Italia: politica, istituzioni e società

Perché il bipolarismo all’italiana è stato un colossale fallimento

Trent’anni di bipolarismo hanno promesso stabilità e responsabilità, ma hanno prodotto coalizioni forzate, alibi permanenti e una politica incapace di misurarsi con i propri fallimenti. Lo Stabilicum rischia di rendere ancora più rigido un sistema che ha già mostrato tutti i suoi limiti. La durata media

Carmelo PalmaCarmelo Palma03/06/2026Aggiornato 08/09/20265 min lettura1.010 parole

Trent’anni di bipolarismo hanno promesso stabilità e responsabilità, ma hanno prodotto coalizioni forzate, alibi permanenti e una politica incapace di misurarsi con i propri fallimenti. Lo Stabilicum rischia di rendere ancora più rigido un sistema che ha già mostrato tutti i suoi limiti.


La durata media degli esecutivi in Italia dall’inizio della Seconda Repubblica (1994) è stata di poco inferiore ai due anni. Nella Prima non arrivava a un anno.

I tre governi più longevi della storia repubblicana – Berlusconi II, Meloni e Berlusconi IV – si sono giovati di leggi elettorali – rispettivamente, secondo lo slang: Mattarellum, Rosatellum e Porcellum – parzialmente diverse tra loro ma convergenti nel proposito di consegnare ampie maggioranze parlamentari alla coalizione vincente.

Il cosiddetto Stabilicum, oggi in discussione in Parlamento, fa un ulteriore passo avanti in questa direzione e si propone di rendere teoricamente impossibile un esito elettorale diverso.

L’eretismo riformatore sui temi elettorali ha reso l’Italia un Paese modello, ma in senso negativo.

Siamo l’unica democrazia del mondo in cui la maggioranza parlamentare uscente prova sistematicamente, e spesso riesce, a modificare la legge elettorale poco prima di ripresentarsi al giudizio degli elettori, per propiziare un risultato favorevole e intralciare le strategie delle opposizioni.

Al tempo stesso siamo anche l’unica democrazia al mondo che presuppone come architrave di un sistema di governo responsabile e, come usa dire, decidente un istituto – quello delle coalizioni pre-voto – inesistente nelle leggi elettorali, siano esse proporzionali o maggioritarie, di qualunque altro Paese.

Il presupposto implicito del disegno riformatore che dal Mattarellum è arrivato allo Stabilicum è che i partiti, per governare insieme, debbano allearsi prima del voto, presentare un programma comune, ottenere dall’elettore una sorta di investitura diretta dell’esecutivo e di legittimazione costituzionale della coalizione autorizzata a sostenerlo.

Questo presupposto viene presentato come una condizione imprescindibile per sistemi di governo stabili e affidabili. Ma non è affatto così.

La coalizione pre-elettorale non è una caratteristica normale delle democrazie parlamentari: è un’anomalia esclusivamente italiana.

E ulteriormente anomalo è che questa anomalia sia stata assunta come la forma perfetta del sistema politico ideale, al punto da costruire intorno a essa una dottrina costituzionale, un’ingegneria elettorale e una retorica della governabilità che dura da trent’anni.

Una retorica che ha portato anche a ipotizzare dispositivi cosiddetti antiribaltone e mandati parlamentari imperativi – cioè a rottamare come ferrivecchi principi davvero fondamentali come la centralità del Parlamento e la libertà dei parlamentari.

Insomma, abbiamo cattivissime abitudini – alla menzogna e al magheggio – e tenacissime ossessioni – per la taumaturgia legislativa e l’o di qua o di là – ma non ci vergogniamo delle prime e ci inorgogliamo delle seconde.

Che la stabilità di governo misurata sulla durata degli esecutivi non sia un indicatore di efficienza lo dimostrano proprio i risultati di trent’anni di democrazia bipolare.

Lo dimostrano anche scendendo per li rami delle istituzioni regionali e locali, dove la stabilità è stata massima e massimamente disastrosa, instaurando principati e satrapie foraggiate dal sacco della finanza pubblica.

Perché però i risultati contino, cioè perché preoccupino o scandalizzino, devono tornare al centro di una discussione razionale, che il bipolarismo aliena e surroga con bellicosi duelli da opera dei pupi o patetiche giustificazioni cospiratorie.

Siamo entrati nella Seconda Repubblica con la speranza che le leggi elettorali ortopediche potessero imporre incentivi virtuosi al sistema politico e raddrizzarne l’attitudine all’azzardo e alla dissipazione.

Abbiamo invece impiantato un sistema di tribalizzazione coatta della democrazia parlamentare e di dissociazione del mercato del consenso dalla responsabilità di governo. Non più la democrazia come esperimento, ma come esorcismo politico.

Peraltro, questo è successo mentre in tutto il mondo i sistemi elettorali maggioritari, che sono molto diversi da quelli che in versione imbastardita abbiamo pensato di traslare in Italia, andavano in crash.

Si pensi al Regno Unito, alla Francia e agli Stati Uniti: non c’è argine legislativo possibile all’implosione dei sistemi e dei partiti politici e non è affatto detto che la logica bipolare freni i processi di radicalizzazione politica e spinga alla convergenza verso l’elettore mediano. Sta succedendo l’esatto contrario.

Il bipolarismo ha fatto dell’Italia ciò che l’autonomia speciale ha fatto della Sicilia: un sistema sociale di auto-produzione a catena di default e alibi politici, che ha moltiplicato l’irresponsabilità e il vittimismo, l’abito parassitario e lo spirito di vendetta.

Il bipolarismo è stato il modo in cui l’Italia politica ha trovato il modo di consentire a tutti di fare la guerra agli altri senza fare i conti con sé stessi.

L’idea che per uscire da questo circolo vizioso e per cambiare gli effetti del sistema occorra rendere ancora più assoluto e inderogabile il suo connotato sacrale – la religione del bipolarismo – è del tutto irrazionale.

Ma è paradossalmente coerente con l’idea, sostenuta in buona fede anche da molti studiosi, per cui, visto che nei fatti l’Italia politica si è bipolarizzata e il comportamento di voto degli italiani si è adeguato a questo sistema e dimostra di apprezzarlo – si vota per vincere, non per partecipare –, un bipolarismo ancora più bipolare è l’unico abito adatto al corpo della democrazia nazionale.

Nella discussione sullo Stabilicum, prima di affrontare i molti aspetti problematici della proposta sotto il profilo costituzionale, bisognerebbe partire dalla constatazione di quale disastro morale e materiale sia stato il bipolarismo per la democrazia italiana.

Ma è una constatazione che per la malafede bipolare suonerebbe come una confessione.


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