grazie a una musica che accompagna senza voler rubare l’attenzione, quasi per dare slancio alle parole e tracciare per loro una cornice emotiva che le abbracci con discrezione.


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