Italia: politica, istituzioni e società
Meloni, l’Italia e l’Ucraina. Non sottovalutiamo le parole, ma non sopravvalutiamo i fatti
Le parole di Meloni in difesa dell’Ucraina meritano consenso, ma il sostegno italiano va misurato anche sui fatti: aiuti militari limitati, impegni mancati e prese di distanza dalle iniziative europee. La gratitudine di Zelensky non cancella la distanza tra la retorica della premier e il contributo

È bene non sottovalutare le parole pronunciate da Giorgia Meloni alle Camere in difesa della resistenza ucraina, prima di partire per il Consiglio europeo in corso a Bruxelles. Ha quindi perfettamente ragione Giulio Massa a sostenere che, in un Paese diverso e con un’opposizione diversa, quelle parole avrebbero dovuto suscitare un consenso unanime, non i cavillosi distinguo e le accuse di bellicismo che il campo largo ha loro riservato.
Se però è bene non sottovalutare le parole, è anche bene non sopravvalutare i fatti. Il sostegno del Governo Meloni all’Ucraina in questi anni è stato per lo più recitativo e politicamente equivoco, in particolare dopo il ritorno al potere di Donald Trump.
Senza scendere troppo nel dettaglio, in questi due anni non c’è stato un solo passaggio compiuto dall’Europa “volonterosa” per surrogare il disimpegno americano e contrastare la strategia della Casa Bianca di soffocamento e affamamento dell’Ucraina, rispetto al quale l’Italia non si sia defilata o dissociata, sottraendosi comunque a qualunque responsabilità diretta e a ogni impegno esigibile.
Gli aiuti militari forniti dall’Italia non superano, dall’inizio della guerra al 31 agosto 2026, i 3 miliardi di euro, pari allo 0,030% del Pil e allo 0,055% della spesa pubblica del periodo, e sono in parte rimborsati da fondi europei. Ciascun italiano ha speso per sostenere militarmente l’Ucraina meno di un euro al mese.
Gli aiuti bilaterali complessivi dell’Italia all’Ucraina, pari a 4,3 miliardi di euro, sono stati, in rapporto al Pil, molte volte inferiori a quelli dei principali Paesi donatori. L’Italia ha coperto anche una quota degli aiuti (non militari) intermediati dall’Ue, pari a 14 miliardi di euro, ma in questo caso si tratta in parte di garanzie o prestiti.
Il Governo Meloni si è opposto all’uso degli asset russi congelati in Europa e ha respinto il criterio di ripartire il sostegno al bilancio ucraino in base al Pil degli Stati membri. Ha avanzato la proposta di estendere l’articolo 5 della Nato all’Ucraina come Paese aggregato, ma non membro, precisando subito, però, che l’impegno alla mutua assistenza militare non avrebbe in ogni caso riguardato l’Italia.
L’Italia non partecipa al Purl, il meccanismo Nato con cui gli alleati comprano dagli Stati Uniti armi e sistemi di difesa aerea per Kyiv. E pochi mesi fa, in una fase difficile per l’Ucraina, mentre Londra, Parigi e Berlino discutevano di missili a lungo raggio e intercettori, Roma ha offerto generatori elettrici.
L’ultimo pacchetto militare italiano per l’Ucraina è di un anno fa. Del prossimo si parla da mesi, ma ci si limita a parlarne. Il crescendo della retorica pro-ucraina della premier si accompagna al calando degli aiuti concreti.
In questo il Governo Meloni somiglia come una goccia d’acqua al suo grande avversario in Europa, il Governo di Pedro Sánchez, unico tra gli esecutivi dei grandi Paesi europei, oltre a quello italiano, ad avere sempre lesinato gli aiuti e ad averli ulteriormente ridotti nell’ultimo anno.
La reazione riconoscente di Zelensky alle parole di Meloni dimostra che anche queste servono per spezzare l’isolamento cui Trump vuole costringere l’Ucraina. Ma se tutti i Paesi alleati dell’Ucraina avessero dimostrato la disponibilità del Governo Meloni, in questi quattro anni e mezzo la guerra avrebbe avuto tutt’altro svolgimento e forse sarebbe già giunta a un esito ben poco favorevole per gli ucraini.
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