Italia: politica, istituzioni e società

L’usurpazione del 25 aprile e della Liberazione

Il 25 aprile può restare una liturgia di parte, consumata tra rendite morali e polemiche prevedibili, oppure tornare a essere ciò che dovrebbe: una giornata civile contro ogni totalitarismo. La memoria della Liberazione vale solo se non assolve nessuna tirannide. Ogni anno il 25 aprile torna

Gustavo MichelettiGustavo Micheletti27/04/2026Aggiornato 08/09/20266 min lettura1.109 parole

Il 25 aprile può restare una liturgia di parte, consumata tra rendite morali e polemiche prevedibili, oppure tornare a essere ciò che dovrebbe: una giornata civile contro ogni totalitarismo. La memoria della Liberazione vale solo se non assolve nessuna tirannide.


Ogni anno il 25 aprile torna in Italia con il suo carico di memoria, polemiche, appropriazioni simboliche, retoriche consumate e divisioni prevedibili. A ottant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale e dalla sconfitta del nazifascismo, ci si dovrebbe forse porre una domanda onesta: vogliamo continuare a usare quella data come bandiera di parte, oppure restituirle una funzione universale e vitale per il presente?

Nel caso si scelga la prima risposta, la parte in questione non può che essere quella di una dittatura che incarcerò nei Gulag e condannò a morte decine di milioni di propri cittadini innocenti in tempo di pace, e che poi si trovò a combattere il nazismo non per propria scelta, ma solo perché fu tradita da Hitler, con cui aveva stipulato un patto criminale.

Se si sceglie la seconda strada, allora il 25 aprile può e deve diventare qualcosa di diverso e di più sostanziale: una manifestazione contro ogni tipo di totalitarismo, passato, presente o futuro, e insieme una giornata di difesa della democrazia liberale, pluralista e costituzionale.

Il significato originario della Liberazione non fu infatti soltanto la caduta di un regime specifico. Fu la rivolta morale e politica contro il principio stesso per cui uno Stato pretende di assorbire la società, di zittire il dissenso, di subordinare il diritto alla forza, la persona al partito, la verità alla propaganda.

Il fascismo italiano rappresentò una forma storica di questo principio. Ma non fu l’unica. Il Novecento ne vide altre, spesso ancora più vaste e sanguinose: il nazismo, lo stalinismo, i maoismi, i totalitarismi nazionalisti, i sistemi teocratici fondati sulla repressione integrale della libertà.

Ridurre il 25 aprile alla condanna di una sola variante e tacere sulle altre significa tradirne il senso più profondo, con il rischio di trasformare la Repubblica democratica italiana in un virtuale alleato di altri tipi di dittature.

La lezione della storia è chiara: il totalitarismo cambia linguaggio, simboli e giustificazioni, ma conserva alcuni tratti costanti. Il culto del capo, la delegittimazione dell’avversario, il controllo dell’informazione, la paura come strumento politico, l’educazione trasformata in indottrinamento, la giustizia piegata al potere, la cancellazione delle autonomie sociali, la sorveglianza capillare, la pretesa di definire ciò che si può pensare e dire.

Quando questi elementi riappaiono, sotto qualsiasi colore ideologico, la memoria del 25 aprile dovrebbe risvegliarsi.

Per questo una democrazia matura non celebra la Liberazione guardando solo indietro. La celebra guardando anche avanti. Oggi esistono minacce nuove che i partigiani del 1945 non potevano immaginare: tecnologie di controllo di massa, manipolazione algoritmica del consenso, concentrazioni mediatiche senza precedenti, sistemi di credito sociale, guerre cognitive, censura privata o pubblica mascherata da tutela, fanatismi religiosi e politici capaci di usare gli strumenti digitali con efficacia moderna.

Il totalitarismo di oggi non si presenta in divisa o con il passo dell’oca, o perlomeno non solo in questo modo, ma con interfacce eleganti, linguaggio inclusivo, una sistematica attività di disinformazione su scala globale e grandi promesse di efficienza.

Ecco allora la proposta: trasformare il 25 aprile in una grande manifestazione civile aperta a tutti coloro che rifiutano ogni tipo di totalitarismo. Una giornata in cui si ricordino insieme i perseguitati dal fascismo, dal nazismo, dal comunismo concentrazionario, dalle dittature militari, dai fondamentalismi teocratici, dai regimi contemporanei che imprigionano oppositori e soffocano libertà fondamentali.

Una giornata in cui nelle scuole si studi non soltanto la Resistenza italiana, ma la fragilità universale della libertà. Una giornata in cui i cittadini si impegnino a difendere il pluralismo delle idee, l’indipendenza della magistratura, la libertà di stampa, il diritto di opposizione, la trasparenza delle istituzioni.

Naturalmente una simile trasformazione incontrerebbe resistenze. C’è chi preferisce il monopolio morale di una ricorrenza, chi teme di dover condannare dittature o autocrazie ideologicamente “vicine”, chi considera la memoria un possesso e non un bene comune. Ma proprio qui si misura la sincerità democratica.

Chi accetta di denunciare solo i tiranni del passato e tace su quelli del presente dimostra di amare più la propria fazione ideologica della libertà. Chi combatte un autoritarismo e ne giustifica un altro non è un antifascista coerente: è semplicemente il partigiano di altre forme di oppressione.

Dire che chi non accetta questa impostazione si colloca in realtà contro la Costituzione democratica non significa invocare scomuniche, ma enunciare una verità politica elementare: la democrazia vive del rifiuto di ogni potere che non sia gestito e amministrato rispettando le libertà civili e politiche fondamentali di ogni cittadino e il pluralismo delle idee.

Se qualcuno rifiuta di condannare il totalitarismo in quanto tale, e ne salva alcune versioni per simpatia ideologica o convenienza geopolitica, mina il fondamento etico e politico di ogni possibile convivenza democratica.

Il 25 aprile può dunque smettere di essere una liturgia stanca o una resa dei conti annuale. Può tornare a essere un fondamento solido e chiaro su cui costruire la società del domani.

Non la festa di una parte contro un’altra, o ancor peggio dei seguaci di una dittatura contro quelli di un’altra, ma il giorno in cui una nazione ricorda che nessuna libertà è garantita per sempre e che una nuova forma di tirannide può nascere anche dal non aver saputo prendere posizione contro ogni violazione dei principi democratici, comprese quelle che non sono inconsuete nella parte politica più vicina alle nostre posizioni.

Chi ama davvero il 25 aprile dovrebbe desiderare questo salto di qualità, perché la liberazione non finisce mai una volta per tutte e ogni generazione deve meritarsela di nuovo e conquistarla ogni giorno nelle strade e nelle piazze, nelle scuole e sui media.

Ma sempre ricordandosi che nessuna liberazione dal nazifascismo può implicare una qualche forma di connivenza, complicità o tolleranza verso altre forme di totalitarismo non meno criminali e sanguinarie.


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